lunedì 13 giugno 2016

Nuovi modi per presentare un libro: recensione animata #1


Il libro è una fonte imprevedibile di spunti, riflessioni, risate ed emozioni. A volte le presentazioni dei libri sono l'esatto contrario. Ci siamo allora chiesti se la presentazione di un libro potesse riuscire a zampillare come una vera fonte per stimolare piacevolmente la lettura, e diventare così un evento interessante al di là della passione personale per l'autore o dell'argomento del libro. La risposta che ci siamo dati si chiama Recensione Animata, una sorta di piccola rappresentazione teatrale che metteremo in scena il prossimo 21 giugno. In questa occasione al centro sarà Il donatore di Andrea Pugliese, un’opera sull'imprevedibilità dei rapporti di coppia e sulle dinamiche di riappropriazione di se stessi dopo la fine di un matrimonio. L'autore sarà presente all'evento e verrà coinvolto nel gioco delle parti, forse scoprendo qualcosa del suo libro che neppure lui sospetta.
Della modesta regia si occuperà Sebastiano Bisson con la collaborazione di Martina Valentini Marinaz. Fedeli ad una delle note regole del VoltaPagine, sveleremo poco della trama, il giusto necessario per stimolare la curiosità, e divagando piuttosto fra gli spunti: dal formaggio d'alpeggio all'uso improprio dello smartphone, dall'importanza della grafica in una copertina al senso della fatica per chi ama la montagna. Il luogo d'incontro è la libreria Amici di Socrate, un punto di stimolo culturale e sociale del quartiere Savena a Bologna. Vi aspettiamo!

Recensione Animata #1 - Martedì 21 giugno 2016, h 18.30, presso libreria "Amici di Socrate", via Toscana 38/r, Bologna.

giovedì 12 maggio 2016

La cisterna silenziosa

Il cuore di una terra è il cuore di ciascuno dei suoi abitanti; sono gli abitanti a dare il battito alla terra. Quel cuore Abu Qais lo sente battere ogni volta che si stende sul suolo della Palestina, il paese che lo ha visto nascere e che ora egli deve lasciare per avventurarsi in un viaggio clandestino verso il Kuwait, la terra promessa degli arabi negli anni in cui nasce lo Stato d’Israele. Uomini sotto il sole è una storia di profughi, raffinata nello stile del racconto, fulminante nella sua costruzione narrativa. Benché risalga a qualche anno fa, rimane una storia esemplare e purtroppo attualissima, forse meno politica di quanto l’autore avrebbe voluto, ma proprio per questo ancora più potente nella sua denuncia, guidata dalla forza pura che la letteratura sa esprimere quando sale di livello e trasmette emozioni universali, così da rendere fino in fondo il significato dei tanti esodi forzati di cui quotidianamente siamo testimoni, spesso disattenti.
Tre personaggi – Abu Quis, uomo maturo e affaticato, Asad, giovane e più risoluto, e Marwàn poco più che un ragazzo – scelgono di farsi rinchiudere nella stessa autocisterna, all’inseguimento di una salvezza che è collocata in fondo ad un percorso difficile, quasi disumano, ma che sembra essere l’unica alternativa possibile, o forse tale la fa apparire la disperazione dopo tanti anni di inutile attesa di una svolta positiva nelle loro vite. Le vicende personali sono diverse una dall’altra, hanno poco da spartire, o nulla, se non quel passaggio comune verso e oltre la frontiera; il lettore le scopre grazie al meccanismo dei flashback che si connettono al presente tramite un suono, una parola, un riverbero. Le ragioni della situazione in cui si trovano i tre personaggi vengono dunque centellinate, portate alla luce un po’ alla volta, grazie a degli inserti che sospendono per un breve tratto la spirale narrativa, sempre più avvolgente e inevitabile. In Medio Oriente il cinema francese è da sempre molto presente, e ha fatto scuola, sicuramente se ne colgono tracce nelle scene di Uomini sotto il sole, con alcune soluzioni di moderna efficacia cinematografica.
Il percorso narrativo è all’insegna del prosciugamento. Il sole che picchia sulle teste ha l’ingrato compito di cancellare la vita, di portare via l’acqua, sia in senso fisico sia in senso simbolico. Pagina dopo pagina si sente l’esistenza venire meno, perché viene a sparire la sua fonte primaria. C’è un momento in particolare, proprio nelle pagine iniziali, in cui si preannuncia la perdita, nella forma di una fortissima nostalgia: «Ogni volta che, giacendovi sopra, annusava il profumo delle zolle, gli sembrava l’odore dei capelli di sua moglie appena uscita da un bagno d’acqua fresca. Proprio quell’odore, l’odore di una donna che si era appena lavata con acqua fresca, e che gli si accosta con i capelli ancora umidi, coprendogli il viso» (p. 17). Non è dunque solo perché lo scenario del racconto è quasi sempre il deserto, l’assenza d’acqua è qualcosa che innerva la storia in maniera più profonda. E non è un caso che assieme all’acqua appaia qui la figura della moglie di Abu Qais, a richiamare in fondo tutto il mondo femminile, anch’esso destinato a sparire, a prosciugarsi, un’altra fonte di vita che non riesce ad avere spazio nel racconto, che è già solamente nostalgia. La speranza che spinge i tre clandestini nasce dunque già indebolita, perché guarda indietro, gira le spalle al futuro; senza acqua, senza il suo complemento femminile, l’uomo si scopre chiuso in una realtà che non ha domani. 
L’autista della cisterna, soprannominato Canna per via della sua figura alta e allampanata, non è la classica figura del trafficante di uomini, il cinico approfittatore della disperazione altrui che abbandona nel mezzo del Mediterraneo barconi fatiscenti con esseri umani assiepati in ogni angolo. Canna è anch’egli a suo modo una vittima. Sottoposto a torture a causa delle quali ha perduto la sua virilità, s’ingegna per guadagnare qualcosa in più sfruttando un trucco per eludere i controlli di frontiera. Il nostro Caronte nel deserto è dunque un uomo a cui è negato congiungersi con il lato femminile, e la valenza simbolica torna ad essere forte. È un personaggio che prova della compassione e non riesce ad essere cinico: che si sente lacerare il petto quando capisce quale ruolo il destino gli abbia assegnato. In una manciata di secondi risulta chiaro che da salvatore egli diventerà involontario carnefice, trattenuto dai soldati di confine per fantasiose storie di donne che sono appunto solo fantasie, doppiamente dolorose per Canna ed esiziali per i tre clandestini. La beffa dei pochi secondi è bruciante oltre la metafora, e dichiara come il tempo, anzi i tempi siano un’altra delle chiavi di lettura del racconto. C’è un tempo esteso, che è quello del passato alle spalle di ciascun personaggio, un grande raccoglitore di storie di sofferenza a cui Kanafani attinge con misura. C’è il tempo ristretto dei pochi giorni spesi nell’attesa dell’agognato passaggio attraverso la frontiera. C’è infine il tempo accelerato del presente, del viaggio spinto su quella spirale che converge inesorabile verso una fine purtroppo segnata.
Ancora stupisce, ma forse nemmeno troppo, la lentezza con cui il nostro panorama editoriale mette in circolo opere di valore solamente perché non provengono dalle solite due o tre nazioni da cui importiamo ingordamente letteratura, senza quasi filtro critico. Succede così che Uomini sotto il sole, racconto lungo pubblicato in arabo nel 1963, arrivi in Italia solo nel 1991 per iniziativa della Sellerio, casa editrice attenta alla letteratura araba e all’epoca non ancora salita sulla grande onda di Camilleri. Tuttavia Kanafani, così come Camilleri, non era un perfetto sconosciuto, ma l’Occidente lo conosceva come attivo sostenitore del fronte di liberazione della Palestina. Era nato ad Acri nel 1938, si trasferì poi con la famiglia in Libano al momento della proclamazione dello stato di Israele, passando quindi in Siria e in Kuwait. Morì in un attentato, forse ad opera del Mossad, forse per lotte interne ad Al-Fatah. Dunque noto come politico, non come scrittore, Kanafani si rivela in realtà una penna raffinata, neppure troppo influenzata in quest’opera dal coinvolgimento in prima persona nelle convulse vicende del Medio Oriente. A livello teorico egli concepiva solo una letteratura impegnata, con uno scopo pratico, pur senza rinunciare alla forma che voleva rimanesse elevata. Dunque nessun estetismo fine a se stesso, l’asciuttezza pragmatica doveva essere il principio guida, sennonché da lettore l’impressione è che a volte la letteratura prevalga, si impossessi della mano di Kanafani e lo guidi dove il suo talento di scrittore è destino lo porti. Vorrebbe rimanere l’ideologo, il combattente, lo scrittore armato che persegue il suo specifico obiettivo di denuncia, tuttavia qualcosa lo distrae, è un’ispirazione potente, ed egli si ritrova a scrivere un racconto che è narrazione pura, strumento di un messaggio universale sulla sorte crudele dell’umanità che, a qualunque longitudine, cerca una terra in cui piantare dei semi, arrivando persino ad accettare il fatto che non sia la terra dei loro padri. 
I tre personaggi di Kanafani si muovono verso est, verso il Kuwait, nazione in quegli anni poco sviluppata, senza una struttura politica stabile. Quando anche lì venne scoperto il petrolio, ci si rese conto che mancavano le maestranze, le professionalità, le competenze. Furono proprio i palestinesi ad occupare quei posti, a rispondere a quelle esigenze che il crescente emirato esprimeva. Lì i palestinesi, almeno alcuni di loro, poterono esprimersi, avviare attività economiche, fare tutto ciò che era loro negato sul suolo natio. Di fatto l’identità odierna del Kuwait, la sua ricchezza, molto deve ai profughi palestinesi che erano in quel momento una delle popolazioni più istruite di tutto il Medio Oriente. A parziale risarcimento dell’esproprio della terra, ai palestinesi era stata infatti offerta la possibilità di accedere a servizi educativi di livello, gestiti da istituzioni occidentali spesso di matrice religiosa, come nel caso delle scuole missionarie a cui erano ammessi anche i mussulmani. Attraverso la lente dell’analisi storica, appare evidente quanto fosse un modo per lavarsi la coscienza e ammettere indirettamente che a quella popolazione era stato fatto un torto, e della peggior specie, perché le radici di un popolo, come per un albero, sono nella terra in cui nasce, e sradicare è togliere senso all’esistenza, quale che sia la nuova destinazione prevista. Paradossale quanto la diaspora degli ebrei e la diaspora dei palestinesi possano apparire in fondo simili, nel momento in cui si lascino da parte le sovrastrutture ideologiche e politiche.

Ghassan Kanafani, Uomini sotto il sole, Palermo, Sellerio, 1991

Questa recensione deve diversi spunti alla discussione avvenuta il 22 aprile 2016 all’interno del gruppo di lettura sulla letteratura araba contemporanea condotto da Francesca Biancani presso la Biblioteca Amilcar Cabral di Bologna.

mercoledì 23 marzo 2016

La piratessa e Fibonacci

Quello che sta accadendo in questi mesi a Bruxelles, a Parigi e in decine di altri luoghi nel mondo, non mi dissuade dal pensare che l’educazione alla diversità sia una delle vie maestre per risollevarci da questo momento di prostrazione. Credo anzi che una delle strategie malvagie consista proprio nel far passare il messaggio che conoscere l’altro, instaurare un dialogo, sia un’attività insensata, un’impresa degna di don Chisciotte, utile quanto andare alla carica dei mulini a vento. Molti sono quelli che escludono possano arrivare reali frutti da un’azione politica e culturale di apertura a realtà sociali e religiose diverse dalle nostre; pensano che iniziative del genere avranno la sola funzione di luccicare come medaglie d’ottone sul bavero di qualche ipocrita intellettuale. Dobbiamo dunque arrenderci al terrore? Per rispondere no, mi appello a quelle poche e forse misere armi con cui ho familiarità, e sono i libri, quelli ben fatti, con un’anima infusa in essi dai loro intelligenti autori.
Dato che la speranza non può che venire dalle generazioni più giovani, e visto che proprio lì trovano spesso terreno fertile i messaggi di violenza e distruzione, voglio allora spendere qualche parola sulla collana Celacanto pensata per dei ragazzi in parte ancora bambini (o viceversa), che dichiara l’intento di «parlare di storia senza mai perdere il gusto del racconto, dell’avventura, dell’immaginazione». Si tratta di un’iniziativa editoriale che conta suppergiù una dozzina di titoli caratterizzati dalla presenza importante di illustrazioni originali, a recuperare un’attenzione per lungo tempo mancata nel panorama italiano, ma di recente in positivo recupero, dell’investire nei progetti che combinano parole e immagini. L’editore Laterza deve aver chiesto agli autori di pensare ad un’apertura di orizzonti, di evitare il taglio scontato e i finali forzatamente rassicuranti, perché la vita lo sappiamo non ama il lieto fine, e si diverte a lasciare nelle vicende umane una vena di amarezza, un filo di malinconia, e tutto ciò non si può tenere nascosto a lungo a chi si incammina verso la vita adulta. Gli autori hanno accolto l’invito, ma l’impressione è che abbiamo persino fatto di più, almeno nei due albi – mi viene da usare questo termine 'antico' – di cui scriverò qui di seguito. Gli autori hanno compreso la chance che veniva loro offerta, di mettere in campo delle armi, forse appunto misere dal punto di vista bellico, anzi del tutto inoffensive e non letali, ma sperabilmente efficaci nell’educare ad un domani aperto alla diversità e al riconoscimento di valori umani comuni.
In Susan la piratessa si afferma che «l’essere più povero ha una vita da vivere quanto il più grande e che ogni uomo, se deve vivere sotto un governo, deve prima accettarlo» (p. 7). La protagonista è nata a Putney, la città dei famosi dibattiti da cui derivano alcune delle principali acquisizioni moderne in termine di valori e diritti civili, ma come dichiara fin da subito Susan, nonostante la giovane età ella ha già molto vissuto e si è trovata spregiudicatamente a vivere da pirata, fuori dal consesso civile, celando fra l’altro la sua natura femminile. La molla che l’ha spinta è stato il desiderio di libertà e la voglia di conoscere il mondo simbolicamente rappresentati dal padre marinaio che non ha mai conosciuto. Dunque presto Susan ha lasciato la costa per seguire uomini con cicatrici che la fanciulla vede come «segni di gloria». Come è facile evincere i temi sono molti e potenzialmente spinosi, distribuiti lungo una trama che non disdegna gli spunti di carattere storico e geografico. La guerra di successione spagnola, la tratta degli schiavi, il modo di vivere alla piratesca, c’è un affresco di un’epoca nella narrazione di Susan, una narrazione scritta a lume di candela nel retrobottega della sua locanda in Giamaica, temporaneo porto dopo un lungo girovagare di cui la fanciulla ci dà preciso conto. Va rilevata l’asciuttezza dei giudizi di Susan: la giovane donna non condanna nessuno, neppure il capitano del veliero sul quale gli schiavi neri sono incatenati come animali. Registra gli eventi, li osserva incuriosita, perché è una donna del suo tempo e la sua intelligenza non è stata ancora educata ad una riflessione critica, non ha gli strumenti per esprimere un giudizio su quei fatti. Paradossalmente però, in questo modo, il giovane lettore è ancora maggiormente spinto ad avviare la riflessione che mancò alla piratessa.
Con Il bambino che inventò lo zero saltiamo nelle terre dei Berberi, nel nord Africa del XII secolo, dove vivono il vecchio saggio Ahmed ibn Walud e il suo molto particolare allievo, nato lontano dai deserti, dalle terre dei cammelli e dalla cultura islamica. Leonardo figlio di Bonaccio – o come si sarebbe poi detto più brevemente, Fibonacci – è infatti un ragazzino pisano, “furbo come mille gatte e scaltro come una volpe che si finga addormentata” (p. 12) e soprattutto abilissimo nel fare di conto. Nella città di Bugia si è ambientato in fretta e ha imparato alla perfezione l’arabo, incluse parolacce e improperi vari, il che completa la sua inclinazione naturale a comportarsi da monellaccio impenitente. Il padre riconosce la necessità di un’educazione seria per porre un freno ad un comportamento che rischia di far cacciare dall’Africa tutta la comunità pisana, e Ahmed risulta essere il maestro ideale. Il fulcro dell’insegnamento, senza che la cosa sia programmata, è il confronto fra due metodi di scrivere i numeri, quello romano, macchinoso e poco efficace ma ancora in uso nei paesi cristiani, e quello arabo, funzionale perché posizionale e basato su pochi semplici segni, solo nove, più il segno del vuoto, una geniale intuizione che consente di descrivere appieno la perfezione del mondo voluto da Allah. Lo zero, in arabo sifr, da cui la nostra ‘cifra’, è un concetto del tutto nuovo per l’Occidente, fino ad allora impicciato a far di conto con i numeri romani (provate a fare una moltiplicazione mettendo in colonna XXIII e XLIX, e capirete cosa s’intende). Leonardo grazie alla sua vivace intelligenza capisce d’aver scoperto un tesoro, ma Ahmed quasi si spaventa di fronte a quel piccolo infedele così perspicace. Tenta di ritrarsi, di nascondere la ‘magia’ dei numeri, di farla passare per una cosa da niente, in un tira e molla che ricorda in effetti un po’ Il mago dei numeri di Hans Magnus Enzensberger. Nel rapporto tormentato fra i due si srotola alla fine il racconto delle cifre arabe e delle loro particolarità, finché Leonardo “trasforma la logica dei numeri in una poesia elegante”. I due personaggi, così lontani e diversi, trovano un terreno comune di intesa, un piano di dialogo davvero suggestivo, così come nel rapporto appena accennato di Ahmed con l’amico Samuel bel Paltiel, mercante ebreo e palermitano, a rappresentare un Mediterraneo completamente diverso da quello a cui ci ha purtroppo abituato la nostra quotidianità.
Fiaba moderne quelle di Susan e Leonardo, narrate senza eccessiva linearità, con stili densi dal giusto grado di ricercatezza lessicale. La sfida per gli autori è stata quella di muoversi fra gli spunti della Storia e la piacevolezza del raccontare; la sfida per tutti noi è prendere spunto per diffondere messaggi e strumenti che invitino alla riflessione contro stereotipi e luoghi comuni.

Carola Susani, Susan la piratessa, illustrazioni di Simona Mulazzani, Roma-Bari, Laterza, 2014
Amedeo Feniello, Il bambino che inventò lo zero, illustrazioni di Gianluca Folì, Roma-Bari, Laterza, 2014

domenica 22 novembre 2015

Un carrozzone spaziale

Gli alieni sono fra noi. Se state pensando all’avvio di un tipico romanzo di fantascienza, devo subito avvisarvi che siete fuori strada. L’invasione infatti è già avvenuta e in maniera massiccia, ma quasi nessuno se ne è accorto, e quei pochi che ne erano a conoscenza hanno saputo integrare gli extraterrestri negli ingranaggi della nostra società in ossequio al più assurdo consumismo. Il meccanismo è decisamente curioso e costituisce una delle molte chiavi che tengono tesa l’imprevedibile trama sviluppata da Alessandro Pozzetti.
Qualsiasi definizione di genere rischia di essere sminuente per Auro Ponchielli contro la fine del mondo, perché in effetti molti sono i generi mescolati fra loro, e nessuno di essi alla fine prevale sugli altri, ciascuno ha il suo spazio. Auro, pubblicitario con una certa qual verve, ha sempre vissuto a quota periscopio, senza grandi infamie e senza grandi lodi, osando meno di quel che forse potrebbe, con un profilo basso che non gli ha reso giustizia. Qualcosa tuttavia, lo si intuisce fin dalle prime pagine, si sta muovendo all’orizzonte, anzi sopra, molto sopra l’orizzonte. Nonostante il tono ironico, ecco dunque il racconto di formazione, e in effetti il nostro Auro vivrà pagina dopo pagina una trasformazione, una presa di coscienza che lo traghetterà verso un nuovo modo d’essere. Questa presa di coscienza avrà la forma di un vero e proprio impossessamento: uno spirito entrerà dentro Auro per guidarlo nel cammino, e non uno spirito qualunque, certo che no, sarà addirittura Clint Eastwood ad apparirgli un mattino riflesso nello specchio del bagno: lo sguardo a fessura, le labbra sottili pronte a distribuire massime intrise di saggezza.
A guidare il manipolo di uomini che, senza volerlo, si troverà a dover fronteggiare un’apocalisse acquatica, ci sarà anche Miki Zanetti, in arte Zanna, dj e scrittore che ci rimanda ad alcuni presenzialisti che infestano i nostri palinsesti televisivi. Zanna però è uno che ci sa davvero fare, e il suo Nonne che corrono con i lupi ha venduto oltre 400.000 copie, consentendogli di diventare l’uomo con maggiori probabilità di intrattenersi quotidianamente in rapporti sessuali completi con perfette sconosciute (percentuale attorno al 93,4% secondo uno studio del prof. Ringer dell’Università di Tubinga). In certe condizioni diventa facile eccedere nell’autostima, «sono in sintonia col cosmo. Sono in unione con ogni molecola dell’universo. Pervado la realtà delle cose» afferma Zanna (p. 73), senza sapere quanto premonitrici siano le sue parole; anche per lui infatti il destino ha previsto un nuovo livello di coscienza, stavolta in diretto rapporto con le menti aliene.
L’aspetto ironico, a tratti grottesco, non abbandona mai la narrazione, complici gli altri personaggi, eccentrici di per sé e in più coinvolti in situazioni assurde. Incontriamo allora una scimmia – anzi pardon, uno scimpanzé – dalla spiccata intelligenza e tanto loquace quanto manesco; la governante di Zanna, Teresa, una vecchina dall’aria innocua ma in realtà decisamente battagliera nel suo ruolo di Mata Hari meneghina; Marzia, la fidanzata di Auro, che suo malgrado si trova ad essere centro catalizzatore di una serie di eventi imprevisti con conseguenze altrettanto impreviste sui suoi capezzoli; un irresistibile nerd conosciuto con il nome di Padrepio che viene in possesso di un telecomando a forma di pinguino dal potere davvero spropositato; Luis Ferro, il capo, nonché cognato, di Auro, despota dai gusti sessuali alquanto stravaganti che subirà un meritato contrappasso; e così via, in una carrellata davvero pittoresca.
Bisogna riconoscere ad Alessandro Pozzetti il merito d’essere riuscito a distillare, in un’unica storia, personaggi e situazioni pescate da ambiti lontani anni luce gli uni dagli altri, combinando tutto in una struttura coerente, per nulla sgangherata, anzi quasi classica nel suo svilupparsi, benché affidata ad un gruppo di protagonisti che sono appunto una delle compagnie più strampalate che mi è capitato di trovare stipata in un romanzo. A fare da substrato, un immaginario che trae spunto da quella variopinta fucina sotto culturale che sono stati gli anni ’80-‘90, con riferimenti e citazioni che nonostante tutto continuano a far ridere, a maggior ragione se riproposti in modi e momenti del tutto inattesi. E poi, diciamola tutta, chi non si sentirebbe più al sicuro sapendo d’avere come guardia del corpo Bud Spencer? Pozzetti pesca dunque da un bacino ampio, e lo fa con garbo, senza perdere il suo stile e senza eccedere; riprende alcuni cliché, ma li sa rovesciare e sa servirsene a suo specifico vantaggio.
Una vicenda corale a cui forse poteva essere dato più respiro, c’erano ampi spazi oltre lo Spazio che giustamente raccoglie le scene finali, ma il destino del mondo si gioca in fondo fra due salotti. Paradossalmente la vicenda, che pur coinvolge il mondo intero, evolve attraverso scene di interni, dialoghi molto articolati e direi teatrali nella loro impostazione, ben condotti, ma che capita facciano perdere il ricordo di quanto sta accadendo in quell’istante nel resto della Terra. A volte il mondo rimane sullo sfondo, come un televisore dimenticato acceso in un angolo della cucina durante un litigio in famiglia. Quasi che si fosse spaventato della gigantesca macchina che ha saputo mettere in moto, Alessandro Pozzetti tiene insomma un po’ il piede sul freno, eppure ciò non è detto sia per forza un male. Alla fine infatti gli consente di puntare sempre le luci sui suoi strampalati personaggi, attori ai quali non si può fare a meno di affezionarsi e con cui ci si diverte con leggerezza, scordando che fuori dalla finestra si sta appropinquando l’apocalisse.

Alessandro Pozzetti, Auro Ponchielli contro la fine del mondo, Milano, NNE, 2015.