Visualizzazione post con etichetta sport. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sport. Mostra tutti i post

venerdì 6 gennaio 2012

Il vincitore che non ti aspetti

Einstein ha ispirato tutti, nella recensione doppia in collaborazione con il Piccolo Festival della Letteratura, nume tutelare persino del biliardo.

Dice già molto, sull'uso del biliardo come metafora per la vita, la citazione di Albert Einstein che apre il romanzo di Di Grazia e Villari: il panno verde è la scenografia di uno sport, più ancora che di un gioco, in cui ne va della nostra postura corporea, logica, estetica; «arte suprema dell'anticipazione», il biliardo richiede una buona condizione fisica, una capacità di ragionamento degna di uno scacchista e un tocco simile a quello del pianista da concerto.
Poker e Bico sperano, credono, cercano e a tratti fanno finta di essere amici: entrambi senza prospettiva, senza lavoro, senza amore, si incontrano di fronte all'ennesimo rifiuto da ingoiare – quello di un piccolo editore romano. Aspiranti scrittori, vivono di espedienti – più o meno leciti. Se diventeranno veramente amici, lo deciderà l'avventura in cui decidono di imbarcarsi: la ricerca di Paolo Saturno, lo sconosciuto venuto dalla Calabria, che nel 1976 vinse il Mondiale di biliardo a Tangeri, sconfiggendo il pluridecorato campione argentino Mosquera. Dopo quella vittoria, ottenuta grazie ad un colpo mai più ripetuto, l'«ottavina» che dà il titolo al romanzo, l'uomo scompare e non viene più rintracciato. Dato per morto per più di trent'anni, potrebbe invece essere vivo: pare che qualcuno abbia ripetuto quel colpo inimitabile sul panno verde di un locale di Almerìa, in Spagna. Poker e Bico decidono che, se una possibilità di riscatto c'è, non può che passare per questa labile traccia: ritrovare quell'uomo e raccontarne la storia sarà la loro salvezza – o la loro sconfitta definitiva.
L'ottavina di Dio è un rincorrersi di colpi di scena, un florilegio di citazioni pop in cui trovano ospitalità Guccini, De Andrè, Sergio Leone e Tex Willer. Il linguaggio è piegato al ritmo, dettato a sua volta da una serie incalzante di battute e giochi di parole che ricordano gli «spaghetti western» di Bud Spencer e Terence Hill, più che i densi, lunghi silenzi di Lee Van Cleef e Clint Eastwood. Un'ironia che strappa qualche sorriso, anche se a tratti risulta sovrabbondante e toglie leggerezza alla costruzione del racconto. Ingombrante assenza, Paolo Saturno, motore immobile della vicenda, tiene il lettore incollato alle pagine, fino all'ultima, per capire se sia vivo. E – eventualmente – perché abbia vissuto nell'ombra per trent'anni.
Il «fumetto western» di Villari e Di Grazia sa raccontarci, tra le righe di un'avventura rocambolesca, le difficoltà della vita postmoderna, tra crisi del lavoro, arte dell'espediente e assenza di un ideale che faccia da stella polare. Ecco che allora il biliardo diventa la metafora della nostra capacità – e necessità – di saper immaginare colpi inediti, mosse impensate per trasformare un mistero da appassionati nell'idea di un riscatto possibile, per tutti. E fare i conti con se stessi, il proprio passato e il proprio futuro.

****

Bico e Poker, due giovani pseudo-creativi e un po’ spiantati, sono i soggetti ideali per lasciarsi irretire da una caccia all’uomo che evoca allettanti prospettive. Si tratta di mettersi sulle tracce di un misterioso giocatore di biliardo, un campione per una notte – arrivato dal nulla eppure in grado di stendere il pluripremiato detentore del titolo – poi scomparso, almeno in apparenza, dalla faccia della terra. La ricerca si presenta fin da subito non semplice e inevitabilmente assume i contorni di una sfida: bisogna diventare uomini per muoversi da un paese all’altro senza farsi truffare di continuo; per affrontare vis-à-vis i poco raccomandabili personaggi che abitano le sale da biliardo; per imparare che la vittoria sul panno verde non si conquista solo grazie a precise geometrie imposte alle biglie; per mantenersi in equilibrio a fronte delle lusinghe di affascinanti donne tutte lustrini e doppi giochi. Un viaggio di formazione dunque per i due protagonisti che si alternano nel ruolo di voce guida del racconto, per la verità con toni e stili che avremmo voluto maggiormente distinti e caratterizzanti, ovviando in parte al fatto che le passioni che muovono i loro cuori emergono di rado, risultano spesso latitanti nell’incalzarsi degli eventi, mentre è quanto sarebbe più servito per dare spessore alla narrazione.
C’è parecchia poesia invece negli aforismi del “Francese”, nonno di Bico, che scandiscono i cambi di capitolo e spiegano quale battaglia psicologica si nasconda dietro all’incrocio delle stecche e degli sguardi, quando le biglie corrono. L’avversario va tenuto sotto tiro in ogni istante, persino spaventato se non deriso: «tutti hanno qualcosa di moscio» dice il Francese «io ho la erre, e tu?» (p. 217). I momenti più avvincenti non è un caso pertengano alle partite giocate o evocate lungo la storia, è lì che meglio si apprezza quanto diceva, pensate un po’, Albert Einstein: «Il biliardo costituisce l'arte suprema dell'anticipazione. Non si tratta affatto di un gioco, ma di uno sport artistico completo che necessita, oltre che di buona condizione fisica, del ragionamento logico del giocatore di scacchi e del tocco del pianista da concerto». Come non sentirsi partecipi della gioia di accarezzare la vittoria, di sentirla cedere sotto al nostro tocco, di accorgersi come pian piano essa si conceda al nostro possesso? E ha di nuovo ragione il Francese: «Chi non ha mai eseguito un cinque sponde di calcio sul rosso non conosce la sensazione inebriante di essere Dio per un momento» (p. 231).
Una storia che avrebbe meritato uno stile meno scarno, qualche picco narrativo in più, tralasciando magari certi dialoghi da banco di bar, come le digressioni musicali sui Genesis dopo Peter Gabriel o su Shine on your crazy diamond. L’ottavina di Dio è un colpo leggendario, da maestri, otto sponde che danno la vittoria ma condannano all’esilio il misterioso Paolo Saturno. Di certi inattesi coup de théâtre, nel romanzo, si sente un po’ la mancanza.
(post del VoltaPagine)

Marco Di Grazia – Francesco Villari, L’ottavina di Dio, Reggio Calabria, Città del Sole, 2009

Le mie chiocciole: @

Da regalare: a chi vi deve una rivincita

martedì 21 settembre 2010

Teste di legno, fermenti lombardi e poesie dal cielo

Al Giro d'Italia del 1924, quell'anno e poi mai più, in mezzo agli uomini pedalava anche una donna. Proprio ad Alfonsina Strada (nomen omen) è idealmente ispirata la divertente iniziativa che si terrà all'auditorium di Roma domani, 22 settembre, a partire dalle 19,30. E' il Goodbike reading, letture, poesie e canzoni sul tema della bicicletta, accompagnati dai Têtes de Bois, che alle due ruote hanno dedicato il loro ultimo album. Saranno presenti fra gli altri Margherita Hack e Chris Carlsson, ideatore del movimento Critical Mass (è consigliato andarci in bicicletta, of course).
Ci sarà un gran fermento attorno ai libri in Lombardia, dal 24 al 26 settembre, grazie all'iniziativa "Fai il pieno di cultura". Gli eventi saranno molti e sparsi in ogni angolo della regione, ci sarà il Baratto del libro, ovvero trattative per scambiare un vostro vecchio libro con uno nuovo (a San Felice del Benaco - BS, sabato 25 dalle 15.00 alle 18.00); i Capricci del gusto offrono assaggi con cui accompagnare la lettura de Il pranzo di Babette di Karen Blixen, pensando al cibarsi quale 'esperienza sapienzale' (a Curtatone - MN, sabato 25 dalle 16.00 alle 18.00); a San Paolo d'Argon (BG), sempre sabato ma in serata, si legge Antonio Tabucchi: La donna di Porto Pim e altre storie di mare.
Un'iniziativa provocatoria e toccante è quella messa in piedi dal gruppo Casagrande. Da qualche tempo si danno infatti da fare per bombardare le città di poesie, per scaricare grappoli di foglietti con versi da leggere sul fare del tramonto. Quasi commuove vedere le persone col naso al cielo, ad inseguire poesie, stupiti e felici, poi assorti. Quasi commuove il rumore delle pale dell'elicottero, perché non si può non pensare alla paura di quel rumore, quando il carico era diverso. Vale la pena: c'è Berlino, Varsavia e altre.

domenica 12 settembre 2010

Il trono e il fischietto

Quello dell'arbitro di calcio è un mestiere ingrato. Il suo massimo obiettivo professionale è finire circondato da ottantamila persone inferocite pronte a farlo a pezzetti o a sommergerlo di insulti, avendo in mano un innocuo fischietto come unico strumeno di difesa. Anche in ambiti più modesti, il classico campetto di periferia, l'esperienza può essere davvero dura (leggetevi questo sfogo). Eppure in tanti, ammaliati dalla sfera di cuoio, si mettono al servizio di un gioco che d'altro canto gode di un'ineguagliata partecipazione planetaria.
Il bello del calcio, la ragione del suo successo, è che nel calcio non c'è vittoria scontata. È uno sport estremamente aleatorio, e nel tiro dei dadi una mano ce la mette sempre anche l'arbitro. In effetti molto dell'astio nei suoi confronti svaporerebbe se riuscissimo a metabolizzare il fatto che l'arbitro non va considerato estraneo al gioco, ma anzi vi deve entrare a pieno titolo. Lo si vorrebbe giudice neutralissimo, esecutore infallibile di regole precise e avulse da ogni discrezionalità, ma cosa c'è di meno oggettivo della volontarietà di un fallo di mano, o come può un essere umano determinare con esattezza se un giocatore è o meno in fuorigioco? C'è una divertente vaghezza nelle regole del calcio e lì si infila necessariamente il ruolo attivo dell'arbitro, nonostante tutta la buona fede, nonostante tutta la sua bravura. Facciamocene una ragione: in campo, a giocare, sono in ventitré, e uno di loro ha un immenso potere.
L'arbitro è un re privo di qualunque aspirazione democratica, ed è giusto sia così perché «la democrazia funziona fino a quando non si devono prendere decisioni» (p. 29); mentre durante una partita le decisioni da prendere sono migliaia. Dunque l'arbitro è sovrano assoluto, tuttavia – su questo Brussig non si sofferma – il suo regno dura soli 90 minuti, al termine dei quali c'è sempre il rischio d'essere 'decapitati' dalla commissione preposta e di dover abbandonare il trono e il fischietto.
A mezza strada fra un reportage (finto, ma che pare vero) e un breve romanzo (costruito su una trama che scorre sotto le parole come un fiume carsico), Litania di un arbitro agglomera molte considerazioni, non tutte acute: sulla vacutà dei modi dire, sul difetto di comunicazione dell'ipercomunicativa società odierna, e ovviamente sul calcio. Brussig divaga compiaciuto, dando comunque il meglio quando rimane sul campo erboso. La storia personale di Uwe Fertig, che è un arbitro ma anche un uomo, si snoda in sordina, apparentemente accessoria, per esplodere alla fine in un dolore trattenuto, a ricordarci che un gioco è solo un gioco.
Tuttavia, in una società come la nostra nella quale il calcio domina le coscienze – spesso allo scopo di distrarre da questioni di maggior rilevanza –, l'arbitro è destinato ad assumere il ruolo di catalizzatore d'ogni rabbia, di capro espiatorio settimanale per una tifoseria intera. Un martire annunciato, ecco cos'è, bersaglio di molte accuse spesso volutamente ignare delle difficoltà che ne caratterizzano l'operato, e con scarse occasioni di vera gratificazione. Mentre i giocatori sono idolatrati, dell'arbitro, in positivo of course, non si ricorda nessuno, e l'unica vera eccezione è forse quella di Pierluigi Collina, a cui Brussig dedica un 'invidioso' ritratto. Più oneri che onori, e per difendersi non resta che un'ironia distaccata, e sapere che un giorno, sotto un'insopportabile pioggia di fischi e improperi, l'arbitro si toglierà almeno una soddisfazione: «sospenderò una partita per impraticabilità acustica del campo» (p. 43).

Thomas Brussig, Litania di un arbitro, Roma, 66thand2nd, 2009.

Le mie chiocciole: @@@

Da regalare: al tifoso sfegatato che vede rigori ovunque.

domenica 18 luglio 2010

Scrittori e palloni

Il lustro è un’unità di misura desueta. A scandire il nostro tempo vengono altri numeri, primo fra tutti il quattro. È dal 1930 che il calcio offre dei paletti mnemonici oramai divenuti riferimenti comuni e condivisi. C’è chi, su due piedi, non ricorda la data del proprio matrimonio, eppure scandisce preciso gli anni in cui l’Italia vinse, nemmeno la sequenza corrispondesse al codice del bancomat. La ricorrenza del mondiale è un fenomeno planetario dal quale, anche volendo, non ci si può più astrarre; la viviamo tutti, in un modo o nell’altro, magari solo di riflesso. Cosa ricorderemo allora dei mondiali 2010 in Sudafrica? L’indecorosa débâcle della compagine italiana? Il titolo finalmente conquistato dalle ‘furie rosse’? Il rigore sbagliato dal Ghana al 120’? Il palleggio di collo di Cristiano Ronaldo? In realtà ognuno di noi filtrerà nel tempo le tante vicende ed emozioni susseguitesi in meno di un mese, e farà distillare piccoli attimi personalissimi, ricordi minimi, il ‘nostro’ mondiale, ulteriore tappa nello scorrere, di quattro in quattro, dei nostri anni.
Di storie, reali o inventate, legate ai mondiali, ne ha raccolte diciannove il libro Era l’anno dei mondiali (uscito in allegato al «Corriere della Sera»), facendole raccontare dai componenti della Nazionale Italiana Scrittori, «un gruppo di amici uniti dalla passione per il calcio e per il narrare». La sfida per ciascuno era la seguente: scegliere un’edizione dell’evento e cavarne fuori un pezzo di letteratura, così da ripercorrere in maniera inedita gli ottant’anni che ci separano dal luglio del 1930 in Uruguay. A quel punto – per chi ha accettato la sfida – il dilemma era palese: concentrarsi sui grandi campioni, le partite, il ‘macro-scenario’, oppure scegliere una prospettiva minore, divergente, un ‘micro-scenario’ che raccogliesse i riflessi di quanto avveniva sui campi erbosi? Optare per una linea comune sarebbe stato limitante, ogni scrittore ha così seguito la sua strada, ha fatto la propria scelta, offrendo alla fine una galleria dei modi possibili di raccontare un grande evento sportivo.
Scegliendo il palcoscenico maggiore, è facile lasciarsi guidare dal tabellone, seguire le vittorie, tratteggiare le gesta di giocatori entrati nel mito - come Manoel Francisco Dos Santos detto Garrincha, di cui racconta Luigi Sardiello in L’allegria della gente – e di altri che ne ebbero l’occasione ma la mancarono – come Stéphane Guivarc’h, campione senza merito con la Francia nel ’98 (vedi Monsieur Apostrophe di Giampaolo Simi). L’esempio migliore lo si deve allo scrittore che come nessun altro ha saputo portare il calcio nei libri e alla cui memoria la nostra Nazionale è intitolata: Osvaldo Soriano – special guest della raccolta – che racchiude tutto il mondiale del 1950 nella figura di Obdulio Varela, il centrocampista in grado di battere il grande Brasile semplicemente raccogliendo una palla dalla rete. Ma a non essere Soriano, si corre il rischio di diventare didascalici nell’affidarsi a gironi e marcatori, meglio allora accendere i riflettori su angoli più nascosti del palcoscenico, facendo parlare un arbitro (Fabio Geda, Le fatiche dell’arbitro Langenus) o due famosi giornalisti in attesa sulla navetta per lo stadio (Carlo D’Amicis, Gute Raise, Italien).
Guardando agli autori che hanno scelto di concentrarsi su vicende minori, su gente comune al ‘tempo dei mondiali’, o addirittura sui propri ricordi d’infanzia, gli esiti spesso non convincono. Il problema è che tutto è epico, per noi, nella nostra memoria; figuriamoci quando torniamo ai polverosi campetti sui quali abbiamo lasciato tanti sogni di gloria calcistica. Rendere quell’afflato epico non è impresa scontata. Dal punto di vista letterario funzionano di più i racconti che dal mondiale prendono lo spunto, ma poi seguono una propria trama indipendente e compiuta, come nel caso di Il mio primo mondiale da tifoso di Francesco Trento (con un divertente e pseudo-conflittuale rapporto padre e figlio) oppure della roulette russa dietro le sbarre di Cella di rigore di Marco Mathieu, che fa davvero rivivere, ma al contrario, l’ansia di Brasile-Italia a Usa ’94, una delle poche finali decise ai rigori.
«Il mondiale di calcio è un luogo, anche se viene giocato ai quattro angoli del mondo» dice Valerio Aiolli (p. 121), ed è un luogo in cui fa sempre piacere tornare, ricordando le belle emozioni e nonostante le delusioni sofferte.

Osvaldo Soriano Football Club, Era l'anno dei Mondiali, a cura di Paolo Verri, Milano, Corriere della Sera, 2010.


Le mie chiocciole: @@

Da regalare: alla fidanzata che ripete "perché, perché la domenica mi lasci sempre sola...".

martedì 4 novembre 2008

Unire i puntini

Un bel po’ d’anni fa Giuseppe Prezzolini disse: «L’Italia è un paese fragile». Passato il tempo, guardandosi attorno, il pensiero oggi potrebbe essere: «L’Italia è un paese irrimediabilmente fragile», visto che vari lustri non hanno cambiato le cose (o le hanno addirittura peggiorate). La prima sensazione che balza addosso leggendo Il paziente italiano è proprio quella di un’esiziale fragilità di istituzioni e persone.
Scorrono nomi di persone che sanno guardare solo alla propria tasca e alla propria seggiola, che mancano di etica, responsabilità, lungimiranza, rispetto per i loro figli. Qual è la morale? Siamo un popolo che non può fare a meno di barare? A cui la vittoria basta, al di là di come la si raggiunge? Un popolo da un lato di furbi e dall’altro di illusi che perseverano nel farsi prendere per i fondelli dai furbi? L’emblematica Calciopoli pare rappresentare e raccontare esattamente ciò.
Ho sentito dire a Oliviero Beha che si è spesso salvato dalle querele passando per un giornalista satirico. Buon per lui, ma certo la dose di pessimismo che esala dalle pagine mi rende dubbioso: tanta amarezza si fa fatica a pensarla satirica. Eppure non saprei come dargli torto. Da giornalista (vero) sa raccogliere e combinare le notizie, e farci capire che basterebbe unire i puntini, sennonché l’informazione odierna, colpevolmente, i puntini non li fa vedere. Hai voglia a cercare di unirli...
Il libro è una raccolta di articoli sparsi (2006-2008), direi anche troppo ricca; una maggior selezione a monte avrebbe evitato certe inutili ridondanze. Inoltre verrà presto a mancare la cornice in cui collocare i commenti: la memoria è labile e già ora certi riferimenti cadono nel vuoto. D’altronde Beha affastella densamente le sue ipotesi, domande, allusioni; la ricchezza di un pensiero attento e rapido può far perdere il nord ad un lettore appena distratto, ancor più se non dotato di una memoria ferrea. I giornali sono una cosa, i libri un’altra, e pescando dai primi si dovrebbe valutare bene come travasare nei secondi. Più che una lettura estesa, può funzionare un cogliere di fiore in fiore (meritoria in tal senso la decisione di aggiungere un indice dei nomi). Così da apprezzare l’arguzia di Beha, troppo pungente e sincera per trovare oggi posto nei maggiori mezzi di comunicazione.


Oliviero Beha, Il paziente italiano. Da Berlusconi al berlusconismo passando per noi, Roma, Avagliano, 2008, pp. 336.

Le mie chiocciole: @@

Da regalare: a chi andava (va?) allo stadio credendo di vedere delle partite vere