sabato 21 marzo 2020

Consigli di lettura in tempi di clausura


Al tempo del Corona Virus gli inviti ad andare a pescare un buon libro si sprecano. Sarebbe bello se questa buona pratica sopravvivesse al virus, ma già sappiamo che probabilmente non sarà così, come per tante altre cose buone che nella disgrazia conosceremo e impareremo. Ad ogni modo cogliamo l'attimo, e il bene che ne consegue, per il momento è il meglio che possiamo fare.
Il punto piuttosto è: con tutto questo tempo, finalmente cosa leggo? Sento pareri arrivare da chiunque, sembrano grandi esperti, tuttavia segnalo che per avere contezza di quel che si propone, bisognerebbe aver letto anche prima del Covid-19, altrimenti si rischia di fornire consigli imprecisi e giudizi parziali. Sentivo qualcuno stamattina alla radio che lanciava delle pillole di letteratura e incidentalmente è saltato fuori il titolo di un romanzo «in cui si bruciavano i libri, quello di Truffaut, Fahreneit...» e poi un numero intero a caso. Un filino impreciso.
Per dare un contributo modesto, ma puntuale, trovate in fondo elencati alcuni titoli recensiti nel corso dei dodici anni di vita del VoltaPagine, titoli dei quali ancora serbo un ottimo ricordo, per cui possono diventare suggerimenti con un minimo di solidità alle spalle. 
Ma come procurarsi i libri? Le librerie on-line mi risultano siano attive, però certo non saprei garantire sui tempi di consegna. Allora potrebbe essere l'occasione per sperimentare la lettura di un ebook, scegliendo appunto di scaricarlo sul computer o sul tablet tramite uno dei vari negozi on-line. Altrimenti verificate i servizi di prestito digitale offerti da diverse biblioteche, come ad esempio l'Emilia Digital Library. Una volta recuperato l'ebook, per leggerlo vi basterà aver installato Adobe Digital Editions, un software gratuito che potete scaricare qui o dallo store del tablet.
Ed ecco la selezionata dozzina con relativa recensione:

Niccolò Ammaniti, Che la festa cominci, Torino, Einaudi, 2009
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Muriel Barbery, L’eleganza del riccio, Roma, e/o, 2007
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Thomas Brussig, Litania di un arbitro, Roma, 66thand2nd, 2009
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Omar Di Monopoli, Uomini e cani, Milano, Isbn, 2007
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Frans Kellendonk, Corpo mistico, Villa San Secondo (AT), Scritturapura, 2007
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Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra, Milano, Feltrinelli, 2003
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Paolo Piccirillo, La terra del sacerdote, Vicenza, Neri Pozza, 2013
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Claudio Piersanti, Il ritorno a casa di Enrico Metz, Milano, Feltrinelli, 2006
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Carlos Ruiz Zafón, L'ombra del vento, Milano, Mondadori, 2004
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Carola Susani, Eravamo bambini abbastanza, Roma, Minimum Fax, 2012
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Giorgio Vasta, Il tempo materiale, Roma, Minimum Fax, 2008 (segnalo anche la graphic novel tratta dal romanzo: Luigi Ricca, Il tempo materiale, Latina, Tunué, 2012)
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Enrique Vila-Matas, Dublinesque, Milano, Feltrinelli, 2010
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domenica 8 marzo 2020

Il destino del Milite Eterno


Per quel che ne so (ho smesso coi videogiochi a dieci anni, avevo l'Atari 2000, ricordo le partite di tennis in cui la palla era un quadratino bianco che passava da una parte all'altra della rete divisoria e quando il giocatore - che era una lineetta - lo colpiva faceva puk ... puk ... puk ... puk ... nel silenzio del sepolcro: ai tempi ancora nessun variegato brusio di sottofondo da parte del pubblico tifoso) il videogioco consiste di base in un avanzare implacabile da una situazione all'altra superando ostacoli. Per cui sì, il riferimento alle dinamiche dei videogiochi in 1917 di Sam Mendes c'è - se ne ha piena contezza quando uno dei due giovani soldati chiede all'altro a malapena sopravvissuto al crollo della tana tedesca: «Vuoi continuare?» e la domanda potrebbe pulsare sulla parte alta dello schermo: sì o no? - ma il riferimento è consapevole, e consapevolmente lo si contrasta nella sua essenza di immersività e sguardo proiettato in avanti, come in quel momento appena dopo la morte di uno dei due giovanotti, mentre se ne trasporta il cadavere nel giaciglio di erba folta si scorge sullo sfondo l'orto dei ciliegi che i due poco prima avevano attraversato chiacchierando inconsapevoli e il film ti spinge a risalire mentalmente il filo della loro corsa vissuta in un ininterrotto piano sequenza e pensare: in quel punto (di uno spazio e di un tempo che lì a due passi paiono ancora vibrare della presenza di entrambi) il giovane che rievocava il pollice verde della madre ora giace grigio in faccia nell'erba folta, così riuscendo ad acuire la percezione non solo dell'indeterminatezza dell'esistenza ma della sostanziale ambivalenza di vita o morte del ruolo di Milite Ignoto.
Quando è iniziato il film mi ero ripromesso di badare al lato tecnico immaginandomi a fianco della mdp del magno Deakins ma ad un certo punto mi son lasciato sfuggire l'intento, questo significa che mi ha coinvolto emotivamente (a proposito di Mendes rammento bene che Era mio padre mi aveva lasciato freddo quanto le cosce di una strega strette alla sua scopa in volo nel cielo sopra Pendle Forest), però non credo che il fine sia quello di smuovere l'emotività. Per questo il riferimento al videogioco non ha nulla di importuno, fa riflettere anzi sul loop in cui i soldati si prestano a farsi carne da macello, è rappresentazione stilizzata di un universo chiuso qui senza possibilità di interazione in cui più che le gesta contano le ambientazioni elegiache o di infernale onirismo o di stasi, tutti fermi ad ascoltare un canto funebre e fidente in un aldilà che si teme non spezzi affatto il filo narrativo che tutti imbriglia, e l'apparizione fantasmatica di vittime civili figlie di nessuno, ciascuno interpretando il proprio ruolo come gli automi nei parchi a tema di Westworld ma senza speranza di emancipazione, e il finale non concede per nulla il sospiro di sollievo di un game over, rimarcando la condizione di emergenza e vulnerabilità senza sbocco del Milite Eterno.


1917, regia di Sam Mendes - 2019
(post di Giovanni Grandi)


mercoledì 5 febbraio 2020

Viva viva viva l'Inghilterra

Della prima volta ricordo i monumenti – già mitici per via di letture infantili, su tutte In giro per il mondo di Richard Scarry, e per i racconti di viaggio dei nonni –, gli scoiattoli nei parchi e gli orribili panini che ci preparavano i nostri ospiti, pieni di quel formaggio fatto a vermicelli che ancora oggi genera in me un persistente ribrezzo. Gli impianti sportivi della scuola, dove davo sfoggio delle mie abilità di tennista mancina, e i cimiteri curati e sobri; gli enormi gabbiani con i quali di tanto in tanto condividevo il fish and chips, mangiato sulla spiaggia di fronte a un mare freddo e spesso agitato. Entrarono di diritto nella categoria mirabilia anche gli assorbenti distribuiti automaticamente nei bagni delle ragazze, pensai che fossero testimonianza di una civiltà avanzata, nonostante poi vivesse con la moquette dentro casa, ovunque.
Partii con l’Agatha Christie di Poirot a Styles Court e la guida verde Touring nella borsa (gli adulti accompagnatori trasecolarono), i Beatles di Abbey Road e i Queen di A night at the Opera nel walkman (unica, in tutto quel gruppone di tredici-quindicenni che impazzivano per gli Ace of Base di All that she wants, senza che questo fortunatamente scuotesse le mie fondamenta adolescenziali).
Ancora non sapevo che si trattava forse della prima manifestazione di una abitudine che conservo ancora oggi: per il viaggio, musica e libri evocativi.
Tornai che naturalmente non conoscevo una parola in più della lingua, ma mi ero misurata con tutto il resto.

L’impatto fu tanto forte che una manciata di anni dopo l’intera famiglia partì alla volta dell’Isola; ci attendeva un hotel sito a Elephant & Castle, una specie di casermone degno di un film di Ken Loach. Il momento della colazione era parimenti da cinematografo: un uomo di colore (e già questo mi sembrò incredibile) smistava con piglio carcerario le persone da ammettere alla sala, attento a che nessuno si introducesse prima che lui avesse controllato il tesserino associato alla chiave della camera. E noi di camere ne avevamo due, e pure quella fu credo una prima volta: le due sorelle a dormire totalmente da sole in un albergo, cioè, a parlottare fino a tardi e a ridere, introducendo una consuetudine mai più abbandonata. La notte era piena di sirene e di allarmi, suoni per me completamente inediti e che da allora associo alla colonna sonora delle grandi città.
A volte mi sembra ancora di sentire l’odore e il sapore di un terribile panino mangiato a Chinatown, dall’impasto dolce mescolato a pezzetti di una non meglio identificata pancetta; un’impressione nauseabonda attenuata solo dalla bellezza dei gesti dei cuochi in vetrina, che trattavano anatre glassate e totani arancioni (!) con la grazia di chi si accosta a corpi ancora vivi. Trascorsi tutta quella vacanza vestita con coloratissimi abiti di seta indiana, usciti in grande quantità dagli armadi di mamma, e animata dal continuo stupore per le persone tutte diverse che vedevo brulicare intorno a me.
Varietà e libertà, e a quindici anni Londra divenne la città del cuore (solo da qualche anno il podio è stato riassegnato: Parigi, ma questa è un’altra storia).

Fotografia anarchica (agosto 2007), per gentile concessione dell’occhio prensile e appassionato di Tore Sansone

Quindici anni: quanti ne aveva la Junior quando partimmo da sole, io ventenne e lei, in un soggiorno londinese nel quale non successe nulla di incredibile, poiché la follia era già nelle sue stesse premesse. La valigia era piena di cibo in scatola, che con cura certosina dividemmo per le dieci cene consumate nella nostra camera in un sottoscala di un hotel a Kensington – “ché è importante che stiate centrali, in un posto comodo e curato”. Oggi litigheremmo con il receptionist per farci cambiare l’alloggio, allora iniziammo a ridere senza requie. Il letto a una piazza e mezza coincideva con la metratura della stanza e ci toccò stare sempre con la finestra chiusa perché affacciavamo su un semaforo pedonale – o meglio, il semaforo affacciava sui nostri vetri. Però il ragazzetto rosso di pelo che ci serviva la colazione ci prese in simpatia, così ci onorava di abbondante cibo e di sorrisi.
Girammo la città in lungo e in largo, con tubi di Ringo e di Prince sempre nella borsa, tanto per variare la nostra dieta essenzialmente a base di McDonald e di fish and chips; usavamo le cabine rosse per chiamare a casa e avvisare che “qui va tutto bene, ci stiamo divertendo e vediamo tante cose”, tacendo che Junior aveva una certa immotivata apprensione per i soldi. Temeva che finissero da un momento all’altro, nonostante le mie ben note qualità di amministratrice attenta e parsimoniosa. Fu per questo che non riuscii a convincerla ad acquistare a Soho una bellissima parrucca corta nera con ciocche viola, molto molto chic: le stava benissimo e, poiché allora ella sfoggiava capelli di volta in volta mezzi verdi, mezzi rossi, mezzi blu, quella spesa mi sembrava perfettamente in linea con il suo look dell’epoca. La paura finanziaria inibì invece anche me, quando tra gli scaffali di una libreria scovammo una vecchia edizione di On the road di Kerouac: ci limitammo a fotografarla perché davvero non si poteva fare altro. Il testone di Karl Marx ci accolse all’Highgate Cemetery, casa Freud ci aprì le sue porte e Abbey road ci offrì le sue zebre, dopo un’attesa estenuante ché in quel momento tutte le automobili di Londra avevano deciso di passare da lì.
Di alto livello, ma pur sempre freak, entrammo un pomeriggio in una raffinatissima sala da tè, dopo essere state incollate per un poco alla vetrina, nel tentativo di capire se le nostre scelte in fatto di abbigliamento avrebbero potuto essere compatibili con il luogo. Non lo erano, è chiaro, ma un cameriere in livrea, dopo un primo momento di sbandamento subito ricacciato con aplomb British, ci accolse con tutti i crismi del caso, mentre Junior e io continuavamo a ridacchiare, soddisfatte per la nostra impresa. Non ripartimmo prima di aver visitato il Globe Theater e la Tate Modern che allora si stagliavano quasi in mezzo al nulla, in contrasto visivo con il pieno della City dirimpetto.

È stato un corto circuito quando sono tornata da quelle parti dopo un’assenza di quindici anni (mi accorgo solo ora che, in questa storia, è una cifra costante). Quel nulla si era nel frattempo riempito di nuovi, organizzatissimi, pezzi di città, con nuovi ponti, nuove costruzioni, nuove strade. Il Millennium Bridge, per me nuovo pure lui, mi offriva una prospettiva diversa. Ho avuto la sensazione di ri-incontrare una persona molto cara senza riconoscerla subito, per poi afferrarne ancora la vecchia sembianza da un guizzo nei suoi occhi.

Da anni vagheggio una visita nello Yorkshire (la Cornovaglia è già all’attivo, ma anche questa è un’altra storia): per quanto non sopporti il vento, devo andare a sentire quello che soffia nella brughiera per ritrovarci dentro gli spiriti di Catherine e di Heathcliff.

Pare che stavolta mi ci vorrà il passaporto.

Post di Eva Ponzi


(Devo il titolo baglionesco al multiforme ingegno di Massimiliano Capo)

lunedì 27 gennaio 2020

La memoria degli scacchi

Ho letto da qualche parte che fu Bobby Fischer a dire che gli scacchi sono il gioco più violento che esista. Fatico a dargli torto. Il tuo avversario potrebbe tenerti inchiodato a quelle sessantaquattro case per ore, per giorni, demolendo pezzo dopo pezzo la tua sicurezza, la fiducia in te stesso, la tua sanità mentale, se dopo tanti anni di gioco ne avessi ancora una da spendere.
Lo scompartimento chiuso del rapido Vienna-Monaco è lo spazio ritagliato fuori dal tempo dove ogni settimana vanno in scena le schermaglie tattiche dei bianchi e dei neri, mossi dalle dita anziane di Dieter Frisch e del signor Baum, suo fedele dipendente, amico, e compagno di tante sfide. Le partite a scacchi sono sempre battaglie silenziose durante le quali i nervi finiscono per essere scoperti dallo sforzo di governare ogni pezzo, di tenere costantemente l’equilibrio grazie al quale l’alfiere è pronto ad entrare, come una lama, nelle difese dell’avversario; il cavallo si apposta dietro ai pedoni per difendere i suoi compagni di battaglia; il re osserva cogitabondo l’attacco, simbolo potente ma quasi inerte nei suoi brevi passi, ritratto di un vecchio saggio sull’orlo dell’estremo addio.
Difficile non amare gli scacchi: un gioco perfetto, ripetibile all’infinito, senza sbavature, che non reca su di sé nessuna ruga nonostante l’età millenaria. Forse per questo gli scacchi possono diventare un’ossessione, trasformarsi da gioco in arma di distruzione del nemico o di se stessi. Il romanzo di cui parliamo si apre con un suicidio sospetto, che si scoprirà essere l’atto finale dell’incrocio di innumerevoli sfide nell’arco di un tempo lunghissimo, percorso passando sopra a troppe vite. Nel giorno della memoria, La variante di Lüneburg è un racconto imprevedibile che aiuta a sferrare i necessari colpi allo stomaco; è un possibile finale di partita del tutto immaginario, ma che nella finzione riesce ad essere crudelmente reale.
Quando Hans Mayer arriva al palazzo in decadenza in cui vive quello che diventerà il suo maestro di scacchi, Tabori, compie un lungo percorso fra un portinaio sordo, innumerevoli stanze abbandonate, un ascensore incerto nella marcia, corridoi ricoperti da passatoie lise, in una discesa che si fa sempre più angosciante, quasi un rito di passaggio ad una dimensione altra, terribile. D’altro canto era stato avvisato che Tabori è un uomo «che ha giocato all’inferno». Da lì le storie si srotolano e i personaggi saltano avanti e indietro nel tempo, in una trama dalle sequenze impeccabili che non lascia scampo a nessuno, men che meno al lettore.
Ho iniziato con Bobby Fischer, una figura controversa. Di discendenza ebraica per parte di madre, fu accusato di antisemitismo, visse con l’idea d’essere un superuomo della scacchiera, probabilmente ossessionato dalla volontà di vincere, forse soffriva della sindrome di Asperger. Ebbe contrasti con tutti, quasi sbatté il telefono in faccia a Kissinger, da americano andò a giocare in Jugoslavia quando il paese era sotto embargo da parte degli USA, passò i suoi ultimi giorni in Islanda, il che appare come una nostalgica stramberia, considerando che a Reykjavik aveva vinto il suo unico oro ai Campionati del Mondo.
Forse per tutto questo assurdo mescolarsi mi è venuto di pensare a lui, forse l’assurdo è l’unica cifra che può spiegare cosa è stata la Shoah, forse l’assurdo ci consente di affrontare la memoria. Ma non per relegarla fuori dal tempo presente, assolutamente no. Per prenderne invece piena consapevolezza, e impedire che l’umanità debba subire un altro tragico scacco.


Paolo Maurensig, La variante di Lüneburg, Milano, Adelphi, III ed., 2004.

giovedì 2 gennaio 2020

Un amore fra le colline in guerra

Le nostre questioni private alla fine prevalgono sempre. Hanno la meglio su tutto il resto, vincono persino contro le ragioni di guerra, perché anche la guerra è solo un’interferenza rispetto alle esigenze basilari dell’essere umano. Siamo costantemente immersi in un’altalena di atti sublimi e banali, così che ci capita di perderci nei ricordi e dimenticare, o voler dimenticare, impegni che a parole giureremmo con la mano sul cuore di considerare fondamentali e degni di sacra attenzione.

L’amore poi, non ha pietà né rispetto per nessun solenne impegno, è la questione privata che prevale comunque. L’amore, anche solo quando si accenna come primo invaghirsi, oppure quando riaffiora come un’eco, ci strappa da tutto e da tutti, senza alcuna remora. Milton il partigiano non sa più che farsene del fucile che regge sulla spalla, nel momento in cui fiuta il profumo, che è solo un’immagine, di Fulvia. Inizia così un viaggio che pare quello di un folle, fra le colline attorno ad Alba. È come l’Orlando furioso, dirà Calvino: un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti.

D’altro canto la Resistenza fu fatta perlopiù da uomini appena nati, incerti in molto, passionali e dunque facili prede delle distrazioni. Esseri umani che ancora pochissimo sapevano della vita, avendola vissuta in un regime costante di incertezza e dunque troppo spesso trovandosi impreparati di fronte alle prove più impegnative, come molte ve ne furono. Una questione privata è un ritratto vero della Resistenza, dei suoi chiaroscuri, un ritratto distaccato e senza retorica, in quanto raccontato da una prospettiva divergente, quella degli occhi di Milton perduti in ricordi lontani. Non fu per nulla gradito all’epoca questo taglio del racconto, c’è voluto del tempo per accettare che, come tutte le imprese umane, persino la Resistenza non fu perfetta, che ci furono scelte discutibili, atti che sarebbero divenuti rimorsi.

Tuttavia la guerra ti costringe ad un gioco quasi mai leale, come quando Milton e Hombre catturano dei giovani soldati fascisti (pp. 71-72). I due compagni di lotta rappresentano l’instabile alleanza fra badogliani, con al collo il fazzoletto azzurro, e comunisti con la stella rossa. Insieme stanano i quattro ragazzi nascosti dietro l’altare della chiesa: sono impauriti e hanno già lasciato le armi da un pezzo. Li fanno camminare e poi correre, come prigionieri, almeno finché la cavalleria non arriva ad incalzare e allora non resta che falciarli alle spalle, con una sventagliata di mitra. In seguito, scuotendosi da quel ricordo, Milton si sarebbe massaggiato il petto «che gli doleva in ogni punto».

Il risvolto della prima edizione dice di Fenoglio: «narratore crudo ma senza ostentazione, senza compiacenze di stile, asciutto ed esatto». È così quando tratteggia la nebbia (pp. 27, 31-32) che pare un elemento come un altro del paesaggio, mentre in realtà è protagonista della svolta; sarà per colpa della nebbia che tutto inizierà ad andare nel verso sbagliato. Eppure Fenoglio la descrive con poetica precisione e sembra quasi bella, nonostante dietro quel muro bianco l’amico Giorgio perderà la libertà e Milton dovrà tentare di salvarlo. Spesso in questo breve romanzo le svolte narrative e i flashback sono introdotti di sguincio, arrivando da punti inattesi, come nemici che in battaglia ci si parano davanti, emergendo improvvisamente dalla nebbia.

Vale la pena leggere Una questione privata anche solo per scorrere la galleria di personaggi, belli e vividi. Spesso si tratte di donne anziane, come la «vecchia» che pare saper leggere nel pensiero di Milton (pp. 68-69) o quella che lo ragguaglia sulle frequentazioni equivoche del sergente fascista, potenziale ostaggio per lo scambio di prigionieri (pp. 89-92). Sono donne che si affezionano a Milton in pochi istanti, che rischiano per aiutarlo, lo nutrono e lo proteggono, perché è come un loro figlio, un ricordo vivente dei figli che la guerra ha portato via da loro. L’unica donna giovane ad essere non presente ma evocata è Fulvia, pure lei un ricordo mitico, e nel ricordo per sempre giovane.


Beppe Fenoglio, Una questione privata, introduzione di Gabriele Pedullà, Torino, Einaudi, 2014.