mercoledì 13 gennaio 2021

Ed era come un mal di Bosnia #4

Quarta parte


Nel grigio brumoso del risveglio a Jajce, la varietà cromatica dei crisantemi colpisce il mio occhio. Accostate le une alle altre, turgide e rigogliose piante dal portamento cespuglioso creano una distesa di cupolette fiorite, meta di un viavai di persone, perlopiù uomini, incaricati di acquistare per i propri morti uno di quegli omaggi brillanti. E l’impressione è che qui i morti siano ben più dei vivi. Ma non è solo un fatto di numeri, piuttosto di peso: appena oltrepassato il confine tra Croazia e Bosnia Erzegovina, i cimiteri divengono parte integrante del paesaggio nell’autunno in fiamme. Agglomerati bianchi di steli sobrie – così come impone la tradizione dell’Islam –, erette nel terreno a declivio sulle alture oppure tra un campo coltivato e una piccola moschea di campagna. A dire il vero, mi chiedo chi siano i veri destinatari di tutti quei vasi: da quello che so, l’austerità islamica in fatto di addobbi tombali prevede l’assenza di chincaglierie, di esibizioni di dubbio gusto, di fiori appunto. Il cimitero monumentale di Sarajevo, sulla collina di Alifakovac, mi dimostrerà una volta di più che anche il dogma può essere sfumato. Lì arbusti di rose e cespugli variamente fioriti condividono la terra con i trapassati, concime per le piante: tra loro e le radici nessuna barriera di legno e di zinco a impedire lo scambio di vita – l’inumazione avviene infatti senza feretro. In questo viaggio, i morti visibili e invisibili ci ricorderanno di continuo, e nei momenti più impensati, della loro presenza.

Il nostro nuovo ingresso in città è epica e cinematografo – peccato non ci fosse nessuno a riprendere la scena –: appena varcata la porta Banja Luka (quella a nord), un nutritissimo branco di cani randagi di ogni razza, taglia, colore ci viene incontro per fare gli onori di casa (e ora capisco decisamente meglio il problema segnalato dalla guida). Si muovono tutti insieme verso di noi, incedono lenti e compassati, non si curano degli autoctoni, siamo noi che sentono di dover accogliere, procedono come un’unica nuvola pelosa, un corpo patchwork con tante zampe, silenzioso, coordinato nei movimenti con precisione marziale. Poi la nuvola si apre e, sempre lenta ma sicura, ci ingloba completamente; benché bipedi (la nostra barboncina saggiamente lasciata nell’appartamento), iniziamo anche noi a ondeggiare allo stesso passo di quei dieci-quindici cani, che io tanti cani così in vita mia non li ho mai visti e meno male che nel frattempo nella nostra vita è entrata Tea ché altrimenti a Jajce con tutti quei cani randagi intorno un attacco di panico non ce lo avrebbe tolto nessuno. La falange canina sa che il nostro corpo ha bisogno di energia, ci scorta perciò fino a un ottimo bar-pasticceria per la colazione.

Appena entriamo, il branco si dilegua così come era apparso, mentre sul nostro tavolo si materializzano triangoli di baklava preparato a regola d’arte, un miracolo di sciroppo di zucchero, frutta secca, sfoglie croccanti e dorate. È un prodigio della fisica il baklava, umido ma non ammollato, morbido ma sodo sotto i denti, familiare ma esotico. Molti lo trovano troppo dolce e stucchevole, io non smetterei mai di mangiarne proprio per gli stessi motivi. È l’equilibrio nell’eccesso. Gustato poi insieme al caffè turco, servito con il servizio di rame come usa da queste parti, il baklava spalanca le porte della percezione.

«Da ieri mattina la città di Jajce, a metà strada tra Banja Luka e Sarajevo, è controllata dalle forze serbe. I difensori croati e musulmani e la popolazione civile si sono ritirati verso Travnik. Si conclude così la battaglia per quello che fonti serbe definiscono il ''confine meridionale della Krajna'', con capoluogo Banja Luka» e poi «Resta incerta intanto la situazione a Jajce e Travnik sottoposti ieri a intensi bombardamenti. Da Jajce verso Travnik e verso Bogaj si riversano decine di migliaia di profughi per cui gli attacchi delle artiglierie vengono visti in funzione di questo esodo, cioè come una manovra per costringere gli sfollati, anche a costo di uccisioni di massa, ad allontanarsi quanto più possibile dalla zona che evidentemente le truppe serbe intendono ''epurare'' etnicamente in via definitiva». Trovo on line nell’archivio dell’Adnkronos queste brevissime notizie, datate fine ottobre-primi novembre 1992, quando cerco di capire perché nel bel mezzo del centro storico della città vi siano due monumenti ai caduti, l’uno di fronte all’altro, uno con la bandiera blu/gialla a stelle bianche della Bosnia, l’altra rossa/bianca/blu con lo scudo a scacchi rossi/bianchi della Croazia. Eccoli i morti, arrivano così, tra una passeggiata con i cani randagi e una dolcissima colazione. Solamente tornata in Italia leggerò Maschere per un massacro di Paolo Rumiz, lucido, illuminante, dolorosissimo, denso volume che racconta vita morte e nessun miracolo dell’incredibile guerra al di là dell’Adriatico tra il 1991 e il 1996. Difficile capire fino in fondo anche quando a spiegare è uno come Rumiz, che quelle cose le ha viste, sentite e persino annusate, perciò su questo argomento non dirò null’altro se non delle emozioni raccolte sui luoghi.

Mi guardo intorno, il cielo è plumbeo, gli abitanti di Jajce sembrano sereni, fanno cose normali, gli uomini parlano tra loro in piccoli capannelli, le donne con il capo cinto da fazzoletti portano buste della spesa oppure vendono agli angoli delle strade i prodotti del loro orto, alcune hanno persino allestito bancarelle di fortuna sulle soglie dei negozi ancora chiusi; passano due poliziotti a piedi a pattugliare la via principale; a una a una aprono le piccole botteghe turistiche con souvenir molto artigianali, come i magneti da frigorifero ottenuti dalla sovrapposizione tra calamita, tassello di formica, foto delle cascate nella bella stagione o ghiacciate dal freddo invernale (naturalmente ne prendo una per la mia collezione).

Il cartello marrone indica come punti di interesse storico il convento francescano e la moschea Esme Sultanije, il sottofondo sonoro è lo scroscio dell’acqua che appena fuori dalle mura fa un salto di 20 metri. Osservare e ascoltare questa vita, poi girarsi verso i monumenti ai caduti crea un cortocircuito difficile da raccontare: la memoria della guerra occupa uno spazio visivo maggiore di quello della moschea, ma è contemporaneamente compresso tra una specie di pub e una panetteria; è una presenza difficile da ignorare, ci devi per forza passare in mezzo, ma è un attraversamento che ti porta all’attrazione principale della città o alla pizzeria riadattata alla bosniaca. La vita e la morte qui si confondono, si compenetrano, non hanno confini definiti, sei continuamente costretto a passaggi di stato tra le due condizioni, non puoi considerare l’una senza imbatterti nell’altra, e viceversa. Realizzo che la maggior parte delle persone che incontriamo per la strada era qui – o chissà dove, a dir la verità – durante il conflitto; non sparuti testimoni di un passato da tramandare (questo normalmente è il nostro orizzonte, per questioni cronologiche), ma protagonisti vivi e attivi (da quale parte stavano?) di drammatiche vicende che ancora oggi serpeggiano in questa società.

«In Europa l’Oriente non c’è più, l’hanno bombardato a Sarajevo, espulso dal nostro immaginario, poi l’hanno rimpiazzato con un freddo monosillabo astronomico: “Est”. Ma l’Oriente era un portale che schiudeva mondi nuovi, l’Est è un reticolato che esclude. “Quando mi presento come europeo d’Oriente”, mi raccontò un giorno Aydin Uğur, professore di comunicazione all’Università di Istanbul, “mi godo lo smarrimento nei miei interlocutori dell’Ovest. Pensano che l’Oriente stia solo in Asia”». Rileggo queste parole ancora in Paolo Rumiz, È Oriente: la sensazione di essere in un luogo distante eppure familiare aumenta.
Ci rimettiamo in macchina, attraversiamo porta Travnik, aperta verso il Meridione.
Sarajevo calling.

(Post e foto di Eva Ponzi)

Zagabria – Jajce – Sarajevo (e ritorno) in automobile, viaggio per tre donne e un cane (Tea)
Senza l’insistenza e l’entusiasmo di Junior chissà quando lo avremmo fatto

venerdì 8 gennaio 2021

La felicità è altrove

romanzo bisson
Più di dieci anni orsono, in uno dei primi post di questo blog, citavo Anton Ego, il severo recensore gastronomo di Ratatouille: «Per molti versi la professione del critico è facile. Rischiamo molto poco pur approfittando del grande potere che abbiamo su coloro che sottopongono il proprio lavoro al nostro giudizio; prosperiamo grazie alle recensioni negative che sono uno spasso da scrivere e da leggere. Ma la triste realtà a cui ci dobbiamo rassegnare, è che nel grande disegno delle cose anche l'opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale».

C'è dunque sempre inevitabile la tentazione a mettere più anima nelle cose. Anche se una norma a cui il recensore di libri dovrebbe sempre attenersi, è quella di non provare mai a saltare sull'altra riva. Il recensore che diviene scrittore si espone ad un alto rischio, anzi almeno a due. Offrire il destro alla vendetta di chi fu a suo tempo stroncato dalle sue parole, e perdere la libertà di potersi esprimere liberamente rispetto alle creazioni dei 'colleghi'.

Detto ciò, mi sento serenamente tranquillo nel correre il rischio, non tanto per la fiducia in ciò che vado qui sotto a proporvi, quanto per simpatia verso il motto "in fondo si vive una volta sola".

Per farla breve, ecco la notizia: è uscito per l'editore Diacritica il mio romanzo La felicità è altrove, lo potete scaricare liberamente da qui, ma a quel punto vi toccherà pure leggerlo e se volete commentarlo.

Mi farà in ogni caso piacere.

(Post di Sebastiano Bisson)

lunedì 19 ottobre 2020

Ed era come un mal di Bosnia #3

Terza parte

(qui trovi la prima partela seconda e la quarta)

Bruma e foschia ci accolgono a Jajce, centro della Bosnia Erzegovina; la stufa a pellet nel nostro appartamento è stata accesa da poco, i muri trasudano umido. Insomma si gela. Quella fornace rimarrà in funzione per tutta la notte, con un crepitio continuo intenso e irregolare, una specie di respiro affannoso interrotto da improvvisi accessi di tosse. E noi che abbiamo guardato con sgomento le trapunte sottili poggiate sui giacigli e dunque abbiamo indossato strati di maglioni sopra ai pigiami, ci svestiremo durante un sonno turbolento. Anche Tea sarà continuamente indecisa tra il parquet e l’accoccolarsi sul letto ai piedi di Junior.

Scenari inconsueti per sensazioni primarie: freddo e fame; i taralli di viaggio hanno assolto alla loro funzione lungo la via, ma ormai abbiamo bisogno di cibo vero, caldo. In un’aria sospesa usciamo nel deserto cittadino e, costeggiate le mura monumentali, entriamo in centro per uno degli antichi varchi – scopriremo l’indomani che il nucleo originario di Jajce è una strada-segmento tra due porte, l’una di accesso al Nord, l’altra al Sud.

Nell’aria il rumore dei nostri passi e il ticchettio delle unghie di Tea; un nugolo di adolescenti vocianti passa e sparisce veloce come è comparso; costruzioni basse, pietra e legno, malta e canne, tetti spioventi, qui tra una manciata di settimane inizierà a nevicare, parecchio; il piccolo minareto in legno con altoparlante bene in vista. Poche luci soffuse, tranne un angolo illuminato da un bancomat, l’unico elemento a noi familiare in un panorama alieno, una visione alla Juan Miranda di fronte alla Banca di Mesa Verde in Giù la testa di Sergio Leone. La valuta corrente in Bosnia è il marco, valore 51 centesimi di euro, ma noi in tasca abbiamo la nostra moneta unica e le kune croate; richiamo alla mente quanto letto nella guida: “Nei centri più grandi spesso sono accettati anche gli euro, ma potreste ricevere marchi in resto; pos e bancomat sono generalmente molto diffusi”. La macchina elettronica per il prelievo di denaro, l’unico vero punto luminoso sul nostro orizzonte visivo, emana aloni verdi e mistici: vado a procurarmi quattrini autoctoni. E mi ritrovo in mano volti ignoti che mi guardano dal mazzetto di banconote color pastello. Dopo quasi 20 anni di euro, questo fatto dei soldi diversi mi impressiona sempre; proprio come la frontiera, il limes mentale che si fa fisico, tangibile, sotto forma di file di camion, di automobili, di tempo perso.

Fame, necessità di caldo e di cibo: l’altro punto luminoso all’orizzonte è un locale rischiarato da lampioncini. Sarà la via più rapida per nuovi attimi di straniamento e per un ulteriore confronto con il relativismo culturale. «Portate fuori quel cane e andatevene anche voi, immediatamente!»: gli occhi e la bocca dell’oste gridano, ma il suo sguardo luciferino urla ancora di più. Egli presta nel modo peggiore corpo e voce a quanto letto nella guida: Bosnia, luogo moderatamente pet-friendly e, in ogni caso, prima chiedere. Nella bruma di Jajce, non potevamo ancora sapere che Tea a Sarajevo avrebbe riscosso diffuso successo tra grandi e piccini, tanto stupiti ed emozionati nel vederla da richiedere spesso foto e “posso fare una carezza?” nella lingua dei gesti e dei sorrisi. A oggi, rimangono ignote le ragioni di tanta simpatia, se l’aspetto dolce di Tea, se la combinazione tra pelo nero e guinzaglio/imbracatura rosso fiammante, se la sua sola presenza a spasso per le strade di Sarajevo (in effetti, di cani domestici in giro da quelle parti non ne abbiamo visti granché).

A Jajce, in quel momento, però, tutte e quattro usciamo dal locale con la coda tra le gambe e le orecchie abbassate. Non facciamo in tempo a ripigliarci dal rifiuto che ci viene incontro lui: il cane randagio. Eccola qua, l’altra questione critica segnalata dalla guida, materializzata davanti a noi nel cupo deserto novembrino della città alle ore 22. Un enorme placido arruffato cane fulvo, dal muso bonaccione e dalle zampe corte. Calma e gesso, sembra tranquillo, annusa tutte, continuiamo a camminare; Tea per indole ostenta indifferenza e contegno aristocratico, non un abbaio non un ringhio; nessuno fiata, né umani né mammiferi a quattro zampe. Poi Junior, con abile e calma manovra, si prende in braccio la barboncina: siamo nel frattempo arrivate a una panetteria, ma vista la reazione dell’oste di poco fa, meglio non rischiare, loro rimangono fuori insieme al randagio fulvo, più curioso che aggressivo.

Morale: consumiamo la lauta cena acquistata a caso – impossibile decifrare i cartellini esplicativi in bosniaco – a base di pane al burro, pane al sesamo, pane dolce, una specie di rustico, accasciate sul divano della nostra momentanea casa, in compagnia della stufa a pellet ribattezzata Efesto.

(Post e foto di Eva Ponzi)

Zagabria – Jajce – Sarajevo (e ritorno) in automobile, viaggio per tre donne e un cane (Tea)
Senza l’insistenza e l’entusiasmo di Junior chissà quando lo avremmo fatto

venerdì 25 settembre 2020

Come sarebbe, buffo?

Quando nella notte dei tempi gli elfi neri quattrocchi forgiarono, invece di martelli frantumatori, le Frasi Fatte da disseminare ad ogni anfratto di mondo per soccorrere l'esigenza di sintesi da parte di spettatori esultanti, non mancarono di pensare al tizio (moi) che, una manciata di exaannum dopo, alla fine della visione integrale della serie tv «I Soprano», si sarebbe trovato ad esclamare: "Ecco, Friðþjófr, un'opera-degna-della-sua-fama".

Rimandavo il recupero perché ad un certo momento i film di mafia m'erano andati in uggia, poi quasi un anno fa son partito e fui da subito avvinto tra le spire dell'artefice David Chase (fu De Cesare), Minosse dalla lunga coda e la smorfia risentita a stanarmi vizi condivisi e simpatie sospettosamente riposte, fin da subito tra le sue spire fui avvinto tanto che per protrarre il disagevole godimento ho inframmezzato le sei stagioni con altre serie più recenti. Quindi c'è stata, grazie dio, la prima stagione di Legion (come una coppa gelato after eight con spruzzi di panna montata), una gran baldoria di scrittura regia recitazione (le prime tre stagioni di Better Call Saul), la prima stagione di Mr. Robot (esteticamente soggiogante ma dagli assunti parassitari e dai proclami paludosi), The Leftovers per intero (serie che s'incaparbisce nel farti cacciar fuori lacrime come un allevatore sadico strizza l'ultimo latte da una vacca stenta, ma c'è Carrie Coon), e giù ad incappare nell'occasione sprecata (la prima stagione di Penny Dreadful), nello 'stiabnormicazzi (la prima di Big Little Lies), e nel ludibrio (l'ultima di House of Cards). 

E in The Young Pope

Soprano

La visione di tutte queste serie aveva comunque un fine interlocutorio, un modo per riprendere fiato dalla chiassosa funerea sarabanda italoamericana, che è stata fucina di talenti (vi hanno scritto Matthew Weiner creatore di Mad Men e il Terrence Winter di Boardwalk Empire, entrambe stupende variazioni sul tema della serie di Chase ma che, a differenza di quest'ultima, pur sfoggiando uno sfondo maggiormente variegato e cangiante, non hanno mancato di girare a vuoto per lunghi tratti: mai è successo con I Soprano, che subito ti disarma subissandoti di parole e ti stende con le ininterrotte sventagliate della sua turbinosa umanità - gli impulsi frenati per sessanta minuti e infine sfogati immancabilmente a danno altrui, le montagne russe dei sentimenti, almeno un'ammazzatina a puntata, le sfuriate epocali e le richieste di perdono e di affetto, effimere, un'eterogeneità di registri armonizzati in un distintivo e compatto contrappunto intonato da un coro di voci sovreccitate), influente sulla TV a venire ma ancora coi piedi in quella passata, con le trame verticali (magari non sempre convincenti ma quasi mai a perdere grazie a conseguenze che ricadono a distanza di stagioni intere, rielaborazioni in sogno e nel delirio, e le sempre ben centrate apparizioni fantasmatiche) e la regia al servizio della scrittura (confezione sempre più sofisticata ma che mai s'infighetta nella stilosità che tenta di compensare la scarsezza dell'impianto). 

Sei stagioni per giungere alla conclusione che non si cambia per un cazzo. O se si cambia, lo si fa in peggio

Il pessimismo di David Chase innerva tutti gli snodi narrativi giunti o meno alla loro risoluzione, e contempla tutti i personaggi nel momento in cui li si lascia sulla scena (tutti i personaggi! pure i figli per cui ci si giustifica nell'obbrobrio: futuri adulti senza personalità, opportunisti e inconcludenti), la consapevolezza di sé (quel che distingue l'uomo dalla bestia) è un intralcio all'esistenza, nei rapporti con chi amiamo siamo tutti un po' mafiosi, un po' strozzini, quando non ci rassegniamo al fatto che ai nostri sentimenti non si risponda nel modo che esigeremmo, il senso di colpa per quanto vagamente sofferto è un fastidio, e alla terapia psicoanalitica che pretenderebbe di riacciuffare la stabilità emotiva dal caos della notte della mente è riservato un anticlimax beffardo che lascia attoniti.

David Chase
Lo sceneggiatore David Chase

E il bello è che questa visione di degrado esistenziale non è ridondata dal tono generale, mai le battute perdono lo smalto della migliore commedia, mai i caratteri si involvono nella sterile autocommiserazione, fino alla fine ci si appassiona, e si ride, si ride amaro e si ride bastardo e si ride macabro, mi sfugge di dire: «E' proprio buffo», e Chase si fa di colpo serio: «Come sarebbe, buffo?... Buffo come un pagliaccio, ti diverto? Ti faccio ridere? Sto qua per divertirti? Come sarebbe, buffo?». Mi si ghiacciano i ventricoli cardiaci al solo pensiero di quella sua smorfia risentita. 

Questo per marcare la differenza con il Refn di Too Old to Die Young il quale (fuor dei benvenuti momenti di farsa e delle derive visionarie) pareggia stile e contenuto, illumina il suo mondo con neon che hanno i colori della decomposizione che si riflettono sulla bava che cola a ventaglio in punta di mento dello spettatore esanime davanti al pc, e doppia la violenza pervasiva del contesto con una retorica da trombetta dell'apocalisse, alla lunga finendo per assomigliare non ad un profeta di sventura ma al compagno di classe emo che hai imparato a tenere a distanza non solo perché ha l'alito che puzza di Geenna e ascolta musica nefanda ma perché il rettotono è la fiamma bassa sui cui cuociono le tue uova barzotte.

Il teatro di Chase invece, per quanto il senso di accoramento sia alla fine della fiera debordante, è percorso da un vitalismo che mai demorde, per quanto si muoia sparati, sgozzati, con la mascella divelta dopo averle fatto mordere il marciapiede, esplosi, accoltellati, pestati a morte e con una mazza da baseball infilata su per il retto, avvelenati, soffocati nel proprio sangue, col laccio o con le mani-tenaglie al collo, gettati ai pesci o nella calce viva, per quanto ci si inculi col sorriso, tutti lì s'affannano a vendere cara la pelle e nel frattempo ad intrattenere l'ospite spettatore, il taglio realistico è stilizzato in copioni d'altissima fattura, alcune puntate si aprono con dissolvenze dal nero emozionanti quanto il lento spalancarsi di un sipario, si recupera dalla ritualità antica l'alternanza di convivio ed esequie, ci si immedesima in Corrado Junior come in Iago. E noi si assiste con la spiccia volubilità che, nel giro di due inquadrature, passa dall'empatia per questa torma di assassini e merde umane al bramare che una nemesi tremenda si abbatta presto sugli stessi, e sui cari che li circondano, fradici di arroganza egotismo avidità insipienza e ipocrisia, quanta ipocrisia...

Comunque c'è tanto e tanto e tanto di cui stupirsi e di cui applaudire in questi 86 episodi, dall'incipit con lo starnazzare delle anatre nella piscina di casa Soprano all'ineluttabile trillo del campanello all'ingresso del diner, e quel primo piano segato via che è la migliore delle chiuse, in assoluto.

Le ultime parole le dedico al mio personaggio preferito, un concentrato di spregevolezza dietro un faccione simpatico. Una figura esemplare in quanto la sua stronzaggine è a quanto pare gratuita (non ha la mente psicopatica di Paulie né l'animo dissestato di Christopher, non deve far fronte alle responsabilità del consigliere Silvio né ha ragione di considerarsi un guerriero in una guerra atavica come Tony), e non basta essere consapevoli da che famiglia è stata generata. Agisce da carogna come respira, e ci si chiede se dietro quegli occhi scuri spiri nel vuoto l'ottusità o dilaghi la disperazione. 

È Janice Soprano, la sorella maggiore del boss, che dio ce ne scampi.

(Post di Giovanni Grandi)