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lunedì 27 gennaio 2020

La memoria degli scacchi

Ho letto da qualche parte che fu Bobby Fischer a dire che gli scacchi sono il gioco più violento che esista. Fatico a dargli torto. Il tuo avversario potrebbe tenerti inchiodato a quelle sessantaquattro case per ore, per giorni, demolendo pezzo dopo pezzo la tua sicurezza, la fiducia in te stesso, la tua sanità mentale, se dopo tanti anni di gioco ne avessi ancora una da spendere.
Lo scompartimento chiuso del rapido Vienna-Monaco è lo spazio ritagliato fuori dal tempo dove ogni settimana vanno in scena le schermaglie tattiche dei bianchi e dei neri, mossi dalle dita anziane di Dieter Frisch e del signor Baum, suo fedele dipendente, amico, e compagno di tante sfide. Le partite a scacchi sono sempre battaglie silenziose durante le quali i nervi finiscono per essere scoperti dallo sforzo di governare ogni pezzo, di tenere costantemente l’equilibrio grazie al quale l’alfiere è pronto ad entrare, come una lama, nelle difese dell’avversario; il cavallo si apposta dietro ai pedoni per difendere i suoi compagni di battaglia; il re osserva cogitabondo l’attacco, simbolo potente ma quasi inerte nei suoi brevi passi, ritratto di un vecchio saggio sull’orlo dell’estremo addio.
Difficile non amare gli scacchi: un gioco perfetto, ripetibile all’infinito, senza sbavature, che non reca su di sé nessuna ruga nonostante l’età millenaria. Forse per questo gli scacchi possono diventare un’ossessione, trasformarsi da gioco in arma di distruzione del nemico o di se stessi. Il romanzo di cui parliamo si apre con un suicidio sospetto, che si scoprirà essere l’atto finale dell’incrocio di innumerevoli sfide nell’arco di un tempo lunghissimo, percorso passando sopra a troppe vite. Nel giorno della memoria, La variante di Lüneburg è un racconto imprevedibile che aiuta a sferrare i necessari colpi allo stomaco; è un possibile finale di partita del tutto immaginario, ma che nella finzione riesce ad essere crudelmente reale.
Quando Hans Mayer arriva al palazzo in decadenza in cui vive quello che diventerà il suo maestro di scacchi, Tabori, compie un lungo percorso fra un portinaio sordo, innumerevoli stanze abbandonate, un ascensore incerto nella marcia, corridoi ricoperti da passatoie lise, in una discesa che si fa sempre più angosciante, quasi un rito di passaggio ad una dimensione altra, terribile. D’altro canto era stato avvisato che Tabori è un uomo «che ha giocato all’inferno». Da lì le storie si srotolano e i personaggi saltano avanti e indietro nel tempo, in una trama dalle sequenze impeccabili che non lascia scampo a nessuno, men che meno al lettore.
Ho iniziato con Bobby Fischer, una figura controversa. Di discendenza ebraica per parte di madre, fu accusato di antisemitismo, visse con l’idea d’essere un superuomo della scacchiera, probabilmente ossessionato dalla volontà di vincere, forse soffriva della sindrome di Asperger. Ebbe contrasti con tutti, quasi sbatté il telefono in faccia a Kissinger, da americano andò a giocare in Jugoslavia quando il paese era sotto embargo da parte degli USA, passò i suoi ultimi giorni in Islanda, il che appare come una nostalgica stramberia, considerando che a Reykjavik aveva vinto il suo unico oro ai Campionati del Mondo.
Forse per tutto questo assurdo mescolarsi mi è venuto di pensare a lui, forse l’assurdo è l’unica cifra che può spiegare cosa è stata la Shoah, forse l’assurdo ci consente di affrontare la memoria. Ma non per relegarla fuori dal tempo presente, assolutamente no. Per prenderne invece piena consapevolezza, e impedire che l’umanità debba subire un altro tragico scacco.


Paolo Maurensig, La variante di Lüneburg, Milano, Adelphi, III ed., 2004.

lunedì 21 marzo 2011

Il libraio di Gerusalemme

È difficile immaginare quali e quanti ostacoli debba superare, in ogni suo gesto quotidiano, chi vive in paesi percorsi da odi ancestrali e flagellati da lotte intestine. Persino acquistare un libro può presentarsi come impresa complicata, se non addirittura rischiosa. In uno scenario del genere il libraio di fiducia diventa una figura con cui si instaura un rapporto quasi intimo, e direi necessario, soprattutto per chi trova nella lettura uno spazio, seppur effimero, di serenità, o un momento di estraniazione da una quotidianità messa in discussione ad ogni sorgere del sole.
Molti soffrirono perciò nello scoprire che nel 2008, dopo quindici anni d'attività, le autorità israeliane avevano ritirato la licenza di commercio a Saleh Abbasi, l'unico libraio in Israele a cui i circa 1,2 milioni di cittadini arabi del paese potessero rivolgersi per trovare un libro nella loro lingua. Il blocco ha per la verità danneggiato anche quei lettori ebrei che si interessavano alla cultura araba, perché Abbasi, alla vendita di libri, affiancava la traduzione in ebraico di opere arabe, unendo al suo business un intento nobile, affermando che «i libri sono un ponte di pace fra le culture». Il problema si generò perché i maggiori fornitori del libraio di Gerusalemme erano due paesi notoriamente nemicissimi di Israele, vale a dire Siria e Libano. Quest'ultimo ha una produzione editoriale piuttosto ricca, conta infatti l'uscita di circa 3.000 novità l'anno (più di quanto produca l'Egitto) e propone titoli altrimenti introvabili nel mercato arabo, fra i quali diversi destinati ai giovani (Pinocchio e Harry Potter per citarne solo due).
«Come può il popolo del libro essere contro i libri?» ironizza Saleh Abbasi, ma è noto come siano praticamente assenti i rapporti diplomatici fra le nazioni appena citate, dunque i confini rimangono irti di filo spinato, anche per i libri. Ed è un peccato perché, a detta dello stesso Abbasi, di recente si era potuto rilevare un accresciuto interesse in direzione meno scontata, ovvero di lettori arabi verso la produzione israeliana, innescando un complessivo meccanismo di conoscenza reciproca da cui era possibile far derivare frutti positivi. Conoscere le storie, i pensieri, i sentimenti di qualcuno che sta al di là del filo spinato, è senz’altro una maniera per iniziare a tranciarlo quel filo.
Emblematico il caso dell’attrice israeliana Gila Almagor il cui romanzo, in parte autobiografico, Saleh Abbasi volle tradurre in arabo. In quelle pagine si racconta di una madre condotta alla pazzia dall’esperienza dell’olocausto e fu una grande emozione per Gila Almagor sapere che il suo libro sarebbe stato letto da arabi: «la mia storia è universale» affermò, ritenendo che la traduzione «avrebbe aiutato a dare a Israele e al suo popolo un volto, un’immagine diversa rispetto a quella del conflitto». Lo stop imposto ad Abbasi ha dunque impedito anche la diffusione nei paesi arabi del romanzo di Gila Almagor che, per ironia della sorte, era stato tradotto proprio grazie ad un contributo statale israeliano.
Contraddizioni, fra le tante che attraversano il Medio Oriente, e di cui spesso la vera ragione sfugge. Di fatto pare che Saleh Abbasi abbia alla fine dovuto cedere e chiudere l’attività, ma notizie definitive non mi è stato possibile recuperarle. Si tratta in fondo di una vicenda minore, eppure a volte queste storie sanno raccontarci la realtà molto meglio di altre, ben più tragiche, che fanno loro contorno.

Foto: Israele ospite d'onore alla fiera del libro di Torino © Francesca Marchelli

sabato 13 febbraio 2010

La cripta nel parco

Un piccolo principe nell’assurdità della Shoah; l’arguzia di un bambino a caccia di una logica in un mondo divenuto improvvisamente insensato; la lotta dei “giusti” nel tentativo di alimentare una speranza umiliata dagli eventi. Sono molte le definizioni immaginabili, tuttavia alla fine si scopre immancabilmente che ci sono storie di fronte alle quali non si può che alzare le braccia e arrendersi. Anche quando si tratta di storie nelle quali la tragedia rimane sullo sfondo, a incombere sui personaggi senza ferirli troppo. Basta appunto lo sfondo a farci prendere di nuovo dal dolore per tutto ciò sappiamo essere avvenuto.
Il bambino di Noè è un sorso d’acqua fresca e amara, sgorgato dalla particolare combinazione fra lo sguardo di un bimbo e la realtà dell’occupazione nazista in Belgio. La prima parte è intensa, poetica e concitata nel contempo, con alcuni memorabili ritratti (padre Pons, la farmacista atea) e scene - come quella della notte con i genitori nella mansarda a cantare in yiddish – su cui non ti stanchi di far inumidire gli occhi. La tensione narrativa si perde nel seguito, lasciando spazio alla “disputa” religiosa tra ebraismo e cristianesimo che dà un taglio inatteso al racconto e lo fa leggere in fretta, non senza sedimentare riflessioni.
Fra le righe scalpita la necessità di ringraziare, il dovere di rendere omaggio a chi seppe comportarsi eroicamente, e a volte la penna si sforza a tal punto da lasciarsi sfuggire qualche perdonabile leziosità. È l’adulto che fa capolino dietro gli occhi del bambino, e non resiste alla tentazione di inseguire una logica o una morale. Ogni cosa la si vorrebbe simbolica, come nell’episodio del padre sul trattore (pp. 84-85) caricato di una forza evocativa destinata a sgonfiarsi nel finale. Ma le buone lezioni sono molte, infilate fra queste righe. Per parte mia prendo la collezione nella cripta del parco che rimanda per forza ai libri parlanti di Fahrenheit 451: l’importanza della memoria, del passato da preservare, per dare una speranza al futuro.

Eric-Emmanuel Schmitt, Il bambino di Noè, Milano, Rizzoli, 2004.

Le mie chiocciole: @@@

Da regalare: a chiunque, soprattutto in tempi di memorie corte

giovedì 28 gennaio 2010

Un'insensata pruderie

Ad anticipare di qualche giorno la giornata della memoria, è arrivato il polverone sul Diario di Anne Frank. Se nel nostro paese il dialogo latita, molto lo si deve all'uso invalso di sparare prima di chiedere “chi va là”. Ciò accade ad esempio con quasi ogni esternazione di cui si faccia portavoce un esponente della Lega Nord. La levata di scudi è immediata e furibonda, con il risultato di agitare minacciosi stendardi a volte senza sapere bene perché e soprattutto senza entrare davvero nel merito della questione. Quando il deputato Paolo Grimoldi, assillato da un gruppo di animosi genitori, ha presentato un'interpellanza al ministro della pubblica istruzione contro la scuola elementare “Lina Mandelli” di Usmate Velate, deve aver pensato di avere dalla sua tutte le sacrosante ragioni, e mai si sarebbe aspettato una reazione tanto virulenta da produrre un titolo quale  «Abominevole lega», apparso in qualche testata on-line. Ecco: prima sparare – e sparare pesante – poi magari pensare. In effetti ci sono diverse ragioni per ritenere “abominevole” un aggettivo usato in questo caso del tutto a sproposito.
La colpa della scuola in questione sarebbe stata quella d'aver previsto per i propri alunni la lettura di alcuni brani scabrosi del Diario di Anne Frank presenti nella nuova edizione recentemente pubblicata da Einaudi. Diciamo innanzitutto che – a sentire le parole di Marilena Riva, sindaco della cittadina lombarda – c'è la reale possibilità che alla fine della giostra la notizia si riveli del tutto infondata; nella scuola infatti c'è un progetto che prevedeva letture dal Diario, ma nessuna relativa ai passi 'incriminati'. È curioso poi che i genitori – categoria oggigiorno fra le più feroci – abbiano scelto di scomodare un deputato anziché discuterne prima con i responsabili dell'istituto, tanto che il povero Grimoladi, a quanto leggo, avrebbe tentato in prima istanza di ricondurre mamme e papà a più miti consigli, invitando senza successo ad una conciliazione. Ho molta fiducia nelle scelte pedagogiche degli insegnanti italiani e penso che tutta questa vicenda sia frutto di diversi fraintendimenti intrecciati. Da sempre il Diario gira nelle scuole d'Italia e mi immagino che le brave maestre di Usmate Velate l'abbiano proposto ai bambini nel modo in cui andava fatto. Nell'interpellanza al ministro si contesta il fatto che questa lettura non è inerente al programma di storia, ma, che io sappia, dal punto di vista didattico essa rientra nel programma di italiano, in quanto esempio classico di testo in forma di diario. Tuttavia anche queste sono quisquilie e lo stesso Grimoaldi, tacciato di essere quasi un negazionista, ha affermato: «sull’importanza e sulla testimonianza del Diario di Anna Frank credo che nessuno abbia da eccepire». Insomma tante notizie che non lo erano (come direbbe Luca Sofri) e un gran parlare a vuoto, mentre pochi o nessuno si sono preoccupati di prendere in mano il libro, il primo pensiero del lettore esigente.
Come è facile immaginare, la storia del Diario di Anne Frank non è affatto lineare: di esso esistono sostanzialmente tre versioni con rilevanti differenze fra l'una e l'altra che spesso vanno a toccare proprio i brani che hanno turbato il sonno di Usmate. Quella che da sempre si legge fra i nostri banchi è una versione ridotta, molto lontana da quella integrale uscita da Einaudi nel 2002. Non mi stupirei che la distinzione fosse sfuggita a molti, magari all'insegnante medesima a cui interessavano solamente specifiche lettere che già conosceva dalla versione precedente. Sennonché il libro 'nuovo' finisce nelle cartelle dei bambini, un genitore lo sfoglia e incappa nella lettera del 24 marzo 1944: «Tra le gambe in realtà ci sono una specie di cuscinetti, soffici, anche pelosi, che quando si sta in piedi sono attaccati, allora non si vede quel che c'è dentro. Se ci si siede loro si separano e in mezzo è molto rosso, carnoso e schifoso. Nel punto più alto, tra le grandi labbra, c'è una piegolina di pelle, che a guardare meglio è una specie di bollicina, e cioè il clitoride (…) Il buchino è talmente piccolo che non riesco quasi a immaginare come faccia un uomo a entrarci e, a maggior ragione, un bimbo intero a uscirne» (p. 220). Ne seguono lo sconcerto e lo scandalo che sappiamo. Con quanto senso?
Sorvolando sul fatto che la pagina in oggetto probabilmente a scuola non è mai stata letta, trovo che il bombardamento televisivo medio a cui è sottoposto oggi un bambino di quarta elementare lo renda molto ben attrezzato nei confronti di un testo del genere. Soprattutto mi sembra di nuovo di trovarci di fronte a parole usate in maniera impropria: «credo che quelle pagine per bambini di nove anni si possano definire hard» (Grimoldi, per favore!). Un lieve smarrimento lo concederei, ma forse più di sorpresa per il fatto di trovare una tale descrizione in un oggetto “scolastico”, piuttosto che di vero turbamento per una disamina tanto minuziosa quanto innocente. Non vorrei tuttavia si esagerasse in senso opposto, come in parte ha fatto il dirigente vicario dell'istituto Claudio Redaelli parlando di: «descrizioni in termini talmente ingenui». All'epoca Anne aveva comunque quattordici anni, e cinque anni di differenza sono un abisso nel delicato passaggio fra infanzia e adolescenza. Insomma, prendiamo un bel respiro e cerchiamo serenamente di dare delle misure. È giusto che Anne sia quello che era: una ragazzina alla ricerca del suo primo amore e alle prese con le prime pulsioni sessuali (così infatti viene rappresentata, guarda caso, in un recente sceneggiato trasmesso dalla BBC). È altresì giusto però raccontare a bambini di nove anni storie da noi adulti giudicate adatte alla loro età, al di là di cosa poi vedano o non vedano in TV, perché c'è una bella differenza fra ciò che ascoltiamo a scuola e ciò che sbirciamo di nascosto su un video.