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martedì 23 agosto 2016

Il piacere di leggere spiegato da un ragazzo

Chiudere in una scatola i libri dell'anno precedente è uno dei riti che chiudono oppure riaprono l'anno scolastico, a seconda del quando preferite gestire il passaggio. In ogni caso, quello che immancabilmente accade ai genitori, è di trovarsi a sfogliare le pagine e far correre lo sguardo sul lavoro compiuto dai figli, magari dedicando un po' più tempo a quei quaderni che durante l'anno erano rimasti a scuola. E' stato così che una nostra lettrice esigente ha scoperto il tema del proprio figlio, alunno di seconda media, dedicato al piacere della lettura e ha ben pensato di condividerlo con noi. A nostra volta lo pubblichiamo, così com'è uscito dal quaderno, senza aggiungere parole che sarebbero superflue. Il titolo è Leggere: sogni su carta.
«Ricordo ancora come fosse ieri quando mia mamma mi leggeva Il grande ponte grigio e il piccolo faro rosso; fu lì che mi appassionai alla lettura. La lettura è ciò che apre la mente senza bisogno di una chiave, ciò che attira come una calamita, ciò che trascina senza spostare. Io adoro leggere. Il profumo delle pagine ed il crepitio della carta mi attraggono e mi allietano, mi risvegliano e rallegrano. Per non parlare poi del desiderio che provo nel vedere un libro.
Tutto questo è il leggere, che aiuta a calmarsi, a immaginare, a ricordare ma soprattutto ad aprire la mente ed a condurla verso obiettivi sempre più alti. Chi non legge non conosce. Non serve leggere solo racconti per arricchirsi. Qualsiasi altra forma di pezzo di carta scritto può essere considerata una fonte di informazioni. Se questa teoria non valesse, beh, non conosceremmo i segreti dei quadri più famosi, non sapremmo dove andare in vacanza, non avremmo idea di come distinguere una pianta dall'altra .. Non conosceremmo nulla. Come pensate abbia imparato a leggere? Ascoltando letture.
Non si può dire di saper leggere solo conoscendo l'alfabeto. Per leggere bisogna immaginare, gustare, assaporare le parole. Di letture ne ho fatte di tanti tipi: ho riso con Marcovaldo, ho visitato luoghi sconosciuti con Viaggio al centro della terra e ho viaggiato con i libri dell'Ippocampo. Non so se diventerò uno scrittore, so solo che non smetterò mai di leggere. Ma perché una persona dovrebbe cominciare a leggere? Beh, se le mie parole non vi avessero convinto, pensate a questo: quale altra cosa al mondo vi permette di viaggiare ovunque stando seduti su una sedia? Se non trovate la risposta, aprite un libro».

martedì 15 novembre 2011

Non era una balena

«C’era una volta un pezzo di legno». Se queste parole non accendono subito in voi la giusta lampadina, allora è tempo che riprendiate in mano quel classico della nostra tradizione letteraria che è Pinocchio. Tutto ha inizio nel 1881 a Firenze, quando Carlo Collodi (in realtà Lorenzini) pubblica a puntate sul «Giornale per i bambini» le sue Avventure di Pinocchio. Storia di un burattino. In quegli anni la scuola dell’obbligo riguarda solo i bimbi fra sei e nove anni, e Collodi è già autore noto, ma anche contestato dalla commissione ministeriale che valuta i testi adatti all’istruzione dell’infanzia; il problema deriva dalla natura dei suoi lavori, troppo romanzeschi «da dar soverchio luogo al dolce, distraendo dall’utile». C’è in atto una sorta di sfida letteraria e pedagogica che vede fronteggiarsi il De Amicis di Cuore e proprio il nostro Collodi. Oggi, ben oltre un secolo dopo – considerando fama e rivisitazioni, e piegandoci ad un gioco criticamente poco serio – potremmo assegnare la vittoria al secondo senza tema di smentita. Pinocchio ha attraversato quasi indenne le epoche, adattandosi a gusti e mezzi fra i più svariati, conoscendo persino una poco nota stagione balilla, documentata nello studio Pinocchio in camicia nera.
Tuttavia il Pinocchio che alberga nel nostro immaginario, quanto è vicino al ‘reale’ personaggio del romanzo di fine Ottocento? L’impressione è che fra essi vi sia lo stesso rapporto che intercorre tra san Nicola (Santa Claus) con mitra e bastone, e il panciuto, rosso e paonazzo nonno inventato dalla Coca-Cola per allietare il nostro Natale. L’invito alla ri/scoperta è d’obbligo per chi, non appena sente nominare Pinocchio, corre ad evocare Walt Disney, il bianco vestito Benigni, oppure il pur indimenticabile Geppetto di Nino Manfredi, senza saper risalire più addietro nel tempo, alle vere pagine di Collodi, ai molteplici accadimenti nella storia di un burattino.
L’inevitabile risultato è il sedimentarsi di varianti che nulla hanno a che fare con la vicenda originale. Un po’ di confronti si possono fare dopo essersi procurati la prima edizione integrale uscita nel 1883 a Firenze dai torchi di Felice Poggi, oggi di nuovo disponibile grazie ad una anastatica della Giunti che riprende testo, illustrazioni e copertina originali. Caso emblematico è quello della balena, dato che in Pinocchio non c’è nessuna balena. Lo sfortunato Geppetto infatti viene ingoiato da un Pescecane (con la P maiuscola) noto come «l’Attila dei pesci e dei pescatori», un vero mostro marino con tre filari di denti. La sua apparizione coincide con un momento di concentrazione faunistica: c’è una capra che cerca di salvare Pinocchio dalle fauci del Pescecane, e subito dopo, nello stomaco dello stesso, il burattino incrocia un tonno, compagno nella sventura (pp. 205-208).
Una parvenza ancor più inattesa, e quasi rimossa dall’immaginario odierno, ha quella che tutti noi chiamiamo la ‘fatina’. «Allora si affacciò alla finestra una bella bambina, coi capelli turchini e il viso bianco come un’immagine di cera, gli occhi chiusi e le mani incrociate sul petto, la quale senza muovere punto le labbra, disse con una vocina che pareva venisse dall’altro mondo: “In questa casa non abita nessuno. Sono tutti morti”» (pp. 67-68). Un’apparizione niente affatto rassicurante e costellata di funeree apparenze, preludio ad altre vicende inquietanti o perlomeno immerse in un’atmosfera che non ci aspetteremmo, oggi, in un racconto per bambini.
La guida più adatta nella caccia ai punti salienti, il migliore Virgilio per una esegesi arguta del testo collodiano, è senza dubbio Giorgio Manganelli. Dalla sua curiosa e variegata bibliografia spunta infatti anche Pinocchio: un libro parallelo (1977), oggi presso Adelphi, la casa editrice che sta man mano ripubblicando l’opera omnia dello scrittore e anglista. Leggere i due testi, appunto, in parallelo – Manganelli segue pedissequamente la sequenza originale dei capitoli – procura una notevole soddisfazione: sembra d’inseguire un’avventura gialla, lo scioglimento di un mistero, sia in virtù della straordinaria penna manganelliana, sia per lo stesso Pinocchio che è «altamente indiziario (…) un libro di tracce» (p. 8). Che la faccenda non sia così lineare, lo svela immediatamente l’attacco del romanzo: «C’era una volta… Un re! No, ragazzi, avete sbagliato». La storia comincia con uno sbaglio, non sappiamo ancora nulla e già veniamo contraddetti, rimaniamo confusi, è messo in dubbio il c’era una volta, «la strada maestra, il cartello segnaletico, la parola d’ordine del mondo della fiaba» (p. 11).
Manganelli si diverte un mondo a scavare, studiare, ipotizzare, a scoprire gli infiniti livelli possibili di interpretazione sotto una superficie che chiunque sarebbe tentato di immaginare posata su una scarsa profondità (e solo un racconto per bambini, no?). Si mette nell’impresa di comporre un «libro nel libro, insieme parassitario e autonomo», che assolutamente non è, come qualcuno potrebbe pensare, «una sterminata dilapidazione di tempo, un vagabondar labirintico ed ozioso». Al contrario esso risponde ad un intento preciso: vuol dimostrare come una pagina, che pare chiusa e limitata fra i suoi quattro margini, in verità «si dilunga e si dilata e sprofonda, ed anche emerge e fa bitorzoli, e cola fuori dai margini. Insomma, se qualcosa divaga, è appunto codesta pagina» (p. 18). Seguire tali divagazioni è questione complicata e divertente nel contempo, riuscire poi a trarne un’opera nuova è un obiettivo che a pochi è dato raggiungere. Manganelli è uno di quelli.
A noi rimane il gusto di una lettura dalla doppia faccia, una molto diversa dall’altra, eppure entrambe avvincenti, ognuna perfettamente congrua con il suo stile e il suo tempo ma capace di danzare al ritmo della compagna, ancorché lontana di cent’anni.

sabato 13 febbraio 2010

La cripta nel parco

Un piccolo principe nell’assurdità della Shoah; l’arguzia di un bambino a caccia di una logica in un mondo divenuto improvvisamente insensato; la lotta dei “giusti” nel tentativo di alimentare una speranza umiliata dagli eventi. Sono molte le definizioni immaginabili, tuttavia alla fine si scopre immancabilmente che ci sono storie di fronte alle quali non si può che alzare le braccia e arrendersi. Anche quando si tratta di storie nelle quali la tragedia rimane sullo sfondo, a incombere sui personaggi senza ferirli troppo. Basta appunto lo sfondo a farci prendere di nuovo dal dolore per tutto ciò sappiamo essere avvenuto.
Il bambino di Noè è un sorso d’acqua fresca e amara, sgorgato dalla particolare combinazione fra lo sguardo di un bimbo e la realtà dell’occupazione nazista in Belgio. La prima parte è intensa, poetica e concitata nel contempo, con alcuni memorabili ritratti (padre Pons, la farmacista atea) e scene - come quella della notte con i genitori nella mansarda a cantare in yiddish – su cui non ti stanchi di far inumidire gli occhi. La tensione narrativa si perde nel seguito, lasciando spazio alla “disputa” religiosa tra ebraismo e cristianesimo che dà un taglio inatteso al racconto e lo fa leggere in fretta, non senza sedimentare riflessioni.
Fra le righe scalpita la necessità di ringraziare, il dovere di rendere omaggio a chi seppe comportarsi eroicamente, e a volte la penna si sforza a tal punto da lasciarsi sfuggire qualche perdonabile leziosità. È l’adulto che fa capolino dietro gli occhi del bambino, e non resiste alla tentazione di inseguire una logica o una morale. Ogni cosa la si vorrebbe simbolica, come nell’episodio del padre sul trattore (pp. 84-85) caricato di una forza evocativa destinata a sgonfiarsi nel finale. Ma le buone lezioni sono molte, infilate fra queste righe. Per parte mia prendo la collezione nella cripta del parco che rimanda per forza ai libri parlanti di Fahrenheit 451: l’importanza della memoria, del passato da preservare, per dare una speranza al futuro.

Eric-Emmanuel Schmitt, Il bambino di Noè, Milano, Rizzoli, 2004.

Le mie chiocciole: @@@

Da regalare: a chiunque, soprattutto in tempi di memorie corte

giovedì 28 gennaio 2010

Un'insensata pruderie

Ad anticipare di qualche giorno la giornata della memoria, è arrivato il polverone sul Diario di Anne Frank. Se nel nostro paese il dialogo latita, molto lo si deve all'uso invalso di sparare prima di chiedere “chi va là”. Ciò accade ad esempio con quasi ogni esternazione di cui si faccia portavoce un esponente della Lega Nord. La levata di scudi è immediata e furibonda, con il risultato di agitare minacciosi stendardi a volte senza sapere bene perché e soprattutto senza entrare davvero nel merito della questione. Quando il deputato Paolo Grimoldi, assillato da un gruppo di animosi genitori, ha presentato un'interpellanza al ministro della pubblica istruzione contro la scuola elementare “Lina Mandelli” di Usmate Velate, deve aver pensato di avere dalla sua tutte le sacrosante ragioni, e mai si sarebbe aspettato una reazione tanto virulenta da produrre un titolo quale  «Abominevole lega», apparso in qualche testata on-line. Ecco: prima sparare – e sparare pesante – poi magari pensare. In effetti ci sono diverse ragioni per ritenere “abominevole” un aggettivo usato in questo caso del tutto a sproposito.
La colpa della scuola in questione sarebbe stata quella d'aver previsto per i propri alunni la lettura di alcuni brani scabrosi del Diario di Anne Frank presenti nella nuova edizione recentemente pubblicata da Einaudi. Diciamo innanzitutto che – a sentire le parole di Marilena Riva, sindaco della cittadina lombarda – c'è la reale possibilità che alla fine della giostra la notizia si riveli del tutto infondata; nella scuola infatti c'è un progetto che prevedeva letture dal Diario, ma nessuna relativa ai passi 'incriminati'. È curioso poi che i genitori – categoria oggigiorno fra le più feroci – abbiano scelto di scomodare un deputato anziché discuterne prima con i responsabili dell'istituto, tanto che il povero Grimoladi, a quanto leggo, avrebbe tentato in prima istanza di ricondurre mamme e papà a più miti consigli, invitando senza successo ad una conciliazione. Ho molta fiducia nelle scelte pedagogiche degli insegnanti italiani e penso che tutta questa vicenda sia frutto di diversi fraintendimenti intrecciati. Da sempre il Diario gira nelle scuole d'Italia e mi immagino che le brave maestre di Usmate Velate l'abbiano proposto ai bambini nel modo in cui andava fatto. Nell'interpellanza al ministro si contesta il fatto che questa lettura non è inerente al programma di storia, ma, che io sappia, dal punto di vista didattico essa rientra nel programma di italiano, in quanto esempio classico di testo in forma di diario. Tuttavia anche queste sono quisquilie e lo stesso Grimoaldi, tacciato di essere quasi un negazionista, ha affermato: «sull’importanza e sulla testimonianza del Diario di Anna Frank credo che nessuno abbia da eccepire». Insomma tante notizie che non lo erano (come direbbe Luca Sofri) e un gran parlare a vuoto, mentre pochi o nessuno si sono preoccupati di prendere in mano il libro, il primo pensiero del lettore esigente.
Come è facile immaginare, la storia del Diario di Anne Frank non è affatto lineare: di esso esistono sostanzialmente tre versioni con rilevanti differenze fra l'una e l'altra che spesso vanno a toccare proprio i brani che hanno turbato il sonno di Usmate. Quella che da sempre si legge fra i nostri banchi è una versione ridotta, molto lontana da quella integrale uscita da Einaudi nel 2002. Non mi stupirei che la distinzione fosse sfuggita a molti, magari all'insegnante medesima a cui interessavano solamente specifiche lettere che già conosceva dalla versione precedente. Sennonché il libro 'nuovo' finisce nelle cartelle dei bambini, un genitore lo sfoglia e incappa nella lettera del 24 marzo 1944: «Tra le gambe in realtà ci sono una specie di cuscinetti, soffici, anche pelosi, che quando si sta in piedi sono attaccati, allora non si vede quel che c'è dentro. Se ci si siede loro si separano e in mezzo è molto rosso, carnoso e schifoso. Nel punto più alto, tra le grandi labbra, c'è una piegolina di pelle, che a guardare meglio è una specie di bollicina, e cioè il clitoride (…) Il buchino è talmente piccolo che non riesco quasi a immaginare come faccia un uomo a entrarci e, a maggior ragione, un bimbo intero a uscirne» (p. 220). Ne seguono lo sconcerto e lo scandalo che sappiamo. Con quanto senso?
Sorvolando sul fatto che la pagina in oggetto probabilmente a scuola non è mai stata letta, trovo che il bombardamento televisivo medio a cui è sottoposto oggi un bambino di quarta elementare lo renda molto ben attrezzato nei confronti di un testo del genere. Soprattutto mi sembra di nuovo di trovarci di fronte a parole usate in maniera impropria: «credo che quelle pagine per bambini di nove anni si possano definire hard» (Grimoldi, per favore!). Un lieve smarrimento lo concederei, ma forse più di sorpresa per il fatto di trovare una tale descrizione in un oggetto “scolastico”, piuttosto che di vero turbamento per una disamina tanto minuziosa quanto innocente. Non vorrei tuttavia si esagerasse in senso opposto, come in parte ha fatto il dirigente vicario dell'istituto Claudio Redaelli parlando di: «descrizioni in termini talmente ingenui». All'epoca Anne aveva comunque quattordici anni, e cinque anni di differenza sono un abisso nel delicato passaggio fra infanzia e adolescenza. Insomma, prendiamo un bel respiro e cerchiamo serenamente di dare delle misure. È giusto che Anne sia quello che era: una ragazzina alla ricerca del suo primo amore e alle prese con le prime pulsioni sessuali (così infatti viene rappresentata, guarda caso, in un recente sceneggiato trasmesso dalla BBC). È altresì giusto però raccontare a bambini di nove anni storie da noi adulti giudicate adatte alla loro età, al di là di cosa poi vedano o non vedano in TV, perché c'è una bella differenza fra ciò che ascoltiamo a scuola e ciò che sbirciamo di nascosto su un video.

domenica 6 settembre 2009

La città senza grigi

Il signore delle mosche ha un antenato, e abita a Timpetill. Nel centro del paese non c'è una testa di maiale infissa in un palo, bensì la statua di san Matteo, eppure la domanda di fondo è la stessa: come agirebbe una comunità di bambini improvvisamente abbandonata a se stessa? Darebbe libero sfogo a tutti gli egoismi facendo prevalere la legge della giungla, oppure tenterebbe di darsi un ordine, delle regole, per creare una società senza prevaricazioni ed efficiente nella propria sussistenza? Se William Golding da qui era partito per dipingere un quadro pieno di sfumature, Henry Winterfeld, diversi anni prima, aveva scritto di Timpetill evitando decisamente i grigi: una divisione manichea contrappone i Pirati di Oscar Stettner al gruppo guidato da Tommaso Wank, cattivi contro buoni, e se i primi ricalcano perfettamente la fisionomia della classica banda di discoli, i secondi sono così buoni da apparire quasi falsi. Sfoggiano notevole lungimiranza, una dirittura morale al limite dello stucchevole, una saggezza tanto pacata da difettare di verosimiglianza.
C'è una smisurata fiducia nel prevalere della disciplina, nella soddisfazione che chiunque godrà nel sottostarvi, nella qualità delle scelte che le guide dei "buoni" faranno. Tutto procede per il meglio nel rapido cammino di crescita dei bambini, tanto che la conquista delle redini della città moderna - tratteggiata come luogo perfetto di progresso sociale e tecnologico - avviene a tratti in maniera didascalica, poco dinamica (il capitolo dedicato alle centrali elettrica e idraulica che alimentano la città, alle pp. 120-125, pare un piccolo manuale da Giovane Marmotta).
Col senno di poi è facile constatare quanto lontana da queste pagine sia la pedagogia, intesa nel senso di scienza che si interessa al bambino nella sua unicità e non come prototipo imperfetto dell'adulto. Nonostante manchino le efferatezze, la spietatezza, la disillusione del Signore delle mosche, il romanzo di Winterfeld è pervaso da un cinismo leggero che lo rende per certi versi ancor più crudele. A ben vedere quei ragazzini sono cavie di laboratorio, vittime di un esperimento involontario quanto irresponsabile. Perché tutto ha inizio quando il telefono azzurro è ben di là da venire e i genitori si permettono il lusso di giocare un tiro birbone, ma birbone davvero, ai propri figli. Sennonché la situazione sfugge loro di mano e ai bambini tocca diventare grandi molto in fretta.
Timpetill uscì nel 1933 e Carmine De Luca - nell'introduzione a questa nuova edizione del romanzo - si pone la nient'affatto banale questione del rapporto dell'opera con l'ascesa del nazismo. Non sarebbe improprio, ipotizza De Luca, vedere nei Pirati un "simulacro delle bande [...] agli ordini di Hitler" (p. 13), e quindi raffigurare Tommaso e compagni come ideali oppositori del folle regime. Per la verità mi pare altrettanto plausibile pensare l'esatto contrario. La volontà di organizzare e rendere comune ogni aspetto della vita sociale, l'imposizione dall'alto di ruoli e incarichi, la spinta allo sfruttamento delle macchine (si veda l'episodio del tram), sono alcuni degli aspetti che fanno aleggiare attorno ai "buoni" un alone oggi perlomeno sospetto. Quelle pattuglie della riserva che girano armate di bastoni evocano certo qualcosa. Ci sarebbe da indagare e l'esito della ricerca potrebbe essere paradossale, considerando soprattutto che lo stesso Winterfeld cadde vittima delle leggi razziali e dovette lasciare la Germania poco tempo dopo l'uscita del romanzo. Chissà se nella vicenda non vi sia posto per della fiducia mal riposta e poi delusa.
Rimane il fatto che alcuni dei nostri nonni sono cresciuti leggendo e rileggendo le avventure raccontate da Henry Winterfeld e al libro sono ancora affezionati, come è il caso di Tullio De Mauro che firma la presentazione. Nulla di strano; sappiamo bene che alle storie della nostra infanzia perdoniamo ogni cosa: comunque rimarranno per sempre la storie più belle al mondo.

Manfred Michael (Henry Winterfeld), Timpetill. La città senza genitori, Perugia, Edizioni Era Nuova, 2008.

Le mie chiocciole: @@

Da regalare: alla mamma eccessivamente apprensiva.

martedì 2 giugno 2009

Bambini assoldati

Nella tragica e apparente irresolvibilità del conflitto arabo-israeliano, trova spazio anche la storia di un pesciolino e di uno squalo scritta nel 1997 da Gilad Shalit, un bambino di quinta elementare. Immaginate il maestro che dalla cattedra legge When the Mouse and the Snake First Met (storia tradizionale ebraica raccolta da Shelley Elkayam), poi si rivolge agli alunni e chiede loro di inventare una storia simile, una storia di due vicini che devono odiarsi per forza. La classe si mette all’opera e fra gli altri Gilad che con la fantasia si immerge in un mare grande, pericoloso, nel quale lui si sente forse come un «pesce piccolo e delicato». Nove anni dopo quello stesso bambino, soldato di leva dell’esercito israeliano, viene catturato e condotto come prigioniero nella Striscia di Gaza. I genitori di Gilad, ancora oggi in attesa del suo ritorno, si ritrovano un giorno fra le mani quella storia e non possono fare a meno di leggerci un triste presagio dell’esperienza del figlio, e ad essa tuttavia si aggrappano, volendo credere nella medesima speranza di pace.
Nasce più o meno così questo racconto semplice e lineare, genuino come lo sono le voci dei bambini. La pubblicazione originale è dovuta dall’Associazione Keren Maor, cui sono devoluti i profitti delle vendite anche dell’edizione italiana, fondata allo scopo di giungere rapidamente alla liberazione dei «figli di Israele». All’iniziativa partecipa pure l’associazione degli illustratori israeliani, con un corredo di disegni originali di mano di trenta diversi artisti. Ciascuno ha interpretato l’incontro fra pesce e squalo secondo il proprio stile, dando vita ad una galleria di variazioni grafiche stimolanti anche per i lettori più giovani.
Nello sfogliare le pagine del libro, nel guardarne le figure, è inevitabile sentirsi, perlomeno umanamente, partecipi. A quel punto la curiosità porta a cercare altre notizie, a indagare più a fondo la vicenda di Gilad, a rivolgere domande all’Associazione Keren Maor presente all’indirizzo www.habanim.org. Ed è allora che l’incanto si rompe. L’atmosfera che aleggia attorno ai testi, una certa retorica da proclama, vari elementi stonano in un racconto che vorremmo fosse solamente umano. Invece la vicenda del giovane ferito e trascinato fuori da un carro armato per essere fatto prigioniero, della favola che aveva immaginato nove anni prima, della sofferenza dei suoi cari, tutto ciò sembra passare in secondo piano. Echeggiano «l’idea di territorio sovrano, di assedio costante, di inimicizia» (rubo le parole a Giovanni Fontana, con cui a tal proposito discussi tempo fa). Improvvisamente Gilad è un simbolo, un’icona senza volto, un’altra arma di opposizione al nemico oscuro, mai direttamente nominato. Sul sito della Keren Maor c’è una preghiera: si chiede a Dio di far tornare Gilad, lo si chiede a Dio perché ormai egli non è più un semplice prigioniero di una guerra infinita, Gilad è un bambino caduto nelle tenebre del demonio, nell’antro del male. Mi spaventa il modo di cercare l’affermazione di uno Stato contro e nonostante tutti; paradossalmente si finisce per credere che qualcuno voglia fare di Gilad un martire per forza, come se la sua sorte, in realtà, non importasse più. Ma per fortuna i bambini, mentre ascolteranno dell’amicizia fra lo squalo e il pesciolino, di tutto ciò non sapranno nulla; e rimarrà viva l’intenzione che mosse Aviva e Noam Shalit nel trascrivere quella storia dal vecchio quaderno: riportare a casa loro figlio.

Gilad Shalit, Quando il pesciolino e lo squalo s’incontrarono per la prima volta, Firenze, La Giuntina, 2008, pp. 48.

Le mie chiocciole: @@

Da regalare: ad un bambino (senza provare a spiegare)

giovedì 15 gennaio 2009

La ridda selvaggia

Una volta hanno intervistato un gatto che aveva trascorso l’intera vita disteso nella sua cesta a fissare un comò e un vaso di begonie (finte). Gli chiesero quante cose avesse visto nel corso della sua lunga esistenza e lui rispose: «Due, un comò e un vaso di begonie»; gli chiesero allora cosa pensasse di quel comò e di quel vaso, e lui rispose: «Sono senz’altro quanto di più bello vi sia al mondo».
Ecco, noi siamo quello che vediamo, il nostro mondo è quello che ci mettiamo davanti agli occhi: più stretta sarà la visuale, più stretto il mondo. Converrebbe imparare presto a guardare oltre, senza accontentarsi di fissare inebetiti il piatto che giorno dopo giorno arriva sotto il nostro naso. Insegnarlo ai bambini è facile, sono spugne, non aspettano altro che qualcosa da assorbire, e sarebbe un vero peccato propinare loro sempre la stessa minestra, restringendo le prospettive nel momento in cui dovrebbero invece aprirsi. E tutto ciò, badate bene, vale anche per la lettura, perché persino i più accaniti lettori hanno iniziato “guardando le figure”.
Per i lettori in erba è importante cercare stimoli nuovi e inconsueti, poiché l’occhio e il gusto si educano fin dai primi passi. Sia chiaro: non è mia intenzione fare crociate contro la Disney o le Winx, vorrei semplicemente far presente che il mondo è anche altro, e spesso i bambini lo sanno più e meglio di tanti adulti. Dunque, venendo al nostro Sendak, non crediate che ci sia da spaventarsi dei mostri selvaggi, neppure se roteano tremendamente gli occhi. I bambini adoreranno il modo in cui Max saprà domarli e si chiederanno perché la loro stanza da letto non è ancora invasa dalle fronde. Quei disegni inconsueti a tutta pagina, coi tratti fitti di china, colori a tratti quasi cupi, sapranno conquistarli più di quanto vi aspetterete e toccherà pure a voi lanciarvi in una ridda selvaggia. Se qualcuno poi si stancherà, vi sarà sempre modo di tornare a casa e ritrovare il solito piatto che, sorpresa, sarà ancora caldo.

Maurice Sendak, Nel paese dei mostri selvaggi, Milano, Babalibri, pp. 40.

Le mie chiocciole: @@@@

Da regalare: al nipotino con l’animo dell’esploratore