domenica 12 febbraio 2012

Tu che dovresti essere l'unika

Credevo che avrei recensito la saga di Unika. Letto il primo volume, non sono invece riuscita a costringermi ad affrontare il secondo. Eppure l'inizio della trilogia un qualche pregio lo ha. E. J. Allibis possiede una buona immaginazione visiva e crea paesaggi con una loro imponenza, paesaggi abitati da personaggi a cui attribuisce nomi significanti, tratti da fonti che spaziano dalla cabala all’immaginario giapponese. Purtroppo, i pregi sono tutti qui.
Peraltro proprio la protagonista porta il nome che è di certo il maggiormente ‘parlante’, ma che pare anche tratto da un sms. Il che, assieme all'età dei protagonisti, indica chiaramente il target cui si rivolge la Allibis... se non fosse che pure i giovani e i giovanissimi avrebbero, a mio parere, diritto a vedersi offrire un'opera di più alto livello. Non che ci sia nel libro nulla di volgare. Tuttavia il linguaggio è quasi sempre inutilmente enfatico. Nessuna sorpresa che l’autrice abbia scelto di celarsi dietro uno pseudonimo, avendo scritto un libro che insiste continuamente sull'importanza delle emozioni ma che è incapace di provocarne. Descrivere come questo panorama o quella prospettiva fa sentire il tale o il talaltro non è il modo migliore per provocare l'empatia del lettore, specialmente quando tutti, angeli e umani, sono talmente stereotipati che, anche nelle occasioni in cui accade quello che potrebbe essere un colpo di scena, si ha l'impressione di avere di fronte la replica di una scena vista mille volte. Il tentativo di scrivere un volume ad alto tasso di suspense è così, ahimè, miseramente fallito: il genere a cui ci si avvicina di più è la fiaba... una in cui, oltretutto, le lezioni di vita o di morale sono pesantemente esplicite, e non si limitano alla classica, breve e lapidaria conclusione.    
Alcune espressioni, poi, sembrano espressamente pensate per invitare al sarcasmo: nel primo capitolo, «La sua [di Jo, uno dei ragazzi protagonisti] mimosa non gli sorrideva come al solito». Jo, per curiosità, di che droga ti fai di solito? La stessa di Heidi, cui le caprette facevano ciao?
Particolarmente irritante è la scelta di chiamare il personaggio dell'Oracolo con lo stesso nome scelto come pseudonimo dall'autrice. In questo caso, infatti, le enfatiche lodi – che vengono attribuite indistintamente a tutti tranne che al principale antagonista – danno l'impressione di riflettersi dal carattere fittizio a quello reale. C'è il proverbio «chi si loda...» che qualche anima gentile in casa editrice avrebbe forse dovuto citare. Così come qualcuno avrebbe dovuto insistere per evitare l'inserimento di un prologo-spoiler, ripreso letteralmente dal capitolo 57.
Il volume pubblicizza un sito dedicato alla serie, e anch'esso presenta notevoli  manchevolezze: quella che dovrebbe essere la principale attrazione – la possibilità di creare un proprio angelico alter ego – lascia a tratti meno spazio alla fantasia di un gioco di ruolo online di medio livello. Interessante, invece, un test per determinare quale minerale sia l'amuleto giusto per voi. Vorrei, infine, unirmi all'autrice nel suo ringraziamento «a Maria, che ha reso più fluidi i miei dialoghi». Posso solo immaginare, Maria, quello che tu abbia dovuto subire... se questa è l'idea di fluido della Allibis.
(post di Elena Piatti)

E. J. Allibis, Unika. La fiamma della vita, Novara, De Agostini, 2010

Le mie chiocciole: -

Da regalare: all'amica che vi ha perseguitato con i libri di Rosemary Altea. Potrebbe persino piacerle...

mercoledì 1 febbraio 2012

La soddisfazione di abitare in una palude


Ci saranno di certo delle ragioni storiche e antropologiche che non mi perito di investigare, di fatto bisogna constatare come noi italiani ci dimostriamo da tempo incapaci di condurre a termine grandi imprese collettive, di avviare progetti di largo respiro, di gestire un’attività che abbia un obiettivo fissato oltre l’immediato domani. L’era berlusconiana, con tutte le sue demagogiche promesse mancate, è solo uno dei segni evidenti di tale incapacità, ma di essa vi sono innumerevoli esempi anche in periodi precedenti e purtroppo, c’è da temere, ve ne saranno pure in quelli futuri. Noi siamo abilissimi a scovare la soluzione dell’ultimo minuto, a cavarcela per il rotto della cuffia, e forse la coscienza del rocambolesco talento infonde in noi una pigrizia che ci impedisce di tirarci su le maniche davvero fino al gomito. Chi ce lo fa fare di pianificare lavori complessi che implicano sforzi notevoli a più livelli? Meglio procedere per piccoli passi, aggiustamenti progressivi, e insomma in qualche modo si andrà avanti. Così si pensa, e si sbaglia, ma cambiare certe abitudini è ben difficile.
Per trovare un’epoca in cui le imprese si iniziavano davvero, e poi addirittura si concludevano nei tempi previsti, bisogna tornare gioco forza al fatidico ventennio. Senza voler passare per nostalgici, va riconosciuto a Cesare quel che è di quel Cesare, e della incondizionata fiducia che il popolo italico in lui ripose. Non che sia stato tutto rose e fiori, ci mancherebbe, le imprese belliche furono in pratica tutte rovinosamente mancate, però vi sono esempi che davvero rifulgono in termini di pianificazione e capacità esecutiva.
Il canale Mussolini, scavato nella melma dell’Agro Pontino, è la firma in calce ad un progetto colossale, per certi versi folle, ma perseguito con una determinazione e una sicurezza che solo la dittatura può concedere. Al di là del valore storico, sociale e politico; al di là della sensatezza di spostare da un giorno all’altro migliaia di persone su una spianata anonima facendo loro abbandonare le terre d’origine; al di là di tutto ciò e ben altro, la bonifica delle paludi pontine ha un qualcosa di magnificente, di miracoloso. Difficile sottrarsi all’invito di essere parte di un miracolo.
Di certo non si tirano indietro i Peruzzi, numerosa famiglia ferrarese fascista della prim’ora in una regione che pullulava di case del popolo. Al Duce hanno sempre dato credito, senza mai pentirsene a quanto si deduce dalle parole del narratore di Canale Mussolini, un anziano nipote che ricapitola la saga familiare in quegli anni decisivi per la storia italiana del Novecento. È un narratore anomalo che Antonio Pennacchi ha scelto per il suo romanzo: si presenta, e spesso appare, come di povera cultura, un uomo semplice che sa darsi poche risposte; in alcuni momenti tuttavia dispiega circostanziate ricostruzioni storiche, si concede lezioni di botanica, espone questioni di ingegneria, tutte precise e ben argomentate. Poco credibile dunque, con l’autore che spunta di continuo alle sue spalle suggerendo fin troppo: il problema di un eccesso di documentazione che finisce per essere d’impiccio alla storia. Benché, va detto, Pennacchi scriva sempre sicuro, con fluidità, anche nei passaggi tecnici più complessi, ma avrebbe potuto forse fare a meno di qualcuna delle sopracitate digressioni.
In genere è bello quando una storia singola, seppur collettiva, riesce a rappresentare la Storia maiuscola. Qui a volte avviene invece il contrario: si racconta la Storia facendola calare sulla storia dei Peruzzi, rischiando a volte di rappresentarli come delle marionette, anziché come dei veri personaggi. I conflitti interni alla famiglia e con il mondo circostante perdono così di profondità, e lo scorrere del tempo attraverso gli eventi risulta quasi leggero, nonostante la gravità di molti episodi. Bisogna peraltro riconoscere la tenacia nel mantenere il racconto fedele alla linea filofascista, alle sue ‘cose buone’, alla capacità di condurre a termine grandi imprese nel nome di un qualche ideale e a costo di notevoli sacrifici (figli dispersi in guerra, beni perduti a causa della rivalutazione della lira nel 1927, ecc.). Un denso compendio che inevitabilmente è anche un affresco di come siamo e come eravamo, soprattutto nell’incontro-scontro fra ‘cispadani’ (friulani, veneti e romagnoli) e ‘marocchini’ (laziali e campani) trovatisi da un giorno all’altro spalla a spalla su una terra che, qualche mese prima, era solo un immenso pantano infestato dalle zanzare della malaria.

Antonio Pennacchi, Canale Mussolini, Milano, Mondadori, 2010

Le mie chiocciole: @@

Da regalare: a chi al nome di Latina preferisce ancora quello di Littoria

martedì 24 gennaio 2012

Assi del fantasy


I libri nati da giochi di ruolo rischiano di essere scontati: quando, tuttavia, i giocatori si chiamano Robert Zelazny, Melinda Snodgrass, George Martin (per non citarne che alcuni), si può confidare nel risultato. La serie delle Wild Cards si basa su un principio ucronico molto semplice: cosa accade quando, nel 1946, un virus alieno sparso su New York provoca mutazioni casuali, diverse in ogni individuo? Risposta: la maggior parte della popolazione contaminata muore, e buona parte dei sopravvissuti pesca un “Joker”, ritrovandosi a dover fare i conti con deformazioni, talora disgustose, talora solo stravaganti. Alcuni, però, sono fortunati abbastanza da pescare un asso, e ottengono così superpoteri, ovviamente distinti secondo le caratteristiche di ognuno. Vi ricorda qualcosa? Gli X-Men, magari? Sarebbe strano se non lo facesse... tuttavia, lo stile è molto diverso. Prova ne sia che il dottor Tachyon, equivalente del professor Xavier, è descritto da uno sbalordito militare con queste parole: «quel tizio si vestiva come un parrucchiere gay, ma dal modo in cui impartiva gli ordini avresti detto che portava almeno tre stellette».
Il primo libro della serie, più che un vero romanzo, è costituito da un insieme di racconti, quasi al livello di quadri, che presentano alcuni dei “nostri eroi” alle prese con i nuovi poteri. Tuttavia, i personaggi restano molto umani... non privi di difetti, paure, e perfino disturbi mentali o attività criminali. La vita è dura, anche per gli Assi. Dopotutto, il mondo si sta abituando alla nuova situazione e il dopoguerra non è il momento adatto per certi bruschi cambiamenti. E proprio come nella realtà – e negli X-Men – c'è sempre qualche politico che alimenta paura e ignoranza a suo vantaggio. Forse proprio quest'aria di “realtà” contribuisce a farci appassionare al destino dei personaggi. Per alcuni si tiferà, alcuni ci faranno piangere (fazzoletti a portata di mano, mi raccomando) e alcuni ci renderanno donchisciotteschi, non nell'accezione corrente, ma secondo la seguente descrizione di Cervantes dell'atteggiamento del Mancese: «quanto a quel traditore di Gano di Maganza, pur di poterlo pigliare a calci, avrebbe dato la governante, con l'aggiunta della nipote».
Inevitabilmente ci si troverà anche a giocare insieme agli autori, creandosi un personaggio ad hoc o chiedendosi quale, fra quelli presenti nei libri, più rispecchi la propria personalità – o possieda i poteri preferiti. Terminato il primo volume, per così dire introduttivo all'universo Wildcards, non si riuscirà a fermarsi. Purtroppo, al momento è stato pubblicato in Italia solo un altro romanzo della serie che in America conta numerosi volumi – e se leggete l'inglese potreste volerli considerare. In caso contrario, dovrete limitarvi a seguire l'Invasione, come promette il titolo del secondo libro. Questo è un vero romanzo: nonostante prosegua la pluralità di autori, l'incastro è tale da evitare il senso di scollamento che portava a considerare il primo un libro di racconti.
Alcuni personaggi del primo volume tornano ­– non tutti, ma a mio avviso i migliori –, mostrandoci nuovi e talvolta inattesi aspetti del loro carattere. Il vero punto di forza del libro è la capacità di offrirci una panoramica dell'universo Wild Cards. Se il precedente volume si limitava ad impostare le linee guida dell'ucronia, questo ci presenta altri alieni (oltre l'indimenticabile Dr. Tachyon) e le loro rispettive culture. Inoltre, ha una parte maggiore l'aspetto tecnologico-fantascientifico, terrestre e non, ivi compreso «un sistema di attacco difensivo problematico e che si vergogna» che ispira nel lettore un sorprendente grado di empatia. Affascinante anche, come in tutte le migliori ucronie, la capacità di allusione alla storia con la S maiuscola. Menzione speciale al personaggio Mark Meadows, creato da Melinda Snodgrass, rappresentante perfetto – nonostante gli effetti del virus Wild Cards – della gioventù degli anni '70.
Si percepisce a tratti l'atmosfera ludica in cui è nato il romanzo, dal momento che il prodotto finale, per quanto ben scritto, indulge in volute citazioni di alcuni topoi fantastici e fantascientifici, che a tratti lo fanno assomigliare vagamente ad una puntata di Voyager (programma su cui ammetto di condividere il giudizio di Maurizio Crozza). Rintracciare le citazioni – da fumetti principalmente, ma anche da testi di tutti i generi – potrebbe, anzi, diventare una sfida o un gioco per il lettore, dal momento che esse abbondano in entrambi i libri.
L'unica cosa che si fa desiderare è qualche particolare in più sui numerosi Assi coinvolti nella lotta all'invasione eponima e assenti nel primo volume. Probabilmente però, un serio appassionato di supereroi Marvel, quale non mi posso vantare di essere, riconoscerebbe immediatamente il modello di ciascuno. Dunque se non avete dimenticato il piacere di leggere un certo tipo di storie, ci sono due ottimi volumi che vi aspettano.
P.S. Se avete la pay-tv e avete deciso di guardare Il Trono di Spade, tratto dal primo di una serie di romanzi di George Martin, due consigli da amica: preparatevi a guardare tutte le stagioni successive, perché se vale la metà dei libri vi darà dipendenza; e soprattutto, anche se sarà impossibile... Non. Affezionatevi. A. Nessuno. Per il bene del vostro apparato cardiovascolare.
(post di Elena Piatti)

George R. R. Martin, Wild Cards. L'origine, Milano, Rizzoli, 2010
George R. R. Martin, Wild Cards. Invasione, Milano, Rizzoli, 2010

Le mie chiocciole: @@@@

Da regalare: all'amico cresciuto a pane e fumetti Marvel

mercoledì 18 gennaio 2012

Per provare a capirci qualcosa

«...tutti a sentire, nell’aria, un’incomprensibile apocalisse imminente; e, ovunque, questa voce che corre: stanno arrivando i barbari...». Due anni fa litigavo al telefono con un amico riguardo le effettive possibilità d’incidere positivamente (di ‘incisioni’ negative quante se ne vuole) nella vita dei ragazzi per un(’)insegnante decente che, per definizione, è portatore di un sistema di valori minoritario in seno alla società e in confronto ai grandi media (pubblicità incluse). Valori che – non tutti, diciamolo – sono proprio necessari alla formazione di un cittadino consapevole. Io mi battevo per il , lui ostinatamente per il no e, a sostegno della sua tesi, mi invitò a leggere questo libro.
Leggendolo sono rimasta della mia idea e l’ho rafforzata. Ma andiamo con ordine: di cosa si parla in I barbari? Nientepopodimenoché della mutazione culturale in atto nel mondo occidentale a partire, grossomodo, dal dopoguerra. Ora, Baricco può anche non piacere: è antipatico e i suoi romanzi, in alcuni, ispirano il lancio sul muro non oltre la decima riga, ma questo volume – una raccolta di articoli usciti su «Repubblica» fra maggio e ottobre 2006 – non si può non trovarlo molto interessante – anche non condividendone tesi e impostazione.
È norma parlare di questa mutazione culturale occupandosi di singoli aspetti, di evenienze isolate: grandi librerie, fast-food, reality show, politica in televisione, ragazzini che non leggono, ecc. Baricco invece propone un’analisi organica e approfondita, con lo scopo dichiarato di scuotere chi di dovere – politici, artisti, insegnanti, custodi della cultura, divulgatori, ma anche semplici cittadini – dalla superificialità delle chiacchiere da bar, dalla paralisi, dall’isolamento, dalla tentazione di erigere muraglie che a nulla servono e sono mai servite (se non a dare l’illusione a chi le erige di salvaguardare la propria identità), per cercare di «decidere cosa del mondo vecchio, vogliamo portare fino al mondo nuovo (...) I legami che non vogliamo spezzare, le radici che non vogliamo perdere, le parole che vorremmo sentire ancora pronunciare, e le idee che non vogliamo smettere di pensare. È un lavoro raffinato. Una cura. Nella grande corrente mettere in salvo ciò che ci è caro. È un gesto difficile perché non significa, mai, metterlo in salvo dalla mutazione, ma, sempre, nella mutazione...».
Baricco ha un’opinione precisa sia di quali siano i tratti distintivi della mutazione sia delle sue cause, e sceglie un  metodo di presentazione delle sue tesi che sembra seguire i passi classici del metodo scientifico: osservazione, stesura di una tesi provvisoria, verifica sperimentale (mediante esperimenti mentali: vale!) e – a seguito della conferma sperimentale – sistemazione della tesi stessa e suo utilizzo per interpretare altri fenomeni. Il saggio è suddiviso in: Inizio; Epigrafi; Saccheggi (effetti ‘visibili’ della mutazione e modus operandi dei barbari. In particolare riguardo: vini, calcio e libri. Se e come è mutato il concetto di qualità, in particolare in relazione alla commercializzazione); Respirare con le branchie di Google (Google come summa del sistema valoriale dei barbari; ritratto dei mutanti e delle loro caratteristiche principali; come sono mutati i concetti di idea e di esperienza); Perdere l’anima (genesi storico sociale della mutazione; nascita e morte dei ‘valori’ borghesi); Ritratti (i barbari a confronto con: spettacolarità, nostalgia, passato, democrazia, autenticità, educazione); Epilogo.
Alcuni degli aspetti della mutazione che non possono essere liquidati con uno storcer di bocca: smettere di considerare la fatica un valore in sé, piuttosto che un mero effetto collaterale dell’impegno, del perseguire un obiettivo che ci sta a cuore; riconsiderare il rapporto piacere-fatica; smettere di avvertire l’esigenza di concetti quali l’anima o la spiritualità [magari...]; prestare maggiore attenzione al processo che al prodotto; spostare l’attenzione dall’artista – in senso lato – al fruitore (molto interessante considerare questo spostamento in seno alla didattica: sono 40 anni che se ne parla ma alcuni insegnanti ancora non se ne sono accorti!); cercare correlazioni fra cose e concetti piuttosto che ambire a specializzarsi in un unico ambito; «...insegu[ir]e il senso là dov’è vivo...».
«È il paradosso che denunciano gli sguardi smarriti dei ragazzi a scuola: hanno bisogno di senso, di semplice senso della vita, e sono disposti anche ad ammettere che Dante, per dire, glielo fornirebbe: ma se il cammino da fare è così lungo, e così faticoso, e così poco congeniale alle loro abilità, chi gli assicura che non moriranno per strada, senza arrivare mai alla meta...?». Chi trova una risposta facile alla domanda precedente, non si rende conto della portata dell’intera faccenda...
La scuola è infatti uno degli attori della battaglia culturale in atto e non può e non deve tirarsi indietro rispetto al proprio compito. Compito che consiste, come per gli altri attori, nel determinare quali fra le istanze del ‘nemico’ accogliere, su quali cercare una mediazione, quali rifiutare sdegnosamente. Esponenti di rilievo della ricerca in didattica (della matematica, almeno) non fanno che confrontarsi su queste questioni. E alcuni senza neanche averlo letto, il saggio di Baricco.
(post di Alessandra Angelucci)

Alessandro Baricco, I barbari. Saggio sulla mutazione, Milano, Feltrinelli, 2008

Le mie chiocciole: @@@@

Da regalare: a tutti coloro che non si chiamano fuori

 
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