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sabato 17 dicembre 2011

Quant'è bella la pioggia!

«Nostalgia acuta, infinita, / tremenda, di quel che ho». Diceva bene Juan Ramón Jiménez, noi ci struggiamo di insoddisfazione per quello che in fondo è dinanzi a noi, a portata di mano; lasciamo scorrere i giorni affogati nel desiderio di un altro luogo, di un altro tempo. Sogniamo d'essere invitati alla corte degli Asburgo, di stenderci sull'erba nell'estate del festival di Woodstock, di salire in groppa ad un Mas con D'Annunzio nella baia di Buccari, sogniamo di continuo, inseguendo un altrove dove avremmo potuto davvero realizzarci, un altrove che ci incanta e, in fondo, ci incatena.
«La principale necessità della nostra vita, è qualcuno che ci faccia fare quello che possiamo fare». Dobbiamo dare ragione a Ralph Waldo Emerson e sperare che ciò accada: che finalmente arrivi la persona, l'emozione, lo sguardo, quell'epifania capace improvvisamente di rigirare il nostro mondo, di metterlo a testa in giù, così da renderlo ridicolo ai nostri occhi e costringerci a fare qualcosa di totalmente nuovo, di vero e, soprattutto, di nostro. Cosa volete fare della vostra vita? Pensateci.
«Scrivere è un atto d'amore, se non lo è, non è che scrittura». Jean Cocteau non appare in Midnight in Paris, ma viene citato, aleggia sulla storia, e come potrebbe essere diversamente quando si racconta di uno scrittore a Parigi, Gil, al quale manca 'solo' di rivoltare come un calzino la propria esistenza. È fortunato Gil, a tendergli la mano, ad offrirgli l'occasione del cambiamento, saranno gli spiriti eletti del Novecento artistico e letterario. L'invidia per l'esperienza messa in scena da Woody Allen fa perdonare qualsiasi leggerezza, quella della trama, fievole però fiabesca, quella dei personaggi del nostro tempo, evidenti macchiette. Lasciamo allora perdere le elucubrazioni critiche: c'è un sogno che invade la realtà; c'è Parigi e le sue atmosfere; e c'è la pioggia, quant'è bella la pioggia!
«Il non scrivere cominciava a pesarmi e provavo quel senso di mortale solitudine che ti coglie alla fine di ogni giorno sprecato». Personaggio chiave è Ernest Hemingway, colui che provoca gli eventi, colui che guida e distilla saggezza, anche se in una maniera impettita da far ridere, icona letteraria di se stesso. Uno che non penseresti mai si sparerà in bocca con un fucile da caccia. Festa mobile è il romanzo che ha evidentemente ispirato il film, ed è un romanzo che tutti gli scrittori in erba dovrebbero leggere. Non tanto perché possa essere loro d'aiuto - anzi forse li scoraggerà del tutto - quanto per la capacità di trasmettere il gusto profondo dell'essere scrittore e a quel punto, pure solo il tentare di diventarlo, sarà una soddisfazione sufficiente per la propria vita.
«Quando giungeva la primavera, anche la falsa primavera, non restava che da risolvere il problema del posto in cui sentirsi più felici». Tutto è semplice in fondo, siamo noi a complicare le cose, a intralciare il nostro cammino con ostacoli vari e inutili, solo per la stupida paura di seguire il consiglio di Arthur Miller: «Io credo che ognuno debba prendere tra le proprie braccia la vita, e baciarla».

domenica 14 novembre 2010

Come ci raccontano

Persino le classifiche costruite su dati 'concreti' risultano spesso opinabili, figuriamoci quelle basate su scelte del tutto soggettive. Nella serie delle cose da fare prima di morire, spicca un volume inglese che ho avuto recentemente l'occasione di sfogliare, e di cui esiste pure una traduzione italiana, non so se e quanto riadattata rispetto all'originale. Ad ogni modo è stato divertente fare il conto del chi c'era e del chi non c'era, e cercare di capire quale faccia della letteratura italiana veniva proposta al lettore straniero. 1001 Books You Must Read Before You Die (general editor Peter Boxall, London, Cassell, 2006) elenca appunto 1001 libri, dovuti alle penne di 560 autori – alcuni hanno infatti l'onore di più menzioni – dei quali diciannove, ossia il 3,4%, sono italiani (ho escluso dal conteggio i pochi autori classici che ebbero nello Stivale i loro natali). Ben inteso, fornisco il dato per pura curiosità statistica, inutile mettersi a disquisire se siano molti o pochi.
La parte del leone la fa senz'altro Italo Calvino, presente con cinque romanzi, due ritratti (il volume è ricco di illustrazioni) e citazioni sparse in schede altrui. Un buon rilievo ha anche Primo Levi, tributato in gran parte per il suo ruolo di emblema letterario della follia della Shoah, e non a caso Se questo è un uomo venne pubblicato negli Usa con il titolo Survival in Auschwitz. Alberto Moravia si difende potendo contare su tre dei suoi romanzi: Gli indifferenti, La disubbidienza, Il disprezzo. Manca Dante – evidentemente ormai ostico anche per lettori non saltuari – ma fra i nostri 'padri' sopravvive Alessandro Manzoni e i suoi Promessi sposi, anche se tutta la faccenda della lingua è frettolosamente tumulata sotto un «written in the Florentine dialect» (!). Nel presentare Luigi Pirandello (Uno, nessuno, centomila) il recensore ha scordato di ricordare il premio Nobel, ottenuto nel 1934, ed è un peccato visto che è l'unico citato  dei nostri sei connazionali che hanno ricevuto il riconoscimento dell'Accademia di Svezia. C'è persino un romanzo in lingua francese, l'Hebdomeros di Giorgio De Chirico, e la presenza del pittore in questa selezione è quella che più stupisce, ma la mancanza sembra nostra: «a largely overlooked masterpiece». Gli autori viventi sono quattro e fra loro l'unica donna del gruppo: per Alessandro Baricco la scelta è caduta su Seta, e francamente si poteva fare di meglio; Umberto Eco, oltre all'ovvio Nome della rosa, mette nel carniere Il pendolo di Foucault; chiudono la rassegna Margaret Mazzantini (Non ti muovere) e Antonio Tabucchi (Sostiene Pereira).
Alla fine va bene considerarlo una specie di gioco, neppure troppo facile da gestire, e quindi arrovellarsi sulle scelte lascia forse il tempo che trova, tuttavia so che non potrete farne a meno. Allora questo è l'elenco completo, a voi i commenti: Alessandro Baricco, Giorgio Bassani, Dino Buzzati, Italo Calvino, Giorgio De Chirico, Umberto Eco, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Carlo Levi, Primo Levi, Alessandro Manzoni, Margaret Mazzantini, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Cesare Pavese, Luigi Pirandello, Italo Svevo, Antonio Tabucchi, Giovanni Verga, Elio Vittorini.

martedì 6 aprile 2010

La sputazza miracolosa

Ci prova in tutti i modi Giorgio De Rienzo a far ammettere ad Erri De Luca d'essere un grande scrittore. I due si fronteggiano, a tratti quasi in imbarazzo, sul palco della Sinopoli all'auditorium di Roma: il giornalista del Corriere stuzzicando con letture – un po' incespicanti, un po' smarrite –, lo scrittore schermendosi dietro la sua logica cristallina: «Converrai che qui hai composto una poesia in prosa», «E' solo una precisa descrizione di un fatto naturale»; «Ti compiaci mai dopo aver scritto frasi come queste?», «Non posso. Mi impedirebbe di scrivere oltre».
Pare d'assistere ad una di quelle sfide in surplace, ma il regolamento attuale del ciclismo su pista, per fortuna, prevede non possano protrarsi oltre i trenta secondi. Nel nostro caso ci salva lo stesso De Luca, che ogni tanto prende il passo da solo e con due pedalate misurate e intense ci porta al centro di una storia o di una confessione. Ha un grande pregio l'affabulatore Erri De Luca, quello di riuscire a trasmettere la forza di un'immagine o di un messaggio servendosi di parole semplici dette con semplicità, lasciate scivolare dalla bocca con leggerezza e spesso con ironia, come se non fossero nulla, e invece quasi sempre sono molto. Così succede quando riporta un episodio evangelico (Marco, 8, 22-26), e all'inizio pare ci scherzi sopra, poi prevale un senso di sincero stupore per la bellezza della scrittura, del pensiero.
Quel giovanotto in gamba si trova in località Betsàida quando gli viene incontro un cieco chiedendo la guarigione. Lui si sputa sulle mani e strofina gli occhi del cieco il quale, improvvisamente, vede qualcosa, vede degli alberi che camminano. Allora gli strofina di nuovo gli occhi – unico caso noto di miracolo ritoccato – e quello ci vede chiaramente. L'episodio è curioso e De Luca lo racconta fra il divertito e l'affascinato, ripetendo quasi fra sé la frase, gli uomini come alberi che camminano. Dovremmo essere come alberi – ci dice sottovoce lo scrittore – pacati, silenziosi, puntati verso il cielo. Sprofondo nella poltrona e senza fatica mi lascio convincere; certi uomini le storie, le sanno davvero raccontare.

Foto: Vecchia bicicletta © Tiziano Taddei

mercoledì 17 giugno 2009

L'agente degli scrittori

In uno dei suoi disarmanti anacoluti, Forrest Gump dice: «La vita è una scatola di cioccolatini: non sai mai quello che ti capita». E questo, nel bene e nel male, mi piace un sacco. Mi piace pensare a Erich Linder, eroe di guerra austriaco d’origine ebraica nato in Polonia che diventa il più potente agente letterario italiano del dopoguerra. Vero è che le vite di quegli anni sono spesso rocambolesche: quando non c’è più nulla, puoi inventarti tutto; per chi ha iniziativa, ogni strada è aperta.
Linder, grazie ai suoi contatti con l’estero, al lavoro indefesso, alle conoscenze linguistiche, all’esperienza di traduttore, impiantò in Italia un mestiere altrimenti sconosciuto, di marca anglosassone. Non a caso molti dei primi contatti sono con gli autori americani e inglesi, autori banditi dalla penisola per diverso tempo e di cui il pubblico sente, senza saperlo, la mancanza. Si legge molto, al tempo, e gli scrittori sono stelle tanto quanto gli attori del cinema. Linder intesse le trame e fa man bassa, finendo per rappresentare praticamente tutti: Arbasino, Calvino, Morante, Sciascia, per citare solo quattro fra i connazionali. Una ricca carrellata di personalità poste sotto un proiettore inusuale che illumina pretese, fissazioni, difficoltà.
Per non parlare degli editori, l’altro capo del filo, che nella seconda metà del Novecento sono quasi tutti procacciatori di cultura dall’elevato spessore intellettuale, fieramente avulsi – ma solo fino ad un certo limite – dal concetto odierno di marketing. È curioso indagare certi meccanismi, scoprire come a volte dietro ad un libro non vi sia solo la mano dell’autore. Biagi costruisce una biografia sfaccettata, a tratti troppo aneddotica e quindi arrancante, ma con spunti di rilievo. Molto il materiale inedito, forse avrebbe dovuto essere masticato più a lungo prima di pensare ad una biografia a tutto tondo, tuttavia può essere un invito per nuove ricerche: c’è ancora da scavare e riflettere. Un appunto alle citazioni nelle note: disturba un po’ che non sia riportata la città di edizione, come si fa nelle buone bibliografie. Linder avrebbe tirato le orecchie sia all’autore sia all’editore.

Dario Biagi, Il dio di carta. Vita di Erich Linder, Roma, Avagliano, 2007, pp. 204.

Le mie chiocciole: @@

Da regalare: all’appassionato di gossip letterario

lunedì 26 gennaio 2009

Uomini d'altri tempi

I grandi personaggi, quelli che segnano il passo della storia, dell’arte, delle scienze, sono in fondo persone comuni? A volte mi viene da pensare di sì, che a vederli da vicino non abbiano molto di particolare. Poi leggo certe storie e cambio idea. Non si può fare altrimenti scoprendo la leggerezza con cui quegli uomini sanno sopportare il mondo, farsene carico senza affondare. L’intellettuale José Ortega y Gasset – costretto ad anni di esilio – racconta con un mezzo sorriso l’episodio del signore sull’autobus a Madrid, durante la dittatura, che legge della morte di un tale “Francisco Franco y Pelo” e commenta: «Peccato, per un pelo...» (p. 24). Mi chiedo dove sono ora questi grandi, e se esistano ancora luoghi dove essi si incontrano, luoghi che a quel punto divengono mitici e irreali per l’aria che vi si respira. I nomi sono molti (politici, scrittori, musicisti) e Vittore Branca li chiama a raccolta, con lo sfondo dell’isola di San Giorgio, a Venezia, e la Fondazione Cini (ecco uno di quei luoghi, e viene in mente anche l’Olivetti di Ivrea ai tempi di Adriano). Sono ritratti abbozzati, quadri a volte scentrati, ma sempre fulminanti, pure nella complessità di alcuni. Sono storie che bisognerebbe tenersi care, per sollevarsi dalle miserie che ci invischiano: «[Paul Oskar Kristeller] ci mostrava pugnacemente che per rinnovare idee e linee storiografiche era necessario anzitutto vedere nuovi testi, liberare ancora uomini e idee dalle carceri dov’erano stati nuovamente sepolti dall’incuria degli uomini di cultura» (p. 140). Una bella galleria di istantanee, un’amara nostalgia per uomini già d’altri tempi.
Vittore Branca, Protagonisti nel Novecento, Torino, Aragno, 2004, pp. VI+442.
Le mie chiocciole: @@@
Da regalare: all’intellettuale che crede sia cosa buona isolarsi dal mondo


lunedì 6 ottobre 2008

Scrittori in passerella

Elisabetta Rasy interviene sul Domenicale del Sole24Ore (20 luglio 2008) lamentandosi della sconclusionata invadenza delle domande che, in qualità di scrittrice, si trova a dover subire alle presentazione dei suoi libri. I lettori, sciocchi impiccioni, chiedono il suo parere su tutto, anche su «questioni che non sono di sua competenza». L’affermazione mi disorienta, perché ingenuamente immagino lo scrittore pronto a lasciarsi coinvolgere in ogni discussione, con una curiosità che non conosce limiti di competenze. Evidentemente mi sbaglio, e tuttavia penso a quei lettori che sono usciti di casa, lasciato i bimbi alla baby-sitter, cercato parcheggio, ecc., giunti finalmente alla presentazione non hanno forse diritto di chiedere alla scrittrice come prepara il ragù? Sta a lei poi trasformare il ragù in letteratura.
Elisabetta Rasy pare avere molti timori, fra i quali quello di diventare la protagonista di un reality show, cioè di essere confusa con uno dei partecipanti al “Grande Fratello”. Per questo mi sento di rassicurarla: le basterà dimostrare di aver qualcosa da dire per ristabilire la differenza. Aggiungo che non credo affatto la letteratura sia l’esatto contrario del reality show, anzi. In entrambi si trovano storie finte costruite, più o meno bene, in modo che al lettore/spettatore sembrino vere. L’unica distinzione sta nel luogo dell’autore: stampato in copertina o nascosto negli uffici di produzione.
Se per gli scrittori le presentazioni librarie sono oggi davvero dei momenti di gran sofferenza, non mi pare comunque carino dare la colpa ai lettori. Mi vedo lo scrittore apostrofare il suo pubblico: “Perché mi fai domande futili e superficiali? Perché non mi chiedi come lavoro? Perché non leggiamo dal mio libro anziché parlare a vanvera?”, e il pubblico risponde: “Che ne so, lo scrittore sei tu, inventa qualcosa!”. Magari è solo il segno che è giunto il tempo di inventare modi nuovi di presentare i libri.