giovedì 12 maggio 2016

La cisterna silenziosa

Il cuore di una terra è il cuore di ciascuno dei suoi abitanti; sono gli abitanti a dare il battito alla terra. Quel cuore Abu Qais lo sente battere ogni volta che si stende sul suolo della Palestina, il paese che lo ha visto nascere e che ora egli deve lasciare per avventurarsi in un viaggio clandestino verso il Kuwait, la terra promessa degli arabi negli anni in cui nasce lo Stato d’Israele. Uomini sotto il sole è una storia di profughi, raffinata nello stile del racconto, fulminante nella sua costruzione narrativa. Benché risalga a qualche anno fa, rimane una storia esemplare e purtroppo attualissima, forse meno politica di quanto l’autore avrebbe voluto, ma proprio per questo ancora più potente nella sua denuncia, guidata dalla forza pura che la letteratura sa esprimere quando sale di livello e trasmette emozioni universali, così da rendere fino in fondo il significato dei tanti esodi forzati di cui quotidianamente siamo testimoni, spesso disattenti.
Tre personaggi – Abu Quis, uomo maturo e affaticato, Asad, giovane e più risoluto, e Marwàn poco più che un ragazzo – scelgono di farsi rinchiudere nella stessa autocisterna, all’inseguimento di una salvezza che è collocata in fondo ad un percorso difficile, quasi disumano, ma che sembra essere l’unica alternativa possibile, o forse tale la fa apparire la disperazione dopo tanti anni di inutile attesa di una svolta positiva nelle loro vite. Le vicende personali sono diverse una dall’altra, hanno poco da spartire, o nulla, se non quel passaggio comune verso e oltre la frontiera; il lettore le scopre grazie al meccanismo dei flashback che si connettono al presente tramite un suono, una parola, un riverbero. Le ragioni della situazione in cui si trovano i tre personaggi vengono dunque centellinate, portate alla luce un po’ alla volta, grazie a degli inserti che sospendono per un breve tratto la spirale narrativa, sempre più avvolgente e inevitabile. In Medio Oriente il cinema francese è da sempre molto presente, e ha fatto scuola, sicuramente se ne colgono tracce nelle scene di Uomini sotto il sole, con alcune soluzioni di moderna efficacia cinematografica.
Il percorso narrativo è all’insegna del prosciugamento. Il sole che picchia sulle teste ha l’ingrato compito di cancellare la vita, di portare via l’acqua, sia in senso fisico sia in senso simbolico. Pagina dopo pagina si sente l’esistenza venire meno, perché viene a sparire la sua fonte primaria. C’è un momento in particolare, proprio nelle pagine iniziali, in cui si preannuncia la perdita, nella forma di una fortissima nostalgia: «Ogni volta che, giacendovi sopra, annusava il profumo delle zolle, gli sembrava l’odore dei capelli di sua moglie appena uscita da un bagno d’acqua fresca. Proprio quell’odore, l’odore di una donna che si era appena lavata con acqua fresca, e che gli si accosta con i capelli ancora umidi, coprendogli il viso» (p. 17). Non è dunque solo perché lo scenario del racconto è quasi sempre il deserto, l’assenza d’acqua è qualcosa che innerva la storia in maniera più profonda. E non è un caso che assieme all’acqua appaia qui la figura della moglie di Abu Qais, a richiamare in fondo tutto il mondo femminile, anch’esso destinato a sparire, a prosciugarsi, un’altra fonte di vita che non riesce ad avere spazio nel racconto, che è già solamente nostalgia. La speranza che spinge i tre clandestini nasce dunque già indebolita, perché guarda indietro, gira le spalle al futuro; senza acqua, senza il suo complemento femminile, l’uomo si scopre chiuso in una realtà che non ha domani. 
L’autista della cisterna, soprannominato Canna per via della sua figura alta e allampanata, non è la classica figura del trafficante di uomini, il cinico approfittatore della disperazione altrui che abbandona nel mezzo del Mediterraneo barconi fatiscenti con esseri umani assiepati in ogni angolo. Canna è anch’egli a suo modo una vittima. Sottoposto a torture a causa delle quali ha perduto la sua virilità, s’ingegna per guadagnare qualcosa in più sfruttando un trucco per eludere i controlli di frontiera. Il nostro Caronte nel deserto è dunque un uomo a cui è negato congiungersi con il lato femminile, e la valenza simbolica torna ad essere forte. È un personaggio che prova della compassione e non riesce ad essere cinico: che si sente lacerare il petto quando capisce quale ruolo il destino gli abbia assegnato. In una manciata di secondi risulta chiaro che da salvatore egli diventerà involontario carnefice, trattenuto dai soldati di confine per fantasiose storie di donne che sono appunto solo fantasie, doppiamente dolorose per Canna ed esiziali per i tre clandestini. La beffa dei pochi secondi è bruciante oltre la metafora, e dichiara come il tempo, anzi i tempi siano un’altra delle chiavi di lettura del racconto. C’è un tempo esteso, che è quello del passato alle spalle di ciascun personaggio, un grande raccoglitore di storie di sofferenza a cui Kanafani attinge con misura. C’è il tempo ristretto dei pochi giorni spesi nell’attesa dell’agognato passaggio attraverso la frontiera. C’è infine il tempo accelerato del presente, del viaggio spinto su quella spirale che converge inesorabile verso una fine purtroppo segnata.
Ancora stupisce, ma forse nemmeno troppo, la lentezza con cui il nostro panorama editoriale mette in circolo opere di valore solamente perché non provengono dalle solite due o tre nazioni da cui importiamo ingordamente letteratura, senza quasi filtro critico. Succede così che Uomini sotto il sole, racconto lungo pubblicato in arabo nel 1963, arrivi in Italia solo nel 1991 per iniziativa della Sellerio, casa editrice attenta alla letteratura araba e all’epoca non ancora salita sulla grande onda di Camilleri. Tuttavia Kanafani, così come Camilleri, non era un perfetto sconosciuto, ma l’Occidente lo conosceva come attivo sostenitore del fronte di liberazione della Palestina. Era nato ad Acri nel 1938, si trasferì poi con la famiglia in Libano al momento della proclamazione dello stato di Israele, passando quindi in Siria e in Kuwait. Morì in un attentato, forse ad opera del Mossad, forse per lotte interne ad Al-Fatah. Dunque noto come politico, non come scrittore, Kanafani si rivela in realtà una penna raffinata, neppure troppo influenzata in quest’opera dal coinvolgimento in prima persona nelle convulse vicende del Medio Oriente. A livello teorico egli concepiva solo una letteratura impegnata, con uno scopo pratico, pur senza rinunciare alla forma che voleva rimanesse elevata. Dunque nessun estetismo fine a se stesso, l’asciuttezza pragmatica doveva essere il principio guida, sennonché da lettore l’impressione è che a volte la letteratura prevalga, si impossessi della mano di Kanafani e lo guidi dove il suo talento di scrittore è destino lo porti. Vorrebbe rimanere l’ideologo, il combattente, lo scrittore armato che persegue il suo specifico obiettivo di denuncia, tuttavia qualcosa lo distrae, è un’ispirazione potente, ed egli si ritrova a scrivere un racconto che è narrazione pura, strumento di un messaggio universale sulla sorte crudele dell’umanità che, a qualunque longitudine, cerca una terra in cui piantare dei semi, arrivando persino ad accettare il fatto che non sia la terra dei loro padri. 
I tre personaggi di Kanafani si muovono verso est, verso il Kuwait, nazione in quegli anni poco sviluppata, senza una struttura politica stabile. Quando anche lì venne scoperto il petrolio, ci si rese conto che mancavano le maestranze, le professionalità, le competenze. Furono proprio i palestinesi ad occupare quei posti, a rispondere a quelle esigenze che il crescente emirato esprimeva. Lì i palestinesi, almeno alcuni di loro, poterono esprimersi, avviare attività economiche, fare tutto ciò che era loro negato sul suolo natio. Di fatto l’identità odierna del Kuwait, la sua ricchezza, molto deve ai profughi palestinesi che erano in quel momento una delle popolazioni più istruite di tutto il Medio Oriente. A parziale risarcimento dell’esproprio della terra, ai palestinesi era stata infatti offerta la possibilità di accedere a servizi educativi di livello, gestiti da istituzioni occidentali spesso di matrice religiosa, come nel caso delle scuole missionarie a cui erano ammessi anche i mussulmani. Attraverso la lente dell’analisi storica, appare evidente quanto fosse un modo per lavarsi la coscienza e ammettere indirettamente che a quella popolazione era stato fatto un torto, e della peggior specie, perché le radici di un popolo, come per un albero, sono nella terra in cui nasce, e sradicare è togliere senso all’esistenza, quale che sia la nuova destinazione prevista. Paradossale quanto la diaspora degli ebrei e la diaspora dei palestinesi possano apparire in fondo simili, nel momento in cui si lascino da parte le sovrastrutture ideologiche e politiche.

Ghassan Kanafani, Uomini sotto il sole, Palermo, Sellerio, 1991

Questa recensione deve diversi spunti alla discussione avvenuta il 22 aprile 2016 all’interno del gruppo di lettura sulla letteratura araba contemporanea condotto da Francesca Biancani presso la Biblioteca Amilcar Cabral di Bologna.

mercoledì 23 marzo 2016

La piratessa e Fibonacci

Quello che sta accadendo in questi mesi a Bruxelles, a Parigi e in decine di altri luoghi nel mondo, non mi dissuade dal pensare che l’educazione alla diversità sia una delle vie maestre per risollevarci da questo momento di prostrazione. Credo anzi che una delle strategie malvagie consista proprio nel far passare il messaggio che conoscere l’altro, instaurare un dialogo, sia un’attività insensata, un’impresa degna di don Chisciotte, utile quanto andare alla carica dei mulini a vento. Molti sono quelli che escludono possano arrivare reali frutti da un’azione politica e culturale di apertura a realtà sociali e religiose diverse dalle nostre; pensano che iniziative del genere avranno la sola funzione di luccicare come medaglie d’ottone sul bavero di qualche ipocrita intellettuale. Dobbiamo dunque arrenderci al terrore? Per rispondere no, mi appello a quelle poche e forse misere armi con cui ho familiarità, e sono i libri, quelli ben fatti, con un’anima infusa in essi dai loro intelligenti autori.
Dato che la speranza non può che venire dalle generazioni più giovani, e visto che proprio lì trovano spesso terreno fertile i messaggi di violenza e distruzione, voglio allora spendere qualche parola sulla collana Celacanto pensata per dei ragazzi in parte ancora bambini (o viceversa), che dichiara l’intento di «parlare di storia senza mai perdere il gusto del racconto, dell’avventura, dell’immaginazione». Si tratta di un’iniziativa editoriale che conta suppergiù una dozzina di titoli caratterizzati dalla presenza importante di illustrazioni originali, a recuperare un’attenzione per lungo tempo mancata nel panorama italiano, ma di recente in positivo recupero, dell’investire nei progetti che combinano parole e immagini. L’editore Laterza deve aver chiesto agli autori di pensare ad un’apertura di orizzonti, di evitare il taglio scontato e i finali forzatamente rassicuranti, perché la vita lo sappiamo non ama il lieto fine, e si diverte a lasciare nelle vicende umane una vena di amarezza, un filo di malinconia, e tutto ciò non si può tenere nascosto a lungo a chi si incammina verso la vita adulta. Gli autori hanno accolto l’invito, ma l’impressione è che abbiamo persino fatto di più, almeno nei due albi – mi viene da usare questo termine 'antico' – di cui scriverò qui di seguito. Gli autori hanno compreso la chance che veniva loro offerta, di mettere in campo delle armi, forse appunto misere dal punto di vista bellico, anzi del tutto inoffensive e non letali, ma sperabilmente efficaci nell’educare ad un domani aperto alla diversità e al riconoscimento di valori umani comuni.
In Susan la piratessa si afferma che «l’essere più povero ha una vita da vivere quanto il più grande e che ogni uomo, se deve vivere sotto un governo, deve prima accettarlo» (p. 7). La protagonista è nata a Putney, la città dei famosi dibattiti da cui derivano alcune delle principali acquisizioni moderne in termine di valori e diritti civili, ma come dichiara fin da subito Susan, nonostante la giovane età ella ha già molto vissuto e si è trovata spregiudicatamente a vivere da pirata, fuori dal consesso civile, celando fra l’altro la sua natura femminile. La molla che l’ha spinta è stato il desiderio di libertà e la voglia di conoscere il mondo simbolicamente rappresentati dal padre marinaio che non ha mai conosciuto. Dunque presto Susan ha lasciato la costa per seguire uomini con cicatrici che la fanciulla vede come «segni di gloria». Come è facile evincere i temi sono molti e potenzialmente spinosi, distribuiti lungo una trama che non disdegna gli spunti di carattere storico e geografico. La guerra di successione spagnola, la tratta degli schiavi, il modo di vivere alla piratesca, c’è un affresco di un’epoca nella narrazione di Susan, una narrazione scritta a lume di candela nel retrobottega della sua locanda in Giamaica, temporaneo porto dopo un lungo girovagare di cui la fanciulla ci dà preciso conto. Va rilevata l’asciuttezza dei giudizi di Susan: la giovane donna non condanna nessuno, neppure il capitano del veliero sul quale gli schiavi neri sono incatenati come animali. Registra gli eventi, li osserva incuriosita, perché è una donna del suo tempo e la sua intelligenza non è stata ancora educata ad una riflessione critica, non ha gli strumenti per esprimere un giudizio su quei fatti. Paradossalmente però, in questo modo, il giovane lettore è ancora maggiormente spinto ad avviare la riflessione che mancò alla piratessa.
Con Il bambino che inventò lo zero saltiamo nelle terre dei Berberi, nel nord Africa del XII secolo, dove vivono il vecchio saggio Ahmed ibn Walud e il suo molto particolare allievo, nato lontano dai deserti, dalle terre dei cammelli e dalla cultura islamica. Leonardo figlio di Bonaccio – o come si sarebbe poi detto più brevemente, Fibonacci – è infatti un ragazzino pisano, “furbo come mille gatte e scaltro come una volpe che si finga addormentata” (p. 12) e soprattutto abilissimo nel fare di conto. Nella città di Bugia si è ambientato in fretta e ha imparato alla perfezione l’arabo, incluse parolacce e improperi vari, il che completa la sua inclinazione naturale a comportarsi da monellaccio impenitente. Il padre riconosce la necessità di un’educazione seria per porre un freno ad un comportamento che rischia di far cacciare dall’Africa tutta la comunità pisana, e Ahmed risulta essere il maestro ideale. Il fulcro dell’insegnamento, senza che la cosa sia programmata, è il confronto fra due metodi di scrivere i numeri, quello romano, macchinoso e poco efficace ma ancora in uso nei paesi cristiani, e quello arabo, funzionale perché posizionale e basato su pochi semplici segni, solo nove, più il segno del vuoto, una geniale intuizione che consente di descrivere appieno la perfezione del mondo voluto da Allah. Lo zero, in arabo sifr, da cui la nostra ‘cifra’, è un concetto del tutto nuovo per l’Occidente, fino ad allora impicciato a far di conto con i numeri romani (provate a fare una moltiplicazione mettendo in colonna XXIII e XLIX, e capirete cosa s’intende). Leonardo grazie alla sua vivace intelligenza capisce d’aver scoperto un tesoro, ma Ahmed quasi si spaventa di fronte a quel piccolo infedele così perspicace. Tenta di ritrarsi, di nascondere la ‘magia’ dei numeri, di farla passare per una cosa da niente, in un tira e molla che ricorda in effetti un po’ Il mago dei numeri di Hans Magnus Enzensberger. Nel rapporto tormentato fra i due si srotola alla fine il racconto delle cifre arabe e delle loro particolarità, finché Leonardo “trasforma la logica dei numeri in una poesia elegante”. I due personaggi, così lontani e diversi, trovano un terreno comune di intesa, un piano di dialogo davvero suggestivo, così come nel rapporto appena accennato di Ahmed con l’amico Samuel bel Paltiel, mercante ebreo e palermitano, a rappresentare un Mediterraneo completamente diverso da quello a cui ci ha purtroppo abituato la nostra quotidianità.
Fiaba moderne quelle di Susan e Leonardo, narrate senza eccessiva linearità, con stili densi dal giusto grado di ricercatezza lessicale. La sfida per gli autori è stata quella di muoversi fra gli spunti della Storia e la piacevolezza del raccontare; la sfida per tutti noi è prendere spunto per diffondere messaggi e strumenti che invitino alla riflessione contro stereotipi e luoghi comuni.

Carola Susani, Susan la piratessa, illustrazioni di Simona Mulazzani, Roma-Bari, Laterza, 2014
Amedeo Feniello, Il bambino che inventò lo zero, illustrazioni di Gianluca Folì, Roma-Bari, Laterza, 2014

domenica 22 novembre 2015

Un carrozzone spaziale

Gli alieni sono fra noi. Se state pensando all’avvio di un tipico romanzo di fantascienza, devo subito avvisarvi che siete fuori strada. L’invasione infatti è già avvenuta e in maniera massiccia, ma quasi nessuno se ne è accorto, e quei pochi che ne erano a conoscenza hanno saputo integrare gli extraterrestri negli ingranaggi della nostra società in ossequio al più assurdo consumismo. Il meccanismo è decisamente curioso e costituisce una delle molte chiavi che tengono tesa l’imprevedibile trama sviluppata da Alessandro Pozzetti.
Qualsiasi definizione di genere rischia di essere sminuente per Auro Ponchielli contro la fine del mondo, perché in effetti molti sono i generi mescolati fra loro, e nessuno di essi alla fine prevale sugli altri, ciascuno ha il suo spazio. Auro, pubblicitario con una certa qual verve, ha sempre vissuto a quota periscopio, senza grandi infamie e senza grandi lodi, osando meno di quel che forse potrebbe, con un profilo basso che non gli ha reso giustizia. Qualcosa tuttavia, lo si intuisce fin dalle prime pagine, si sta muovendo all’orizzonte, anzi sopra, molto sopra l’orizzonte. Nonostante il tono ironico, ecco dunque il racconto di formazione, e in effetti il nostro Auro vivrà pagina dopo pagina una trasformazione, una presa di coscienza che lo traghetterà verso un nuovo modo d’essere. Questa presa di coscienza avrà la forma di un vero e proprio impossessamento: uno spirito entrerà dentro Auro per guidarlo nel cammino, e non uno spirito qualunque, certo che no, sarà addirittura Clint Eastwood ad apparirgli un mattino riflesso nello specchio del bagno: lo sguardo a fessura, le labbra sottili pronte a distribuire massime intrise di saggezza.
A guidare il manipolo di uomini che, senza volerlo, si troverà a dover fronteggiare un’apocalisse acquatica, ci sarà anche Miki Zanetti, in arte Zanna, dj e scrittore che ci rimanda ad alcuni presenzialisti che infestano i nostri palinsesti televisivi. Zanna però è uno che ci sa davvero fare, e il suo Nonne che corrono con i lupi ha venduto oltre 400.000 copie, consentendogli di diventare l’uomo con maggiori probabilità di intrattenersi quotidianamente in rapporti sessuali completi con perfette sconosciute (percentuale attorno al 93,4% secondo uno studio del prof. Ringer dell’Università di Tubinga). In certe condizioni diventa facile eccedere nell’autostima, «sono in sintonia col cosmo. Sono in unione con ogni molecola dell’universo. Pervado la realtà delle cose» afferma Zanna (p. 73), senza sapere quanto premonitrici siano le sue parole; anche per lui infatti il destino ha previsto un nuovo livello di coscienza, stavolta in diretto rapporto con le menti aliene.
L’aspetto ironico, a tratti grottesco, non abbandona mai la narrazione, complici gli altri personaggi, eccentrici di per sé e in più coinvolti in situazioni assurde. Incontriamo allora una scimmia – anzi pardon, uno scimpanzé – dalla spiccata intelligenza e tanto loquace quanto manesco; la governante di Zanna, Teresa, una vecchina dall’aria innocua ma in realtà decisamente battagliera nel suo ruolo di Mata Hari meneghina; Marzia, la fidanzata di Auro, che suo malgrado si trova ad essere centro catalizzatore di una serie di eventi imprevisti con conseguenze altrettanto impreviste sui suoi capezzoli; un irresistibile nerd conosciuto con il nome di Padrepio che viene in possesso di un telecomando a forma di pinguino dal potere davvero spropositato; Luis Ferro, il capo, nonché cognato, di Auro, despota dai gusti sessuali alquanto stravaganti che subirà un meritato contrappasso; e così via, in una carrellata davvero pittoresca.
Bisogna riconoscere ad Alessandro Pozzetti il merito d’essere riuscito a distillare, in un’unica storia, personaggi e situazioni pescate da ambiti lontani anni luce gli uni dagli altri, combinando tutto in una struttura coerente, per nulla sgangherata, anzi quasi classica nel suo svilupparsi, benché affidata ad un gruppo di protagonisti che sono appunto una delle compagnie più strampalate che mi è capitato di trovare stipata in un romanzo. A fare da substrato, un immaginario che trae spunto da quella variopinta fucina sotto culturale che sono stati gli anni ’80-‘90, con riferimenti e citazioni che nonostante tutto continuano a far ridere, a maggior ragione se riproposti in modi e momenti del tutto inattesi. E poi, diciamola tutta, chi non si sentirebbe più al sicuro sapendo d’avere come guardia del corpo Bud Spencer? Pozzetti pesca dunque da un bacino ampio, e lo fa con garbo, senza perdere il suo stile e senza eccedere; riprende alcuni cliché, ma li sa rovesciare e sa servirsene a suo specifico vantaggio.
Una vicenda corale a cui forse poteva essere dato più respiro, c’erano ampi spazi oltre lo Spazio che giustamente raccoglie le scene finali, ma il destino del mondo si gioca in fondo fra due salotti. Paradossalmente la vicenda, che pur coinvolge il mondo intero, evolve attraverso scene di interni, dialoghi molto articolati e direi teatrali nella loro impostazione, ben condotti, ma che capita facciano perdere il ricordo di quanto sta accadendo in quell’istante nel resto della Terra. A volte il mondo rimane sullo sfondo, come un televisore dimenticato acceso in un angolo della cucina durante un litigio in famiglia. Quasi che si fosse spaventato della gigantesca macchina che ha saputo mettere in moto, Alessandro Pozzetti tiene insomma un po’ il piede sul freno, eppure ciò non è detto sia per forza un male. Alla fine infatti gli consente di puntare sempre le luci sui suoi strampalati personaggi, attori ai quali non si può fare a meno di affezionarsi e con cui ci si diverte con leggerezza, scordando che fuori dalla finestra si sta appropinquando l’apocalisse.

Alessandro Pozzetti, Auro Ponchielli contro la fine del mondo, Milano, NNE, 2015.

domenica 19 luglio 2015

I dilemmi dell'esordiente

Per chi sta sfruttando l'estate allo scopo di concludere la stesura del suo primo romanzo, qualche arguta osservazione in merito al difficile mondo dell'editoria, con quel giusto grado di leggerezza che sarebbe piaciuto ad Achille Campanile. 

Se come me siete degli scrittori esordienti, mi capirete al volo quando dico che questo mondo si compone di scelte e di rinunce. Quando hai la fortuna di ricevere più offerte di pubblicazione, e le metti tutte sul tavolo per compiere la tua scelta, consideri assolutamente ovvio e privo di dramma il fatto che nessuna di queste, presa singolarmente, combinerà tutte le condizioni necessarie per un progetto editoriale serio. Alcune ti offrono una buona tiratura, ma ammettono di non poter garantire la promozione dell’opera («lei, di suo, come se la cava con internet? Ce l’ha un megafono?»); altre garantiscono una rilegatura decente, ma anticipano che il loro distributore non esce dal territorio regionale (e stiamo parlando del Molise); alcune garantiscono royalties superiori al 6%, ma spiegano che per farlo devono vendere il tuo libro a € 48,00 più IVA («ma non si preoccupi, abbiamo già identificato una fascia di mercato rappresentata da Marcello Dell’Utri»); altre dicono che sono in grado di curare rilegatura, tiratura e promozione, ma che per scelta politica non hanno un contratto con un distributore, dunque possono vendere il libro solo a chi va da loro a prenderlo (insieme alla ricotta affumicata che, su prenotazione, fanno nella stessa malga). Così devi scegliere tra più rinunce, valutando quale comprometterà meno la tua performance nel torneo di calcio saponato degli Scrittori Esordienti.
È un gioco di equilibri talmente delicato che a volte, pur di poter decidere con maggiore leggerezza, ti trovi a cercare il peggio, il punto debole così debole da tagliare la testa al toro, donandoti un criterio con cui escludere tutte quelle opzioni una dopo l’altra, fino a trovarti con una sola carta in mano e valutare che, sì!, quella è la migliore (d’altronde sei persuaso che per conquistare la Nazione si debba pur cominciare da una regione, e che il Molise, letterariamente parlando, sia l’avanguardia d’Italia).
Ebbene, vorrei descrivere il cruccio in cui mi trovo da quando ho ricevuto la proposta di pubblicazione da parte di una casa editrice che mescola i pro e i contro in maniera così sottile da impedirmi una valutazione distaccata delle sue potenzialità. Il problema non riguarda le garanzie contrattuali – ma, anzi, proprio questo è il punto: che stiamo parlando di una casa editrice che, per la prima volta da sempre, e riuscendo quasi a commuovermi, mi offre tutte le condizioni editoriali per spiccare il volo, ma che tuttavia mi lascia un po’ perplesso a causa di un aspetto probabilmente frivolo, rappresentato dal fatto che tale casa editrice abbia un nome spiacevole (non credo sia determinante, ma per dover di cronaca lo preciso: si chiama «Il Culo Edizioni»).
Ora, io spero sinceramente che possiate mettervi nei miei panni e non balzare subito alla conclusione che io sia uno di quei tipi con la puzza sotto il naso, o, peggio!, un superficiale. Vi posso garantire che sono assolutamente conscio della fortuna che mi è capitata e che un nome spiacevole non compromette la sostanza, seria e professionale, di quello che mi viene offerto. Dopo che mi sono documentato, non posso negare che, in questo senso, Il Culo Edizioni è veramente una buona casa editrice. Sono inoltre certo che rappresenterebbe il salto di qualità nella mia carriera di scrittore, inserendomi negli ambienti giusti, offrendomi una buona visibilità e garantendomi degli interlocutori con cui crescere. Tuttavia, mi risulta egualmente difficile abituarmi alla sgradevolezza del suo nome.
Ho provato a rompere questo indugio concentrandomi sul futuro. Ho immaginato me a cinquant’anni, rancoroso e frustrato, che pubblico le mie storie su libri che si sfaldano ancora prima di essere venduti, con copertine disegnate con paint su una tiratura di venticinque copie; ho pensato a mia moglie che cerca di essere comprensiva, ma che nel frattempo cova dentro di sé una rabbia di ruggine per come sono stato frivolo, oscenamente stupido, a buttare via la mia carriera perché mi sono fossilizzato su un nome. Così ho concluso che sarebbe davvero stupido rinunciare a una pubblicazione con Il Culo Edizioni. D’altro canto mi sono immaginato da Fabio Fazio, a rispondere alle sue domande parlando di Paul Auster e delle Lezioni Americane di Calvino, immerso negli applausi del pubblico che sanciscono il mio ruolo di scrittore, e quando ho immaginato Fabio Fazio che conclude l’intervista alzando verso la macchina il mio romanzo – scintillante, bellissimo, con una rilegatura in oro! – e annuncia: «Elia Rossi! Tra le ali di un angelo! Il Culo Edizioni!», ecco, devo confessare che ho trovato quel nome davvero sgradevole, e che mi sono trovato punto e a capo nel mio dilemma.
Ho provato a scandagliare tutti i caratteri di questa casa editrice, nella speranza di trovarne uno – uno solo! – abbastanza negativo da far pendere in modo definitivo la bilancia. Ma niente. Stando a voci sicure, Il Culo Edizioni si occupa con grande cura di tutto il processo editoriale: dall’editing, alla distribuzione; dalla promozione, al contatto con le riviste letterarie, con gli atenei e con i circoli di scrittori. Per puro caso, ho persino scoperto che hanno una collana di filologia rinascimentale ritenuta un faro per tutti gli esperti del settore e che molti luminari hanno ammesso che, oggi, non si saprebbe quasi nulla dei manoscritti clandestini di Chatouclou senza le eleganti ristampe de Il Culo Edizioni.
Insomma, è una situazione che mi lascia piuttosto perplesso e spero di non prendere decisioni avventate. Ne va della mia carriera, da un lato, e della mia credibilità, dall’altro. Mi confonde molto, e mi getta in un abisso di sensazioni contraddittorie, la fantasia di me che passeggio per strada e che vengo fermato da un vecchio conoscente che mi dice:
«Cavolo, ma ho sentito che questa volta hai sfondato! Mi hanno detto che ieri parlavano del tuo libro su RadioDue. Senti, ma, con chi è che hai pubblicato?».
«Con Il Culo Edizioni».
«L‘ho già sentita».
E poi c’è l’altro aspetto – probabilmente quello che mi smarrisce di più. Mi riferisco al fatto che la mia opera in questione, ovvero Tra le ali di un angelo, sia, nella fattispecie, un libro per bambini. È una storia briosa ma edificante, che racconta con grande discrezione le peripezie di un topolino che perde la propria madre e che la ritrova dopo un periglioso viaggio in un bosco incantato; una storia pensata per la fascia d’età della prima elementare, quella dei bambini che leggono ad alta voce, pronunciando le sillabe mentre le seguono col ditino. Vi prego un’altra volta di non essere precipitosi nel giudicarmi culturalmente schizzinoso. Voglio solo dire che trovo spiacevole l’idea che dei bambini di prima elementare abbiano fra le mani quel mio libro – scintillante, bellissimo, con una rilegatura in oro! – e che sotto al loro nasino ci siano le scritte: E-li-a Ros-si, Tra le a-li di un an-ge-lo e Il Cu-lo Edi-zio-ni.
Così, questa mattina, dopo molti giorni in cui leggevo e rileggevo quel contratto senza venire a capo di una decisione, ma anzi impastoiandomi sempre di più nel gioco infinito dei tuttavia e dei però, ho deciso di telefonare alla redazione de Il Culo Edizioni. La mia speranza era che il numero fosse inesistente, o che la centralinista mi rispondesse dalla Moldavia figendo un amplesso, così che io trovassi finalmente il granello negativo capace di far precipitare il gioco. Ho sentito una musica di Brahms e una voce registrata che diceva:
«Risponde la segreteria telefonica de Il Culo Edizioni. Lasciate un messaggio e verrete richiamati non appena uno dei nostri telefonisti sarà disponibile».
Ho sparato grosso e ho detto che volevo parlare col Direttore, così da concludere che erano inaffidabili se non mi avessero ritelefonato entro una settimana. Dopo neanche cinque minuti il mio telefono è suonato:
«Dottor Rossi?».
«Sì?».
«Sono Attilio Robellotti della Loggia. Direttore de Il Culo Edizioni».
E io ho dovuto riconoscere che, anche sul piano della comunicazione, Il Culo Edizioni è assolutamente professionale. Ho pensato che non fosse il caso di menare il can per l’aia e ho parlato in modo assolutamente sincero al dottor Robellotti della Loggia.
«Non vorrei davvero essere indiscreto, ma le posso fare una domanda?».
«Mi dica dottor Rossi».
«Le posso chiedere il perché di questo nome?».
«Il Culo Edizioni?».
«Esatto…».
«In che senso?».
«Perché avete deciso di chiamarvi così…».
«Così nel senso di Il Culo Edizioni?».
«Ecco… sì…».
«Che domande! Suppongo perché siamo una casa editrice. Se ci fossimo occupati di altro, avremmo potuto chiamarci, non so, Il Culo Onoranze Funebri, non trova?».
«Tuttavia, visto che è così gentile, mi piacerebbe sapere anche il perché dell’altro nome…».
«Il Culo?».
«Ecco… sì…».
«Ah. Per quello non c’è una ragione precisa. Ci saremmo potuti chiamare anche Asdrubale Edizioni, o Asclepio Edizioni. Ma siccome non ci piaceva né Asdrubale, né Asclepio e un nome andava scelto, abbiamo optato per Il Culo.  È un nome come un altro».
«Ma siete nati come casa editrice umoristica?».
«Assolutamente no. Noi non crediamo nell’umorismo. L’umorismo è stupido. Non interessa vendere libri stupidi, a noi de Il Culo Edizioni».
Insomma, è andata a finire che il mio cruccio non si è dissolto e a me non resta che lambiccarmi fino allo scervellamento, in questo stallo di pro e di contro che mi logora fino a sfinirmi e che vede il mio tempo sfumare come polvere, tempo che potrei usare per scrivere, per pubblicare, per promuovere – per costruirmi una carriera di scrittore, insomma; e che invece uso per maledire il dannato sapore delle parole, che a volte è capace di far precipitare gli uccelli, altre di far volare i maiali.

(Post di Elia Rossi - tratto dal blog personale)