domenica 5 giugno 2022

La molteplicità negata

Sarei curioso di vedere quanto convergiamo oggi sulla necessità del sacro e della sua complementarietà con la ragione, intendo se statisticamente siano più le persone che pensano – nel profondo – di poter vivere benissimo senza un legame con il divino, o se invece siano più quelle che pensano che di Dio non si possa fare a meno. La riflessione mi viene dopo la lettura de La ragione degli dei, un viaggio attraverso i secoli, seguendo le più differenti correnti di pensiero, che mette a confronto Occidente e Oriente. E da cui emerge l’India come terra salvifica.

L’adozione dell’alfabeto come sistema astratto di comunicazione ha aperto la strada della filosofia. Come dice McLuhan, «il mezzo è il messaggio», nel senso che inevitabilmente esso interviene a modificare il messaggio. E l’alfabeto scompone, impedisce di vedere il tutto. In questo modo, un po’ alla volta, l’Occidente si è emancipato da religione e mito. In principio i Greci non avevano una fede, erano immersi nel divino, solo in seguito i Romani ne fecero una religione. La società cristiana ha messo l’uomo al centro, desacralizzando la natura e dato il via all’individualismo, al materialismo, col risultato alla fine di far scomparire la religione.

Uno degli strumenti più efficaci di cui dispone il monoteismo cristiano e islamico è il concetto di una vita nell’aldilà. Queste due religioni sono molto vicine se viste da una prospettiva appena un po’ più ampia, ed entrambe hanno contribuito a creare le cattive pratiche che contraddistinguono l’epoca contemporanea. Entrambe hanno al vertice un Dio dittatore che non accetta altri da sé, producendo i primi esempi di “totalitarismo” moderno da cui derivano quelli politici. Un mio dubbio: il cristianesimo, anziché una causa, non potrebbe essere un effetto? Il controllo sulla comunità induce a creare dei sistemi che hanno radici simili, che sfruttano meccanismi affini, trasformare una cronologia in una genealogia potrebbe non avere senso. E in effetti anche in Egitto e in Iran si diffondono tendenze monoteistiche (p. 32).

Proselitismo e dogmatismo sono i principali ‘difetti’ di Cristianesimo e Islam, due eresie dell’Ebraismo. I martiri pagani non si ricordano, è la lontananza che non giustifica, è l’appartenenza alla schiera che non reca il vessillo in cui tutti dovremmo riconoscerci; se volete, sono un po’ come i martiri delle foibe. Quello che è utile ricordare, è che intolleranza e fondamentalismo sono elementi comuni in società diverse, nel luogo e nel tempo, e quella Occidentale non ne è immune. Dovremmo invece aver imparato ad agire con maggiore intelligenza, sfruttando quanto la filosofia e la storia ci insegnano. «L’intolleranza è intrinseca soltanto alla natura del monoteismo» scrive Schopenauer, citato a pag. 33, e l’espansione delle religioni aggressive ci ha fatto scordare la naturale tendenza alla tolleranza e all’apertura.

Dalle religioni come oppio dei popoli, si arriva paradossalmente oggi ai popoli senza spiritualità che abusano dell’oppio. Il progresso fine a se stesso non migliora la qualità della vita dell’uomo. Per questo il modello liberal-democratico è il più consono da applicare all’Occidente; morale e spiritualità servono a sorreggere l’essere umano nel tentativo di deviare dall’individualismo. Secondo Diego Infante, è Cartesio che ha formalizzato la separazione fra pensiero e materia, cancellando una visione olistica che oggi sopravvive forse solo in India. Europa e Usa garantiscono più diritti che imporre doveri, mentre in Oriente la collettività ha maggiore valore in un tutto che raccoglie il mondo. Non c’è dualismo: uomini, dei e natura sono un tutt’uno, sacro e profano si annullano.

In Occidente la materia è «elevata a paradigma unico del senso di vivere» (p. 37) ed è davvero difficile cancellare duemila anni di pensiero, o recuperare il valore sacrale del cosmo che avevano greci e romani. In India è fondamentale l’unità dell’espressione vitale, eppure esistono le caste. La nostra invece è un’uguaglianza in senso materialistico. L’essere è nella relazione, ma nel mondo occidentale la coesione sociale è a livelli molto bassi e molte dipendenze del mondo contemporaneo, come la ludopatia, sono esiti di un consumismo narcisistico.

Gli Usa si basano su un falso mito, il diritto alla felicità. È un principio socialmente disgregante ed ecologicamente insostenibile. Ne deriva un paese senza equilibrio che si sente investito del ruolo di missionario della civiltà, quando in realtà basa la sua storia sul genocidio dei nativi e sulla tratta degli schiavi. L’applicazione dell’etica puritana, fortemente antropocentrica, basata sul profitto, si oppone alla natura sentita come selvaggia. Un orizzonte sociale e culturale molto stretto e angusto che ha prodotto e produce le molte storture che conosciamo: le contraddizioni degli Stati Uniti fra ricchezza e povertà, libertà e discriminazione, il culto delle tecno-scienze, la spiritualità perduta. La legge è l’unica salvezza, almeno del nord del paese, mentre il sud, in una quasi anarchia, è il «prodotto dell’abominio coloniale» (p. 54).

L’opera di Infante è disseminata di spunti interessanti, alcuni stressati forse oltre un giusto limite, ma senza dubbio di stimolo alla discussione. Si arriva infine ad uno snodo chiave molto concreto, «il modello del benessere che non soddisfa solo i bisogni essenziali ma che ne crea di nuovi del tutto inutili, è palesemente insostenibile nel lungo periodo» (p. 120); c’è da chiedersi quando l’Occidente – ovvero noi tutti – vorremo accettare questa verità. Significherà allora invertire la rotta per quanto possibile e «conservare l’alterità ove questa sia sopravvissuta agli attacchi violenti degli universalismi» (p. 122). La profondità e la saggezza dell’India saranno perciò la nostra ancora di salvezza, dice Infante. Mi chiedo tuttavia se, nel momento in cui andremo a cercarle, le troveremo intatte. 


Diego Infante, La ragione degli dei. La bellezza del molteplice e la dittatura dell’unico, Ancona, Italic, 2015.


lunedì 23 maggio 2022

Nella valle del Belbo: Beppe Fenoglio e il racconto delle Langhe

In una splendida giornata al confine fra novembre e dicembre di qualche anno fa, colui che poi sarebbe divenuto un amico mi svelò, durante un sostanzioso pranzo albese, le ragioni della mia difficoltà. Gli stavo infatti raccontando della mia impossibilità a scrivere qualcosa su Alba e sulle colline: «Ogni volta che salgo da queste parti provo grandi emozioni, mi ribollono dentro pensieri, vorrei metterli sulla carta, ma quando mi siedo a scrivere non ci riesco, diventa tutto banale…»

Il mio amico sorrise, ingollò una forchettata, sorrise ancora e, con tutta la naturalezza del mondo, mi disse: «È proprio l’emozione che ti impedisce di scrivere»; «… ma io di solito scrivo perché sono emozionata…», obiettai. Il mio amico sorrise ancora, con un leggero sbuffare dal naso, e ribadì con impeccabile cortesia piemontese: «È l’emozione ti dico. Tu lasciala fluire, lasciala depositare e vedrai che, al momento giusto, le parole arriveranno».


Può essere che questo ora sia un momento giusto.


Quello stesso giorno salimmo in Alta Langa e per me era la prima volta. Paolo aveva deciso di condurmi nel cuore dei racconti di Fenoglio. Quelli dove la miseria, la meraviglia, la violenza, lo stupore, le fanfaronate, la dolcezza, gli adulti e i bambini, gli uomini e le donne, i piccoli sprazzi di speranza subito spenti si impastano sulla pagina insieme alle marne calcaree e sabbiose delle colline, qui ricoperte di noccioleti e perlopiù di pioppi, di ontani, di arbusti di varia specie perché l’Alta Langa è un luogo selvaggio, a centinaia di metri sul livello del mare, e la vite quassù non può dimorare.

Mentre ci lasciavamo alle spalle le terre dolci del Barolo, salivamo per curve sempre più ripide; io ero in silenzio con gli occhi giganti a catturare con lo sguardo paesaggi ancora sconosciuti. «Ah-ah! Guarda là!», voltai la testa nella direzione indicata dalla voce di Paolo: «Quello è il Monviso». Così vidi all’orizzonte le Alpi già innevate con il Monviso troneggiante e inconfondibile nella sua geometrica regolarità; come quinte impazzite di un teatro, le vette scomparivano e ricomparivano insieme al girare dei tornanti. In quel preciso istante ho capito che la visione improvvisa delle montagne per me è un’emozione prossima all’assoluto; ne avevo già avuto il sospetto quando dal molo Audace di Trieste mi è capitato di scorgerle a chiudere l’orizzonte marino, proprio dirimpetto alla città. Il sospetto si è trasformato in certezza matematica sui tornanti verso l’Alta Langa.


Un’ultima curva, infine, e proprio lì la Natura ha escogitato uno stratagemma da scenografa: il fitto della boscaglia si dirada e San Benedetto Belbo, con i suoi due campanili quasi l’un l’altro giustapposti, si mostra in tutta la sua aggregata compattezza, mollemente disteso a occupare l’intera cresta della collina. La distanza che separava i miei occhi dal paese si riempì della vertigine della valle del Belbo, il fiume che scorre appena sotto e che ha ridisegnato l’intero paesaggio scavando gole e mulinando in gorghi.


Molto dell’immaginario struggentemente concreto di Fenoglio è qui, addensato in qualche centinaio di metri, trasferito tal quale tra le sue pagine: il gorgo del fiume appunto, il cimitero del paese, la via principale con le due chiese, la casa della maestra, la casa del suo amico fraterno Ugo Cerrato – nella quale Fenoglio ha scritto molti dei suoi racconti durante le estati trascorse a prendere l’aria buona di quassù –, i due ippocastani – anch’essi numi tutelari del ticchettio dell’Olivetti Studio 44, quando Beppe sedeva a lavorare sotto la loro maestosa ombra –, le piccole corti – dove si improvvisavano partite di pantalera perché qui i tetti sono adatti a far rimbalzare il balon –, la censa di Placido Canonica.


Ecco, la censa di Placido è una magia nella magia: in un minuscolo paese che ha moltissimi cuori disseminati qua e là, la censa di Placido è forse fra essi il più grande. 

Definirla un sali e tabacchi (perciò censa, da licenza, concessa dai monopoli di Stato), un’osteria, una drogheria, non le rende ragione. La censa di Placido pompava vita nell’intero apparato circolatorio di San Benedetto e perciò da essa sono fluiti e ancora ricircolano i racconti di Fenoglio. Tutto il quotidiano e lo straordinario del paese distillava da quei muri di pietra male intonacati, dalla porta rialzata a doppio battente di legno, dall’insegna dipinta a caratteri cubitali, “Trattoria | commestibili”, come se si potesse fare confusione sulla natura del posto. Ecco, quando quel giorno al confine fra novembre e dicembre, con Paolo siamo giunti davanti alla censa di Placido, ecco, io ho ripensato al momento preciso e indimenticabile nel quale, leggendo Il partigiano Johnny, ho avuto il desiderio urgente, fisico e insopprimibile di partire e di arrivare nei posti raccontati da Fenoglio, per poterli vedere davvero con i miei occhi e non solo immaginare. E mentre ripensavo a quell’istante, ho dovuto, con fatica, ricacciare indietro due lacrimoni, ché non mi pareva bello mettermi a piangere come un vitello lì davanti alla censa, sotto gli ippocastani di Beppe e sotto gli occhi di Paolo.


Muri sbrecciati, intonaci corrosi, lampioncini monchi, finestre aperte sul vuoto, vetri in frantumi, una triste tenda rossa che si agitava in un vento leggero: la censa quel giorno era l’incarnazione dello scorrere del tempo impietoso. E mentre riflettevo su questa inesorabile assenza di pietas, il clangore di una saracinesca e la voce di Paolo mi richiamarono: «Entriamo… attenzione… c’è un bel po’ di confusione qua dentro, però mi fa piacere mostrarti anche l’interno…»


All’esterno il tempo aveva trasformato la censa in un rudere, ma quasi nessun potere aveva invece avuto sull’interno, a parte un uniforme deposito di polvere e una coltre di ragnatele lanuginose. Il bancone di Placido era ancora lì, massiccio e splendido nel suo inaspettato color verde Tiffany, insieme a fiaschi in vetro e paglia, piccole damigiane, bicchieri da vino, tavoli di legno e perfette sedie da osteria con le sedute in paglia intrecciata. Allora di fronte a quella visione, oltre a commuovermi di nuovo di nascosto, pensai che Fenoglio è realmente esistito e insieme a lui Placido e tutti i Paco, Pietro, Gemma, Catinina, Maggiorino, Juccia, Giulia, Davide, Superino, Menemio, e pensai che tutti questi uomini e queste donne erano passati tutti da quel bancone che in quel momento io osservavo ricoperto di polvere e di ragnatele.

E la censa era così viva e così concreta che ebbi l’impulso di prendere un bicchiere, di rimettere in piedi una sedia, di accomodarmici sopra e di attendere Placido. Mi dissuase solo lo scricchiolio del pavimento sotto i miei passi cauti.


Quindi uscimmo dalla censa, la saracinesca fu richiusa. Fui grata a Paolo per quella giornata. Fui grata a tutta la mia comunità albese che aveva reso possibile quella giornata.


Il 14 maggio scorso, nell’ambito delle celebrazioni per il centenario della nascita di Beppe Fenoglio, la censa di Placido è stata aperta al pubblico, recuperata e trasformata in un luogo dedicato alla memoria letteraria dello scrittore albese. E io, ora, sono impaziente.


(post e foto di Eva Ponzi)

domenica 21 marzo 2021

Ed era come un mal di Bosnia #5

Quinta parte

                                                                         (qui trovi la prima parte, la seconda, la terza e la quarta)

Sarajevo ci aspetta, noi invece non sappiamo cosa aspettarci da lei. Siamo in terra di Bosnia da meno di ventiquattr’ore e il senso di straniamento che abbiamo provato subito al confine, con l’attraversamento della Sava, non si attenua. Si fa al contrario più intenso e non ne riconosciamo le ragioni. Appena ieri eravamo a Zagabria, che solo per un caso della vita ci è divenuta familiare, e ieri l’altro eravamo a Trieste, familiare per lo stesso casuale motivo; ora invece siamo in un’automobile a percorrere la rete stradale bosniaca. Lo stupore nella dimensione del viaggio è una sorta di tormentone della nostra famiglia – leggendaria è rimasta quell’ennesima gita a Parigi nella quale io, a ogni angolo già ben noto, non facevo altro che esclamare: «Che meraviglia! Che meraviglia!» –; questa volta però la sorpresa dell’essere altrove è particolarmente intensa, forse proprio perché non ne individuiamo la radice, è sorpresa pura. L’indeterminatezza di questo viaggio estemporaneo, nato senza preparazione e senza progetto, ci emoziona.

Tea è quieta sul plaid che abbiamo steso sul sedile posteriore – al noleggio croato sono stati categorici, l’auto deve tornare nelle stesse esatte condizioni di consegna, ogni leggerezza sarà severamente punita in solido –, è tranquilla come non mai, sembra una piccola sfinge nera e riccia che di tanto in tanto si umetta il naso con la lunga lingua rosa. Seguire l’esempio di Tea: accomodarci anche noi in carrozza e abbandonarci alla strada.

La macchina rulla sull’asfalto impeccabile, la radio suona nemmeno a dirlo musica balcanica, la cagnetta sonnecchia; dopo il viaggio in notturna della sera precedente, noi possiamo finalmente osservare il paesaggio illuminato dal giorno. E, come avevamo potuto intuire tra la bruma, il buio e i nostri fari accesi, attorno a noi, con la luce, si materializzano scenari suggestivi. L’autunno rosso e giallo è nel pieno del suo rigoglio, la Vrbas scorre, ci affianca e continua a indicarci la via, tra gole scavate dall’acqua, colline spruzzate di colore, paesaggi non popolati da esseri viventi. 

Una natura solitaria, dove l’umano prende la forma di moschee rurali con l’immancabile cimitero di lapidi bianche tutte identiche tra loro, o di piccole fattorie sempre circondate da orti variamente estesi, con i monumentali covoni di fieno che montano la guardia ai campi coltivati. Oltre ad alcuni curiosi e minuscoli ponti tibetani, fra le tracce indirette dell’umano più di tutte mi incuriosiscono i binari ferroviari: da dove arrivano e dove vanno queste rotaie ravvicinate su traversine corte, segmenti di percorsi frammentati, privi di un inizio e di una fine, che scorgo al di là del finestrino? Sembrano tante graffette di spillatrice che ancorano la terra a sé stessa. Mi chiedo se siano ancora in uso o se si tratti di retaggi metallici del vecchio mondo jugoslavo. Poi, in un momento ormai imprecisato del nostro andare bosniaco, compare lui, come in una visione onirica e felliniana: un convoglio sottile e lunghissimo che, miniaturizzato nell’estensione del paesaggio aperto, sembra un trenino elettrico di quelli belli del modellismo d’antan.

A intervalli quasi costanti, il ciglio della strada si popola dei frutti delle attività agresti: bancarelle espongono, racchiusi in grandi reti rosse a maglie fini, cavoli cappucci bianchi, di quella speciale qualità piatta che prima di quel momento avevo visto solo al Dolac, il principale mercato di Zagabria; piccoli peperoni albini sistemati in forma di piramide, anch’essi noti per le vie zagabresi (nella foto); pile di vasi di miele di tutte le sfumature dell’ambra – al ritorno in Italia leggerò sul sito di Slowfood che il miele dell’Erzegovina è il più rinomato dei Balcani e, in effetti, ricordo di aver visto anche molte arnie. Il profilo pastorale del paese si manifesta, ugualmente sul ciglio della strada, nelle indicazioni fotografiche, sempre molto eloquenti e invitanti, dei ristoranti che servono ogni tipo di carne alla brace; in un caso, una schiera di dorati agnelli allo spiedo sfrigola in bella mostra poco oltre la striscia laterale della carreggiata. «Tra le specialità bosniache riconosciute a livello internazionale si distinguono le carni alla griglia», avevo letto nella guida. Mai ci fu tanta corrispondenza tra una guida e un viaggio. Per un momento siamo tentate di fermarci al volo per una seconda e inconsueta colazione, ma poi il richiamo di Sarajevo vince sull’acquolina.

«Tra i formaggi, la Bosnia Erzegovina ne offre tra i più nobili e saporiti di tutti i Balcani […] Sempre fresco è il travnički sir, originario della cittadina di Travnik nella Bosnia centrale». Mentre seguo il nostro percorso sulla mappa cartacea, mi accorgo che, anche in questo caso, la guida non sbaglia: i banchetti di cavoli e di peperoni hanno improvvisamente lasciato il posto a una analoga miriade di espositori, ma di ‘formaggio di Travnik’, appunto. Una sequenza quasi senza fine di piccole forme bianchissime che diventa per noi, estimatrici di latticini, oltre che motivo di meraviglia anche un incontrovertibile segno che siamo sulla strada giusta. Sappiamo infatti di dover oltrepassare la città per proseguire nel nostro corretto andare verso sud-est.

Travnik. I più colti, o anche solo appassionati di una certa narrativa, lo avrebbero pensato subito: Travnik, Ivo Andrić. Io l’ho scoperto attraversando la Bosnia in automobile. Ivo Andrić, premio Nobel per la letteratura nel 1961, era nato nel 1892 appunto nella città che ci apprestiamo ad attraversare, quando quelle terre erano ancora territorio dell’Impero austro-ungarico e ancora prima – poco prima, in realtà, 1878 – dell’Impero Ottomano. Ora, mentre scrivo, sfoglio la mia copia de Il ponte sulla Drina, tra i suoi più celebri romanzi: l’ho pescata dallo scaffale dell’usato della mia libreria di fiducia; la stavo attendendo da mesi e alla fine si è materializzata in piena estate: esempio del fatalismo che talora mi piglia in fatto di approvvigionamento di libri, di tanto in tanto acquisiti non per ordinazione, ma per via epifanica.

La mia Drina è una edizione del 1963, ben tenuta, appartenuta a ‘S. Maria’ che la acquistò in quello stesso anno e che ha voluto fissare l’evento con un inchiostro grigio dal tratto sottile, sul primo foglio dopo la copertina. La narrazione ha lo stesso andamento del fiume del quale racconta: si incunea, scava, si gonfia nella piena per tornare a un placido corso, e poi daccapo. «Ma nell’anima loro erano seriamente preoccupati, e ciascuno, sotto quelle celie e quelle risate controvoglia, come sotto una maschera, rimuginava nella propria mente pensieri affannosi, e tendeva incessantemente l’orecchio per sentire lo strepitio dell’acqua e del vento proveniente dalla parte bassa della cittadina, dove erano rimasti tutti i suoi averi».

Siamo in macchina, a metà del nostro tragitto, e ancora non possiamo sapere che Sarajevo ci avrebbe insegnato a non fidarci della spensieratezza, dell’allegria, della normalità che pure avremmo visto; che, al contrario, ci avrebbe costrette a guardare oltre quelle maschere. È a Travnik però che giunge il primo e potente invito a modificare il nostro sguardo. Siamo ferme a un semaforo in periferia, ma sulla direttrice principale e, nell’ordine: inveiamo contro un traffico che ci sembra fuori controllo; ci diciamo che abbiamo fatto bene a dormire a Jajce perché Travnik sarebbe stata troppo caotica; ci assicuriamo del benessere di Tea; saltiamo da una stazione radio all’altra; sgranocchiamo gli ultimi taralli del giorno prima. Facciamo insomma cose normali dentro l’abitacolo dell’auto. Infine, un’ulteriore azione normale: rivolgo lo sguardo fuori dal finestrino.

Raggelo all’istante. D’improvviso non è più normale alcunché. Spero che il semaforo continui a essere rosso quel tanto che mi permetta di poter sciogliere la lingua, riprendere la respirazione, rimettere in moto i muscoli facciali ed espirare il fiato necessario a richiamare l’attenzione di Junior e di Seniorsenior su ciò che sto fissando con gli occhi ormai dilatati su tutto il mio viso. Tra i palazzoni grigi dalle inconfondibili forme dell’edilizia sovietica, ne spicca uno dalla medesima discutibile estetica e perfettamente intatto come gli altri, tranne che per un dettaglio: nell’intonaco tra l’ultimo piano e il lastrico solare si apre una estesa screpolatura a forma di stella molto irregolare. I segni del mortaio.

Come davanti ai monumenti ai caduti di Jajce, il cortocircuito si innesca di nuovo nel tempo di uno sguardo: attraverso il battito delle mie ciglia, la dimensione agreste-pastorale, i colori dell’autunno, le suggestioni letterarie, il nostro stesso essere in viaggio in un fine settimana lungo di novembre entrano in collisione con quella traccia sull’intonaco di un palazzo qualsiasi sulla strada principale di Travnik. Silenzio nell’abitacolo. Poi sento il suono della mia voce: «Ma quello è il segno di un mortaio vero». Venticinque anni dalla fine della guerra e quel segno è ancora lì, mentre l’intorno è permeato di quotidianità e di vita che scorre. E quel segno è lì. Senza il filtro della testimonianza, del racconto, del libro di storia.

Il verde infine scatta, Junior ingrana la prima e poi la seconda, Tea – che si era alzata sulle quattro zampe come a voler anch’ella prendere parte a quel momento – si accuccia di nuovo accanto a Seniorsenior che tace e la accarezza sulla testa; io do distrattamente un’occhiata alla mappa stradale.

(Post e foto di Eva Ponzi)

Zagabria – Jajce – Sarajevo (e ritorno) in automobile, viaggio per tre donne e un cane (Tea)
Senza l’insistenza e l’entusiasmo di Junior chissà quando lo avremmo fatto

mercoledì 13 gennaio 2021

Ed era come un mal di Bosnia #4

Quarta parte


Nel grigio brumoso del risveglio a Jajce, la varietà cromatica dei crisantemi colpisce il mio occhio. Accostate le une alle altre, turgide e rigogliose piante dal portamento cespuglioso creano una distesa di cupolette fiorite, meta di un viavai di persone, perlopiù uomini, incaricati di acquistare per i propri morti uno di quegli omaggi brillanti. E l’impressione è che qui i morti siano ben più dei vivi. Ma non è solo un fatto di numeri, piuttosto di peso: appena oltrepassato il confine tra Croazia e Bosnia Erzegovina, i cimiteri divengono parte integrante del paesaggio nell’autunno in fiamme. Agglomerati bianchi di steli sobrie – così come impone la tradizione dell’Islam –, erette nel terreno a declivio sulle alture oppure tra un campo coltivato e una piccola moschea di campagna. A dire il vero, mi chiedo chi siano i veri destinatari di tutti quei vasi: da quello che so, l’austerità islamica in fatto di addobbi tombali prevede l’assenza di chincaglierie, di esibizioni di dubbio gusto, di fiori appunto. Il cimitero monumentale di Sarajevo, sulla collina di Alifakovac, mi dimostrerà una volta di più che anche il dogma può essere sfumato. Lì arbusti di rose e cespugli variamente fioriti condividono la terra con i trapassati, concime per le piante: tra loro e le radici nessuna barriera di legno e di zinco a impedire lo scambio di vita – l’inumazione avviene infatti senza feretro. In questo viaggio, i morti visibili e invisibili ci ricorderanno di continuo, e nei momenti più impensati, della loro presenza.

Il nostro nuovo ingresso in città è epica e cinematografo – peccato non ci fosse nessuno a riprendere la scena –: appena varcata la porta Banja Luka (quella a nord), un nutritissimo branco di cani randagi di ogni razza, taglia, colore ci viene incontro per fare gli onori di casa (e ora capisco decisamente meglio il problema segnalato dalla guida). Si muovono tutti insieme verso di noi, incedono lenti e compassati, non si curano degli autoctoni, siamo noi che sentono di dover accogliere, procedono come un’unica nuvola pelosa, un corpo patchwork con tante zampe, silenzioso, coordinato nei movimenti con precisione marziale. Poi la nuvola si apre e, sempre lenta ma sicura, ci ingloba completamente; benché bipedi (la nostra barboncina saggiamente lasciata nell’appartamento), iniziamo anche noi a ondeggiare allo stesso passo di quei dieci-quindici cani, che io tanti cani così in vita mia non li ho mai visti e meno male che nel frattempo nella nostra vita è entrata Tea ché altrimenti a Jajce con tutti quei cani randagi intorno un attacco di panico non ce lo avrebbe tolto nessuno. La falange canina sa che il nostro corpo ha bisogno di energia, ci scorta perciò fino a un ottimo bar-pasticceria per la colazione.

Appena entriamo, il branco si dilegua così come era apparso, mentre sul nostro tavolo si materializzano triangoli di baklava preparato a regola d’arte, un miracolo di sciroppo di zucchero, frutta secca, sfoglie croccanti e dorate. È un prodigio della fisica il baklava, umido ma non ammollato, morbido ma sodo sotto i denti, familiare ma esotico. Molti lo trovano troppo dolce e stucchevole, io non smetterei mai di mangiarne proprio per gli stessi motivi. È l’equilibrio nell’eccesso. Gustato poi insieme al caffè turco, servito con il servizio di rame come usa da queste parti, il baklava spalanca le porte della percezione.

«Da ieri mattina la città di Jajce, a metà strada tra Banja Luka e Sarajevo, è controllata dalle forze serbe. I difensori croati e musulmani e la popolazione civile si sono ritirati verso Travnik. Si conclude così la battaglia per quello che fonti serbe definiscono il ''confine meridionale della Krajna'', con capoluogo Banja Luka» e poi «Resta incerta intanto la situazione a Jajce e Travnik sottoposti ieri a intensi bombardamenti. Da Jajce verso Travnik e verso Bogaj si riversano decine di migliaia di profughi per cui gli attacchi delle artiglierie vengono visti in funzione di questo esodo, cioè come una manovra per costringere gli sfollati, anche a costo di uccisioni di massa, ad allontanarsi quanto più possibile dalla zona che evidentemente le truppe serbe intendono ''epurare'' etnicamente in via definitiva». Trovo on line nell’archivio dell’Adnkronos queste brevissime notizie, datate fine ottobre-primi novembre 1992, quando cerco di capire perché nel bel mezzo del centro storico della città vi siano due monumenti ai caduti, l’uno di fronte all’altro, uno con la bandiera blu/gialla a stelle bianche della Bosnia, l’altra rossa/bianca/blu con lo scudo a scacchi rossi/bianchi della Croazia. Eccoli i morti, arrivano così, tra una passeggiata con i cani randagi e una dolcissima colazione. Solamente tornata in Italia leggerò Maschere per un massacro di Paolo Rumiz, lucido, illuminante, dolorosissimo, denso volume che racconta vita morte e nessun miracolo dell’incredibile guerra al di là dell’Adriatico tra il 1991 e il 1996. Difficile capire fino in fondo anche quando a spiegare è uno come Rumiz, che quelle cose le ha viste, sentite e persino annusate, perciò su questo argomento non dirò null’altro se non delle emozioni raccolte sui luoghi.

Mi guardo intorno, il cielo è plumbeo, gli abitanti di Jajce sembrano sereni, fanno cose normali, gli uomini parlano tra loro in piccoli capannelli, le donne con il capo cinto da fazzoletti portano buste della spesa oppure vendono agli angoli delle strade i prodotti del loro orto, alcune hanno persino allestito bancarelle di fortuna sulle soglie dei negozi ancora chiusi; passano due poliziotti a piedi a pattugliare la via principale; a una a una aprono le piccole botteghe turistiche con souvenir molto artigianali, come i magneti da frigorifero ottenuti dalla sovrapposizione tra calamita, tassello di formica, foto delle cascate nella bella stagione o ghiacciate dal freddo invernale (naturalmente ne prendo una per la mia collezione).

Il cartello marrone indica come punti di interesse storico il convento francescano e la moschea Esme Sultanije, il sottofondo sonoro è lo scroscio dell’acqua che appena fuori dalle mura fa un salto di 20 metri. Osservare e ascoltare questa vita, poi girarsi verso i monumenti ai caduti crea un cortocircuito difficile da raccontare: la memoria della guerra occupa uno spazio visivo maggiore di quello della moschea, ma è contemporaneamente compresso tra una specie di pub e una panetteria; è una presenza difficile da ignorare, ci devi per forza passare in mezzo, ma è un attraversamento che ti porta all’attrazione principale della città o alla pizzeria riadattata alla bosniaca. La vita e la morte qui si confondono, si compenetrano, non hanno confini definiti, sei continuamente costretto a passaggi di stato tra le due condizioni, non puoi considerare l’una senza imbatterti nell’altra, e viceversa. Realizzo che la maggior parte delle persone che incontriamo per la strada era qui – o chissà dove, a dir la verità – durante il conflitto; non sparuti testimoni di un passato da tramandare (questo normalmente è il nostro orizzonte, per questioni cronologiche), ma protagonisti vivi e attivi (da quale parte stavano?) di drammatiche vicende che ancora oggi serpeggiano in questa società.

«In Europa l’Oriente non c’è più, l’hanno bombardato a Sarajevo, espulso dal nostro immaginario, poi l’hanno rimpiazzato con un freddo monosillabo astronomico: “Est”. Ma l’Oriente era un portale che schiudeva mondi nuovi, l’Est è un reticolato che esclude. “Quando mi presento come europeo d’Oriente”, mi raccontò un giorno Aydin Uğur, professore di comunicazione all’Università di Istanbul, “mi godo lo smarrimento nei miei interlocutori dell’Ovest. Pensano che l’Oriente stia solo in Asia”». Rileggo queste parole ancora in Paolo Rumiz, È Oriente: la sensazione di essere in un luogo distante eppure familiare aumenta.
Ci rimettiamo in macchina, attraversiamo porta Travnik, aperta verso il Meridione.
Sarajevo calling.

(Post e foto di Eva Ponzi)

Zagabria – Jajce – Sarajevo (e ritorno) in automobile, viaggio per tre donne e un cane (Tea)
Senza l’insistenza e l’entusiasmo di Junior chissà quando lo avremmo fatto

venerdì 8 gennaio 2021

La felicità è altrove

romanzo bisson
Più di dieci anni orsono, in uno dei primi post di questo blog, citavo Anton Ego, il severo recensore gastronomo di Ratatouille: «Per molti versi la professione del critico è facile. Rischiamo molto poco pur approfittando del grande potere che abbiamo su coloro che sottopongono il proprio lavoro al nostro giudizio; prosperiamo grazie alle recensioni negative che sono uno spasso da scrivere e da leggere. Ma la triste realtà a cui ci dobbiamo rassegnare, è che nel grande disegno delle cose anche l'opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale».

C'è dunque sempre inevitabile la tentazione a mettere più anima nelle cose. Anche se una norma a cui il recensore di libri dovrebbe sempre attenersi, è quella di non provare mai a saltare sull'altra riva. Il recensore che diviene scrittore si espone ad un alto rischio, anzi almeno a due. Offrire il destro alla vendetta di chi fu a suo tempo stroncato dalle sue parole, e perdere la libertà di potersi esprimere liberamente rispetto alle creazioni dei 'colleghi'.

Detto ciò, mi sento serenamente tranquillo nel correre il rischio, non tanto per la fiducia in ciò che vado qui sotto a proporvi, quanto per simpatia verso il motto "in fondo si vive una volta sola".

Per farla breve, ecco la notizia: è uscito per l'editore Diacritica il mio romanzo La felicità è altrove, lo potete scaricare liberamente da qui, ma a quel punto vi toccherà pure leggerlo e se volete commentarlo.

Mi farà in ogni caso piacere.

(Post di Sebastiano Bisson)

lunedì 19 ottobre 2020

Ed era come un mal di Bosnia #3

Terza parte

(qui trovi la prima partela seconda e la quarta)

Bruma e foschia ci accolgono a Jajce, centro della Bosnia Erzegovina; la stufa a pellet nel nostro appartamento è stata accesa da poco, i muri trasudano umido. Insomma si gela. Quella fornace rimarrà in funzione per tutta la notte, con un crepitio continuo intenso e irregolare, una specie di respiro affannoso interrotto da improvvisi accessi di tosse. E noi che abbiamo guardato con sgomento le trapunte sottili poggiate sui giacigli e dunque abbiamo indossato strati di maglioni sopra ai pigiami, ci svestiremo durante un sonno turbolento. Anche Tea sarà continuamente indecisa tra il parquet e l’accoccolarsi sul letto ai piedi di Junior.

Scenari inconsueti per sensazioni primarie: freddo e fame; i taralli di viaggio hanno assolto alla loro funzione lungo la via, ma ormai abbiamo bisogno di cibo vero, caldo. In un’aria sospesa usciamo nel deserto cittadino e, costeggiate le mura monumentali, entriamo in centro per uno degli antichi varchi – scopriremo l’indomani che il nucleo originario di Jajce è una strada-segmento tra due porte, l’una di accesso al Nord, l’altra al Sud.

Nell’aria il rumore dei nostri passi e il ticchettio delle unghie di Tea; un nugolo di adolescenti vocianti passa e sparisce veloce come è comparso; costruzioni basse, pietra e legno, malta e canne, tetti spioventi, qui tra una manciata di settimane inizierà a nevicare, parecchio; il piccolo minareto in legno con altoparlante bene in vista. Poche luci soffuse, tranne un angolo illuminato da un bancomat, l’unico elemento a noi familiare in un panorama alieno, una visione alla Juan Miranda di fronte alla Banca di Mesa Verde in Giù la testa di Sergio Leone. La valuta corrente in Bosnia è il marco, valore 51 centesimi di euro, ma noi in tasca abbiamo la nostra moneta unica e le kune croate; richiamo alla mente quanto letto nella guida: “Nei centri più grandi spesso sono accettati anche gli euro, ma potreste ricevere marchi in resto; pos e bancomat sono generalmente molto diffusi”. La macchina elettronica per il prelievo di denaro, l’unico vero punto luminoso sul nostro orizzonte visivo, emana aloni verdi e mistici: vado a procurarmi quattrini autoctoni. E mi ritrovo in mano volti ignoti che mi guardano dal mazzetto di banconote color pastello. Dopo quasi 20 anni di euro, questo fatto dei soldi diversi mi impressiona sempre; proprio come la frontiera, il limes mentale che si fa fisico, tangibile, sotto forma di file di camion, di automobili, di tempo perso.

Fame, necessità di caldo e di cibo: l’altro punto luminoso all’orizzonte è un locale rischiarato da lampioncini. Sarà la via più rapida per nuovi attimi di straniamento e per un ulteriore confronto con il relativismo culturale. «Portate fuori quel cane e andatevene anche voi, immediatamente!»: gli occhi e la bocca dell’oste gridano, ma il suo sguardo luciferino urla ancora di più. Egli presta nel modo peggiore corpo e voce a quanto letto nella guida: Bosnia, luogo moderatamente pet-friendly e, in ogni caso, prima chiedere. Nella bruma di Jajce, non potevamo ancora sapere che Tea a Sarajevo avrebbe riscosso diffuso successo tra grandi e piccini, tanto stupiti ed emozionati nel vederla da richiedere spesso foto e “posso fare una carezza?” nella lingua dei gesti e dei sorrisi. A oggi, rimangono ignote le ragioni di tanta simpatia, se l’aspetto dolce di Tea, se la combinazione tra pelo nero e guinzaglio/imbracatura rosso fiammante, se la sua sola presenza a spasso per le strade di Sarajevo (in effetti, di cani domestici in giro da quelle parti non ne abbiamo visti granché).

A Jajce, in quel momento, però, tutte e quattro usciamo dal locale con la coda tra le gambe e le orecchie abbassate. Non facciamo in tempo a ripigliarci dal rifiuto che ci viene incontro lui: il cane randagio. Eccola qua, l’altra questione critica segnalata dalla guida, materializzata davanti a noi nel cupo deserto novembrino della città alle ore 22. Un enorme placido arruffato cane fulvo, dal muso bonaccione e dalle zampe corte. Calma e gesso, sembra tranquillo, annusa tutte, continuiamo a camminare; Tea per indole ostenta indifferenza e contegno aristocratico, non un abbaio non un ringhio; nessuno fiata, né umani né mammiferi a quattro zampe. Poi Junior, con abile e calma manovra, si prende in braccio la barboncina: siamo nel frattempo arrivate a una panetteria, ma vista la reazione dell’oste di poco fa, meglio non rischiare, loro rimangono fuori insieme al randagio fulvo, più curioso che aggressivo.

Morale: consumiamo la lauta cena acquistata a caso – impossibile decifrare i cartellini esplicativi in bosniaco – a base di pane al burro, pane al sesamo, pane dolce, una specie di rustico, accasciate sul divano della nostra momentanea casa, in compagnia della stufa a pellet ribattezzata Efesto.

(Post e foto di Eva Ponzi)

Zagabria – Jajce – Sarajevo (e ritorno) in automobile, viaggio per tre donne e un cane (Tea)
Senza l’insistenza e l’entusiasmo di Junior chissà quando lo avremmo fatto

venerdì 25 settembre 2020

Come sarebbe, buffo?

Quando nella notte dei tempi gli elfi neri quattrocchi forgiarono, invece di martelli frantumatori, le Frasi Fatte da disseminare ad ogni anfratto di mondo per soccorrere l'esigenza di sintesi da parte di spettatori esultanti, non mancarono di pensare al tizio (moi) che, una manciata di exaannum dopo, alla fine della visione integrale della serie tv «I Soprano», si sarebbe trovato ad esclamare: "Ecco, Friðþjófr, un'opera-degna-della-sua-fama".

Rimandavo il recupero perché ad un certo momento i film di mafia m'erano andati in uggia, poi quasi un anno fa son partito e fui da subito avvinto tra le spire dell'artefice David Chase (fu De Cesare), Minosse dalla lunga coda e la smorfia risentita a stanarmi vizi condivisi e simpatie sospettosamente riposte, fin da subito tra le sue spire fui avvinto tanto che per protrarre il disagevole godimento ho inframmezzato le sei stagioni con altre serie più recenti. Quindi c'è stata, grazie dio, la prima stagione di Legion (come una coppa gelato after eight con spruzzi di panna montata), una gran baldoria di scrittura regia recitazione (le prime tre stagioni di Better Call Saul), la prima stagione di Mr. Robot (esteticamente soggiogante ma dagli assunti parassitari e dai proclami paludosi), The Leftovers per intero (serie che s'incaparbisce nel farti cacciar fuori lacrime come un allevatore sadico strizza l'ultimo latte da una vacca stenta, ma c'è Carrie Coon), e giù ad incappare nell'occasione sprecata (la prima stagione di Penny Dreadful), nello 'stiabnormicazzi (la prima di Big Little Lies), e nel ludibrio (l'ultima di House of Cards). 

E in The Young Pope

Soprano

La visione di tutte queste serie aveva comunque un fine interlocutorio, un modo per riprendere fiato dalla chiassosa funerea sarabanda italoamericana, che è stata fucina di talenti (vi hanno scritto Matthew Weiner creatore di Mad Men e il Terrence Winter di Boardwalk Empire, entrambe stupende variazioni sul tema della serie di Chase ma che, a differenza di quest'ultima, pur sfoggiando uno sfondo maggiormente variegato e cangiante, non hanno mancato di girare a vuoto per lunghi tratti: mai è successo con I Soprano, che subito ti disarma subissandoti di parole e ti stende con le ininterrotte sventagliate della sua turbinosa umanità - gli impulsi frenati per sessanta minuti e infine sfogati immancabilmente a danno altrui, le montagne russe dei sentimenti, almeno un'ammazzatina a puntata, le sfuriate epocali e le richieste di perdono e di affetto, effimere, un'eterogeneità di registri armonizzati in un distintivo e compatto contrappunto intonato da un coro di voci sovreccitate), influente sulla TV a venire ma ancora coi piedi in quella passata, con le trame verticali (magari non sempre convincenti ma quasi mai a perdere grazie a conseguenze che ricadono a distanza di stagioni intere, rielaborazioni in sogno e nel delirio, e le sempre ben centrate apparizioni fantasmatiche) e la regia al servizio della scrittura (confezione sempre più sofisticata ma che mai s'infighetta nella stilosità che tenta di compensare la scarsezza dell'impianto). 

Sei stagioni per giungere alla conclusione che non si cambia per un cazzo. O se si cambia, lo si fa in peggio

Il pessimismo di David Chase innerva tutti gli snodi narrativi giunti o meno alla loro risoluzione, e contempla tutti i personaggi nel momento in cui li si lascia sulla scena (tutti i personaggi! pure i figli per cui ci si giustifica nell'obbrobrio: futuri adulti senza personalità, opportunisti e inconcludenti), la consapevolezza di sé (quel che distingue l'uomo dalla bestia) è un intralcio all'esistenza, nei rapporti con chi amiamo siamo tutti un po' mafiosi, un po' strozzini, quando non ci rassegniamo al fatto che ai nostri sentimenti non si risponda nel modo che esigeremmo, il senso di colpa per quanto vagamente sofferto è un fastidio, e alla terapia psicoanalitica che pretenderebbe di riacciuffare la stabilità emotiva dal caos della notte della mente è riservato un anticlimax beffardo che lascia attoniti.

David Chase
Lo sceneggiatore David Chase

E il bello è che questa visione di degrado esistenziale non è ridondata dal tono generale, mai le battute perdono lo smalto della migliore commedia, mai i caratteri si involvono nella sterile autocommiserazione, fino alla fine ci si appassiona, e si ride, si ride amaro e si ride bastardo e si ride macabro, mi sfugge di dire: «E' proprio buffo», e Chase si fa di colpo serio: «Come sarebbe, buffo?... Buffo come un pagliaccio, ti diverto? Ti faccio ridere? Sto qua per divertirti? Come sarebbe, buffo?». Mi si ghiacciano i ventricoli cardiaci al solo pensiero di quella sua smorfia risentita. 

Questo per marcare la differenza con il Refn di Too Old to Die Young il quale (fuor dei benvenuti momenti di farsa e delle derive visionarie) pareggia stile e contenuto, illumina il suo mondo con neon che hanno i colori della decomposizione che si riflettono sulla bava che cola a ventaglio in punta di mento dello spettatore esanime davanti al pc, e doppia la violenza pervasiva del contesto con una retorica da trombetta dell'apocalisse, alla lunga finendo per assomigliare non ad un profeta di sventura ma al compagno di classe emo che hai imparato a tenere a distanza non solo perché ha l'alito che puzza di Geenna e ascolta musica nefanda ma perché il rettotono è la fiamma bassa sui cui cuociono le tue uova barzotte.

Il teatro di Chase invece, per quanto il senso di accoramento sia alla fine della fiera debordante, è percorso da un vitalismo che mai demorde, per quanto si muoia sparati, sgozzati, con la mascella divelta dopo averle fatto mordere il marciapiede, esplosi, accoltellati, pestati a morte e con una mazza da baseball infilata su per il retto, avvelenati, soffocati nel proprio sangue, col laccio o con le mani-tenaglie al collo, gettati ai pesci o nella calce viva, per quanto ci si inculi col sorriso, tutti lì s'affannano a vendere cara la pelle e nel frattempo ad intrattenere l'ospite spettatore, il taglio realistico è stilizzato in copioni d'altissima fattura, alcune puntate si aprono con dissolvenze dal nero emozionanti quanto il lento spalancarsi di un sipario, si recupera dalla ritualità antica l'alternanza di convivio ed esequie, ci si immedesima in Corrado Junior come in Iago. E noi si assiste con la spiccia volubilità che, nel giro di due inquadrature, passa dall'empatia per questa torma di assassini e merde umane al bramare che una nemesi tremenda si abbatta presto sugli stessi, e sui cari che li circondano, fradici di arroganza egotismo avidità insipienza e ipocrisia, quanta ipocrisia...

Comunque c'è tanto e tanto e tanto di cui stupirsi e di cui applaudire in questi 86 episodi, dall'incipit con lo starnazzare delle anatre nella piscina di casa Soprano all'ineluttabile trillo del campanello all'ingresso del diner, e quel primo piano segato via che è la migliore delle chiuse, in assoluto.

Le ultime parole le dedico al mio personaggio preferito, un concentrato di spregevolezza dietro un faccione simpatico. Una figura esemplare in quanto la sua stronzaggine è a quanto pare gratuita (non ha la mente psicopatica di Paulie né l'animo dissestato di Christopher, non deve far fronte alle responsabilità del consigliere Silvio né ha ragione di considerarsi un guerriero in una guerra atavica come Tony), e non basta essere consapevoli da che famiglia è stata generata. Agisce da carogna come respira, e ci si chiede se dietro quegli occhi scuri spiri nel vuoto l'ottusità o dilaghi la disperazione. 

È Janice Soprano, la sorella maggiore del boss, che dio ce ne scampi.

(Post di Giovanni Grandi)

lunedì 1 giugno 2020

Ed era come un mal di Bosnia #2

Seconda parte

La guida c’è, la mappa stradale pure, ma la Bosnia, la Bosnia… Solo pensieri sparsi, senza una coerenza. Paolo Rumiz. Cercare tra i suoi libri le parole per il viaggio. La cotogna di Istanbul. Ballata per tre uomini e una donna. Primo foglio bianco, in alto a destra a lapis: Eva, Lecce, 28-II-11. Altro viaggio intenso. Tore e io ci eravamo addottorati mesi prima, quello era il turno di Chiaretta, si chiudeva una fase della vita, ma noi ancora non lo sapevamo; brindammo, mangiammo e ci divertimmo come sempre era accaduto in tutte le nostre trasferte salentine degli anni precedenti. Ora mi accorgo che quella è stata anche la mia ultima volta laggiù. Aver ripreso in mano oggi La cotogna è un cerchio che si chiude (ma il Salento e il cerchio chiuso sono un’altra storia). Ho messo Rumiz in valigia insieme a una pila di maglioni di lana. Lo avrei riaperto, ri-commovendomici sopra, solo nelle notti di Sarajevo.

Viaggiare di sera, incontro alla notte, in un posto del quale sfugge qualsiasi coordinata, ha un effetto straniante. Il tempo si espande, il paesaggio sparisce e con esso ogni riferimento, solo la strada illuminata dai fari al di là del parabrezza rimane reale, concreta. La strada, il rumore del motore, tutta la parte femminile della mia famiglia in macchina con me, il respiro di Tea placida sul sedile. L’asfalto, la mappa stradale bene in vista, il buio, ognuna di noi pensava pensieri suoi, ci avvolgeva l’oscurità; io lo sentivo che eravamo in apprensione perché l’andare sembrava lungo e la domanda “sarà la strada giusta?” di notte ha tutta un’altra intonazione. Mi sono decisa ad attivare il navigatore informatico, che è stata un poco una resa all’inquietudine e un poco un’illusione di controllo su una geografia ignota. Jajce era a metà strada. Noi percorrevamo una striscia di asfalto chiusa a sinistra dal fiume Vrbas – bagliori neri quando il suo corso diveniva perpendicolare alla nostra via – e a destra da uno sperone roccioso alto e continuo, presenza incombente solo percepita. Acqua asfalto roccia acqua asfalto roccia, sporadiche luci, acqua asfalto roccia, aggregati di casette, acqua asfalto roccia, piccole centrali idroelettriche, acqua asfalto roccia. Un paesaggio che di giorno sarebbe stato mozzafiato.

La Vrbas ci indicava la direzione verso Jajce, quasi al centro del paese, città della Federazione di Bosnia ed Erzegovina appena dopo il confine interno con la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina (la geopolitica da quelle parti è ancora un affare complesso e di ardua comprensione).

L’acqua era la via: mirabilia di Jajce è infatti un sistema di cascate naturali che segna il centro cittadino, laddove la Vrbas confluisce con la Pliva, perché la storia di queste terre è anche storia di fiumi che si rimescolano di continuo e il nome stesso del paese è preso in prestito da uno di essi, la Bosna. L’alone di umidità all’orizzonte, oltre il parabrezza, annunciava la meta, in perfetta corrispondenza con quanto segnalato dal navigatore informatico. Jajce, ore 21.00 circa, novembre, un presepe deserto e brumoso. Ci siamo guardate un poco attonite, negli occhi di tutte un interrogativo: ma dove siamo? L’impressione di essere state prese e catapultate in una diversa dimensione spazio-temporale. Totale silenzio, luci basse, foschia diffusa, fame molta, curiosità mista a sorpresa, le mura della città vecchia, una piccola moschea con minareto di legno. Abbiamo iniziato a ridere. Tea ci osservava, con la sua testina mobile piena di occhioni neri dietro al pelo perennemente arruffato. Chissà lei cosa stava pensando.

Post di Eva Ponzi

Zagabria – Jajce – Sarajevo (e ritorno) in automobile, viaggio per tre donne e un cane (Tea)
Senza l’insistenza e l’entusiasmo di Junior chissà quando lo avremmo fatto

mercoledì 8 aprile 2020

Ed era come un mal di Bosnia #1

Prima parte

Al tramonto, il muezzin ci ha sorprese sulla Sava che tiene insieme i Balcani in orizzontale prima di arrivare a mescolarsi con il Danubio. La Sava, confine naturale, burocratico, delirante, tra Croazia e Bosnia Erzegovina. Tra l’Unione Europea, seppure lì ancora a ‘statuto speciale’, e un luogo localizzato con incertezza sulla nostra mappa mentale del Continente. Abbiamo attraversato il ponte sul fiume, intercapedine / spazio franco / lingua di congiunzione, e il richiamo serale alla preghiera ci ha avvisate che un mondo diverso ci si stava facendo incontro. Ignare che la profondità balcanica aveva appena iniziato a rimodellarci.
Un viaggio quasi alla cieca, quasi improvvisato, senza il tempo sufficiente per inserire in un contesto più preciso cose sparse come: la guerra degli anni ’90, gli Ottomani, Gavrilo Princip e Franz Ferdinand, Bregović e Kusturica (nel frattempo naturalizzato serbo, perciò no, Kusturica va espunto dall’elenco), la Jugoslavia e la fine del Comunismo, i bosniaci.
Nessuna guida verde Touring in soccorso: della Bosnia Erzegovina, semplicemente, non esiste. «Tra tutti i paesi dei Balcani, è il meno turistico», mi spiega l’omino Touring del punto Touring in piazza Santi Apostoli a Roma, la miniera dalla quale normalmente attingo prima di partire. Ripiego allora sull’unica documentazione possibile, un volumetto tascabile, ma non leggero, di carta lucida con pagine fitte di un carattere tipografico minuscolo: Marco Vertovec, Sarajevo e la Bosnia Erzegovina, anno 2019. Lo sfoglio un poco per coglierne il grado di affidabilità; leggo qua e là, noto che è pieno di dettagli, di minuziose proposte di itinerario, di cartine e di piccole mappe. Lo prendo, insieme all’immancabile gigantesca carta stradale, ché noi siamo veteroviaggiatrici e googlemap è solo per i momenti di sperdimento (non potevo saperlo, ma stavolta il navigatore informatico sarebbe stato di grande aiuto al navigatore umano, cioè io nel ruolo che mi è consueto in queste occasioni).

Informazioni utili e usanze gastronomiche, le prime letture appena apro la guida di un paese o di una città che non conosco.
Informazioni utili (cito a memoria, qui e oltre): «Se pensate di addentrarvi in uno degli innumerevoli e suggestivi percorsi che caratterizzano le colline di Sarajevo, fatevi accompagnare da qualcuno che conosce bene i luoghi. Il territorio non è ancora del tutto bonificato dalle mine». Va bene, forse ho letto male, riprendo il periodo daccapo. «Se pensate di addentrarvi … mine». Ah.
Tea, di spalle
Continuo a leggere: «La Bosnia Erzegovina è da tempo afflitta dal problema dei cani randagi; le autorità stanno tentando di porvi rimedio, ma le difficoltà sono ancora molte. Muovetevi perciò con cautela in caso di incontri ravvicinati del terzo tipo e siate ancora più prudenti se avete un cane con voi». E con noi, per la prima volta nella storia della nostra famiglia, un cane in effetti c’è. Bene.
Proseguo: «Rispetto agli standard ai quali siamo generalmente abituati, in Bosnia Erzegovina cani e luoghi pubblici vivono un rapporto molto dialettico. Ricordatevi sempre di chiedere se il cane può fare con voi ciò che voi vi accingete a fare». Già, penso, per l’Islam i cani sono animali impuri – benché permangano controversie interpretative al riguardo – e la Bosnia Erzegovina è un paese a maggioranza musulmana.
Aggiungo all’elenco delle ‘cose senza coordinate’: mine, cani randagi, pet-friendly con moderazione, Islam.
Sulle usanze enogastronomiche per ora soprassiedo, ma posso senz’altro affermare che, al pari della turca, la cucina bosniaca è tra le migliori e più commoventi del nostro Continente (almeno tra quelle che ho avuto occasione di assaggiare).

Abbiamo tagliato il paese in verticale, prima verso sud poi verso nord per due diverse direttrici, su impeccabili autostrade e strade statali (lo ammetto, ne sono rimasta sorpresa). I fiumi che reticolano quelle terre ci hanno sempre segnalato il percorso, infuocato dall’autunno. In alcuni momenti, abbiamo constatato divertite che tutto ci sembrava Umbria; ma i cimiteri, diffusi ovunque, ci ricordavano di continuo che eravamo in un diverso centro geografico.
Tre donne e una cagnetta on the road, e le soste tecniche divengono subito epica. La scelta casuale dettata dalla necessità ci ha portato in locali di dubbia frequentazione, tutta maschile, tutta alcolica, tutta densa di fumo, tutta composta, in un’aria spesso satura di musica techno-balcanica sparata a volumi indicibili. La qual cosa si è rivelata un vantaggio: voce e orecchie diventano inutili perciò l’assenza di una lingua in comune non è più un problema, i gesti rimangono l’unica via di comunicazione praticabile.
Jajce
Il copione era questo: io, Senior, andavo in avanscoperta, Junior teneva Tea, Seniorsenior attendeva il cenno ‘si può fare’. Aprivo la porta, sorridevo, entravo con cautela nel tentativo di cogliere l’insieme del panorama. Sospensione di perplessità al mio ingresso, teste ruotate, archi sopraccigliari aggrottati e occhi stretti tra le palpebre, sguardi da saloon, gesticolavo «abbiamo bisogno di un bagno + c’è un cane con noi», ancora sospensione. Quindi iniziava la fase di reciprocità nella comunicazione, con braccia e dita mosse all’indirizzo della toilette. Si può fare. Commiato: il Mediterraneo incontra l’Entroterra. Il nostro festival labiale di hvala hvala (grazie grazie) tra mezzi inchini e diversi sorrisi trovava in risposta lievi cenni del capo e un’aspirata di sigaretta. Ospitalità discreta, gratuita, con sapone-carta igienica-fazzoletti per asciugarsi le mani sempre al posto giusto e ogni volta, immancabilmente, fare i conti con il proprio pregiudizio, ché siccome si è nel nulla nel mezzo della Bosnia si pensa che le toilette debbano essere borderline come quelle nostrane.    

[qui trovi la seconda parte, la terza e la quarta]

Post e foto di Eva Ponzi

Zagabria – Jajce – Sarajevo (e ritorno) in automobile, viaggio per tre donne e un cane (Tea)
Senza l’insistenza e l’entusiasmo di Junior chissà quando lo avremmo fatto

sabato 21 marzo 2020

Consigli di lettura in tempi di clausura


Al tempo del Corona Virus gli inviti ad andare a pescare un buon libro si sprecano. Sarebbe bello se questa buona pratica sopravvivesse al virus, ma già sappiamo che probabilmente non sarà così, come per tante altre cose buone che nella disgrazia conosceremo e impareremo. Ad ogni modo cogliamo l'attimo, e il bene che ne consegue, per il momento è il meglio che possiamo fare.
Il punto piuttosto è: con tutto questo tempo, finalmente cosa leggo? Sento pareri arrivare da chiunque, sembrano grandi esperti, tuttavia segnalo che per avere contezza di quel che si propone, bisognerebbe aver letto anche prima del Covid-19, altrimenti si rischia di fornire consigli imprecisi e giudizi parziali. Sentivo qualcuno stamattina alla radio che lanciava delle pillole di letteratura e incidentalmente è saltato fuori il titolo di un romanzo «in cui si bruciavano i libri, quello di Truffaut, Fahreneit...» e poi un numero intero a caso. Un filino impreciso.
Per dare un contributo modesto, ma puntuale, trovate in fondo elencati alcuni titoli recensiti nel corso dei dodici anni di vita del VoltaPagine, titoli dei quali ancora serbo un ottimo ricordo, per cui possono diventare suggerimenti con un minimo di solidità alle spalle. 
Ma come procurarsi i libri? Le librerie on-line mi risultano siano attive, però certo non saprei garantire sui tempi di consegna. Allora potrebbe essere l'occasione per sperimentare la lettura di un ebook, scegliendo appunto di scaricarlo sul computer o sul tablet tramite uno dei vari negozi on-line. Altrimenti verificate i servizi di prestito digitale offerti da diverse biblioteche, come ad esempio l'Emilia Digital Library. Una volta recuperato l'ebook, per leggerlo vi basterà aver installato Adobe Digital Editions, un software gratuito che potete scaricare qui o dallo store del tablet.
Ed ecco la selezionata dozzina con relativa recensione:

Niccolò Ammaniti, Che la festa cominci, Torino, Einaudi, 2009
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Muriel Barbery, L’eleganza del riccio, Roma, e/o, 2007
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Thomas Brussig, Litania di un arbitro, Roma, 66thand2nd, 2009
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Omar Di Monopoli, Uomini e cani, Milano, Isbn, 2007
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Frans Kellendonk, Corpo mistico, Villa San Secondo (AT), Scritturapura, 2007
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Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra, Milano, Feltrinelli, 2003
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Paolo Piccirillo, La terra del sacerdote, Vicenza, Neri Pozza, 2013
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Claudio Piersanti, Il ritorno a casa di Enrico Metz, Milano, Feltrinelli, 2006
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Carlos Ruiz Zafón, L'ombra del vento, Milano, Mondadori, 2004
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Carola Susani, Eravamo bambini abbastanza, Roma, Minimum Fax, 2012
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Giorgio Vasta, Il tempo materiale, Roma, Minimum Fax, 2008 (segnalo anche la graphic novel tratta dal romanzo: Luigi Ricca, Il tempo materiale, Latina, Tunué, 2012)
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Enrique Vila-Matas, Dublinesque, Milano, Feltrinelli, 2010
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domenica 8 marzo 2020

Il destino del Milite Eterno


Per quel che ne so (ho smesso coi videogiochi a dieci anni, avevo l'Atari 2000, ricordo le partite di tennis in cui la palla era un quadratino bianco che passava da una parte all'altra della rete divisoria e quando il giocatore - che era una lineetta - lo colpiva faceva puk ... puk ... puk ... puk ... nel silenzio del sepolcro: ai tempi ancora nessun variegato brusio di sottofondo da parte del pubblico tifoso) il videogioco consiste di base in un avanzare implacabile da una situazione all'altra superando ostacoli. Per cui sì, il riferimento alle dinamiche dei videogiochi in 1917 di Sam Mendes c'è - se ne ha piena contezza quando uno dei due giovani soldati chiede all'altro a malapena sopravvissuto al crollo della tana tedesca: «Vuoi continuare?» e la domanda potrebbe pulsare sulla parte alta dello schermo: sì o no? - ma il riferimento è consapevole, e consapevolmente lo si contrasta nella sua essenza di immersività e sguardo proiettato in avanti, come in quel momento appena dopo la morte di uno dei due giovanotti, mentre se ne trasporta il cadavere nel giaciglio di erba folta si scorge sullo sfondo l'orto dei ciliegi che i due poco prima avevano attraversato chiacchierando inconsapevoli e il film ti spinge a risalire mentalmente il filo della loro corsa vissuta in un ininterrotto piano sequenza e pensare: in quel punto (di uno spazio e di un tempo che lì a due passi paiono ancora vibrare della presenza di entrambi) il giovane che rievocava il pollice verde della madre ora giace grigio in faccia nell'erba folta, così riuscendo ad acuire la percezione non solo dell'indeterminatezza dell'esistenza ma della sostanziale ambivalenza di vita o morte del ruolo di Milite Ignoto.
Quando è iniziato il film mi ero ripromesso di badare al lato tecnico immaginandomi a fianco della mdp del magno Deakins ma ad un certo punto mi son lasciato sfuggire l'intento, questo significa che mi ha coinvolto emotivamente (a proposito di Mendes rammento bene che Era mio padre mi aveva lasciato freddo quanto le cosce di una strega strette alla sua scopa in volo nel cielo sopra Pendle Forest), però non credo che il fine sia quello di smuovere l'emotività. Per questo il riferimento al videogioco non ha nulla di importuno, fa riflettere anzi sul loop in cui i soldati si prestano a farsi carne da macello, è rappresentazione stilizzata di un universo chiuso qui senza possibilità di interazione in cui più che le gesta contano le ambientazioni elegiache o di infernale onirismo o di stasi, tutti fermi ad ascoltare un canto funebre e fidente in un aldilà che si teme non spezzi affatto il filo narrativo che tutti imbriglia, e l'apparizione fantasmatica di vittime civili figlie di nessuno, ciascuno interpretando il proprio ruolo come gli automi nei parchi a tema di Westworld ma senza speranza di emancipazione, e il finale non concede per nulla il sospiro di sollievo di un game over, rimarcando la condizione di emergenza e vulnerabilità senza sbocco del Milite Eterno.


1917, regia di Sam Mendes - 2019
Post di Giovanni Grandi


mercoledì 5 febbraio 2020

Viva viva viva l'Inghilterra

Della prima volta ricordo i monumenti – già mitici per via di letture infantili, su tutte In giro per il mondo di Richard Scarry, e per i racconti di viaggio dei nonni –, gli scoiattoli nei parchi e gli orribili panini che ci preparavano i nostri ospiti, pieni di quel formaggio fatto a vermicelli che ancora oggi genera in me un persistente ribrezzo. Gli impianti sportivi della scuola, dove davo sfoggio delle mie abilità di tennista mancina, e i cimiteri curati e sobri; gli enormi gabbiani con i quali di tanto in tanto condividevo il fish and chips, mangiato sulla spiaggia di fronte a un mare freddo e spesso agitato. Entrarono di diritto nella categoria mirabilia anche gli assorbenti distribuiti automaticamente nei bagni delle ragazze, pensai che fossero testimonianza di una civiltà avanzata, nonostante poi vivesse con la moquette dentro casa, ovunque.
Partii con l’Agatha Christie di Poirot a Styles Court e la guida verde Touring nella borsa (gli adulti accompagnatori trasecolarono), i Beatles di Abbey Road e i Queen di A night at the Opera nel walkman (unica, in tutto quel gruppone di tredici-quindicenni che impazzivano per gli Ace of Base di All that she wants, senza che questo fortunatamente scuotesse le mie fondamenta adolescenziali).
Ancora non sapevo che si trattava forse della prima manifestazione di una abitudine che conservo ancora oggi: per il viaggio, musica e libri evocativi.
Tornai che naturalmente non conoscevo una parola in più della lingua, ma mi ero misurata con tutto il resto.

L’impatto fu tanto forte che una manciata di anni dopo l’intera famiglia partì alla volta dell’Isola; ci attendeva un hotel sito a Elephant & Castle, una specie di casermone degno di un film di Ken Loach. Il momento della colazione era parimenti da cinematografo: un uomo di colore (e già questo mi sembrò incredibile) smistava con piglio carcerario le persone da ammettere alla sala, attento a che nessuno si introducesse prima che lui avesse controllato il tesserino associato alla chiave della camera. E noi di camere ne avevamo due, e pure quella fu credo una prima volta: le due sorelle a dormire totalmente da sole in un albergo, cioè, a parlottare fino a tardi e a ridere, introducendo una consuetudine mai più abbandonata. La notte era piena di sirene e di allarmi, suoni per me completamente inediti e che da allora associo alla colonna sonora delle grandi città.
A volte mi sembra ancora di sentire l’odore e il sapore di un terribile panino mangiato a Chinatown, dall’impasto dolce mescolato a pezzetti di una non meglio identificata pancetta; un’impressione nauseabonda attenuata solo dalla bellezza dei gesti dei cuochi in vetrina, che trattavano anatre glassate e totani arancioni (!) con la grazia di chi si accosta a corpi ancora vivi. Trascorsi tutta quella vacanza vestita con coloratissimi abiti di seta indiana, usciti in grande quantità dagli armadi di mamma, e animata dal continuo stupore per le persone tutte diverse che vedevo brulicare intorno a me.
Varietà e libertà, e a quindici anni Londra divenne la città del cuore (solo da qualche anno il podio è stato riassegnato: Parigi, ma questa è un’altra storia).

Fotografia anarchica (agosto 2007), per gentile concessione dell’occhio prensile e appassionato di Tore Sansone

Quindici anni: quanti ne aveva la Junior quando partimmo da sole, io ventenne e lei, in un soggiorno londinese nel quale non successe nulla di incredibile, poiché la follia era già nelle sue stesse premesse. La valigia era piena di cibo in scatola, che con cura certosina dividemmo per le dieci cene consumate nella nostra camera in un sottoscala di un hotel a Kensington – “ché è importante che stiate centrali, in un posto comodo e curato”. Oggi litigheremmo con il receptionist per farci cambiare l’alloggio, allora iniziammo a ridere senza requie. Il letto a una piazza e mezza coincideva con la metratura della stanza e ci toccò stare sempre con la finestra chiusa perché affacciavamo su un semaforo pedonale – o meglio, il semaforo affacciava sui nostri vetri. Però il ragazzetto rosso di pelo che ci serviva la colazione ci prese in simpatia, così ci onorava di abbondante cibo e di sorrisi.
Girammo la città in lungo e in largo, con tubi di Ringo e di Prince sempre nella borsa, tanto per variare la nostra dieta essenzialmente a base di McDonald e di fish and chips; usavamo le cabine rosse per chiamare a casa e avvisare che “qui va tutto bene, ci stiamo divertendo e vediamo tante cose”, tacendo che Junior aveva una certa immotivata apprensione per i soldi. Temeva che finissero da un momento all’altro, nonostante le mie ben note qualità di amministratrice attenta e parsimoniosa. Fu per questo che non riuscii a convincerla ad acquistare a Soho una bellissima parrucca corta nera con ciocche viola, molto molto chic: le stava benissimo e, poiché allora ella sfoggiava capelli di volta in volta mezzi verdi, mezzi rossi, mezzi blu, quella spesa mi sembrava perfettamente in linea con il suo look dell’epoca. La paura finanziaria inibì invece anche me, quando tra gli scaffali di una libreria scovammo una vecchia edizione di On the road di Kerouac: ci limitammo a fotografarla perché davvero non si poteva fare altro. Il testone di Karl Marx ci accolse all’Highgate Cemetery, casa Freud ci aprì le sue porte e Abbey road ci offrì le sue zebre, dopo un’attesa estenuante ché in quel momento tutte le automobili di Londra avevano deciso di passare da lì.
Di alto livello, ma pur sempre freak, entrammo un pomeriggio in una raffinatissima sala da tè, dopo essere state incollate per un poco alla vetrina, nel tentativo di capire se le nostre scelte in fatto di abbigliamento avrebbero potuto essere compatibili con il luogo. Non lo erano, è chiaro, ma un cameriere in livrea, dopo un primo momento di sbandamento subito ricacciato con aplomb British, ci accolse con tutti i crismi del caso, mentre Junior e io continuavamo a ridacchiare, soddisfatte per la nostra impresa. Non ripartimmo prima di aver visitato il Globe Theater e la Tate Modern che allora si stagliavano quasi in mezzo al nulla, in contrasto visivo con il pieno della City dirimpetto.

È stato un corto circuito quando sono tornata da quelle parti dopo un’assenza di quindici anni (mi accorgo solo ora che, in questa storia, è una cifra costante). Quel nulla si era nel frattempo riempito di nuovi, organizzatissimi, pezzi di città, con nuovi ponti, nuove costruzioni, nuove strade. Il Millennium Bridge, per me nuovo pure lui, mi offriva una prospettiva diversa. Ho avuto la sensazione di ri-incontrare una persona molto cara senza riconoscerla subito, per poi afferrarne ancora la vecchia sembianza da un guizzo nei suoi occhi.

Da anni vagheggio una visita nello Yorkshire (la Cornovaglia è già all’attivo, ma anche questa è un’altra storia): per quanto non sopporti il vento, devo andare a sentire quello che soffia nella brughiera per ritrovarci dentro gli spiriti di Catherine e di Heathcliff.

Pare che stavolta mi ci vorrà il passaporto.

Post di Eva Ponzi


(Devo il titolo baglionesco al multiforme ingegno di Massimiliano Capo)