domenica 8 marzo 2020

Il destino del Milite Eterno


Per quel che ne so (ho smesso coi videogiochi a dieci anni, avevo l'Atari 2000, ricordo le partite di tennis in cui la palla era un quadratino bianco che passava da una parte all'altra della rete divisoria e quando il giocatore - che era una lineetta - lo colpiva faceva puk ... puk ... puk ... puk ... nel silenzio del sepolcro: ai tempi ancora nessun variegato brusio di sottofondo da parte del pubblico tifoso) il videogioco consiste di base in un avanzare implacabile da una situazione all'altra superando ostacoli. Per cui sì, il riferimento alle dinamiche dei videogiochi in 1917 di Sam Mendes c'è - se ne ha piena contezza quando uno dei due giovani soldati chiede all'altro a malapena sopravvissuto al crollo della tana tedesca: «Vuoi continuare?» e la domanda potrebbe pulsare sulla parte alta dello schermo: sì o no? - ma il riferimento è consapevole, e consapevolmente lo si contrasta nella sua essenza di immersività e sguardo proiettato in avanti, come in quel momento appena dopo la morte di uno dei due giovanotti, mentre se ne trasporta il cadavere nel giaciglio di erba folta si scorge sullo sfondo l'orto dei ciliegi che i due poco prima avevano attraversato chiacchierando inconsapevoli e il film ti spinge a risalire mentalmente il filo della loro corsa vissuta in un ininterrotto piano sequenza e pensare: in quel punto (di uno spazio e di un tempo che lì a due passi paiono ancora vibrare della presenza di entrambi) il giovane che rievocava il pollice verde della madre ora giace grigio in faccia nell'erba folta, così riuscendo ad acuire la percezione non solo dell'indeterminatezza dell'esistenza ma della sostanziale ambivalenza di vita o morte del ruolo di Milite Ignoto.
Quando è iniziato il film mi ero ripromesso di badare al lato tecnico immaginandomi a fianco della mdp del magno Deakins ma ad un certo punto mi son lasciato sfuggire l'intento, questo significa che mi ha coinvolto emotivamente (a proposito di Mendes rammento bene che Era mio padre mi aveva lasciato freddo quanto le cosce di una strega strette alla sua scopa in volo nel cielo sopra Pendle Forest), però non credo che il fine sia quello di smuovere l'emotività. Per questo il riferimento al videogioco non ha nulla di importuno, fa riflettere anzi sul loop in cui i soldati si prestano a farsi carne da macello, è rappresentazione stilizzata di un universo chiuso qui senza possibilità di interazione in cui più che le gesta contano le ambientazioni elegiache o di infernale onirismo o di stasi, tutti fermi ad ascoltare un canto funebre e fidente in un aldilà che si teme non spezzi affatto il filo narrativo che tutti imbriglia, e l'apparizione fantasmatica di vittime civili figlie di nessuno, ciascuno interpretando il proprio ruolo come gli automi nei parchi a tema di Westworld ma senza speranza di emancipazione, e il finale non concede per nulla il sospiro di sollievo di un game over, rimarcando la condizione di emergenza e vulnerabilità senza sbocco del Milite Eterno.


1917, regia di Sam Mendes - 2019
(post di Giovanni Grandi)


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