lunedì 1 giugno 2020

Ed era come un mal di Bosnia #2

Seconda parte

La guida c’è, la mappa stradale pure, ma la Bosnia, la Bosnia… Solo pensieri sparsi, senza una coerenza. Paolo Rumiz. Cercare tra i suoi libri le parole per il viaggio. La cotogna di Istanbul. Ballata per tre uomini e una donna. Primo foglio bianco, in alto a destra a lapis: Eva, Lecce, 28-II-11. Altro viaggio intenso. Tore e io ci eravamo addottorati mesi prima, quello era il turno di Chiaretta, si chiudeva una fase della vita, ma noi ancora non lo sapevamo; brindammo, mangiammo e ci divertimmo come sempre era accaduto in tutte le nostre trasferte salentine degli anni precedenti. Ora mi accorgo che quella è stata anche la mia ultima volta laggiù. Aver ripreso in mano oggi La cotogna è un cerchio che si chiude (ma il Salento e il cerchio chiuso sono un’altra storia). Ho messo Rumiz in valigia insieme a una pila di maglioni di lana. Lo avrei riaperto, ri-commovendomici sopra, solo nelle notti di Sarajevo.

Viaggiare di sera, incontro alla notte, in un posto del quale sfugge qualsiasi coordinata, ha un effetto straniante. Il tempo si espande, il paesaggio sparisce e con esso ogni riferimento, solo la strada illuminata dai fari al di là del parabrezza rimane reale, concreta. La strada, il rumore del motore, tutta la parte femminile della mia famiglia in macchina con me, il respiro di Tea placida sul sedile. L’asfalto, la mappa stradale bene in vista, il buio, ognuna di noi pensava pensieri suoi, ci avvolgeva l’oscurità; io lo sentivo che eravamo in apprensione perché l’andare sembrava lungo e la domanda “sarà la strada giusta?” di notte ha tutta un’altra intonazione. Mi sono decisa ad attivare il navigatore informatico, che è stata un poco una resa all’inquietudine e un poco un’illusione di controllo su una geografia ignota. Jajce era a metà strada. Noi percorrevamo una striscia di asfalto chiusa a sinistra dal fiume Vrbas – bagliori neri quando il suo corso diveniva perpendicolare alla nostra via – e a destra da uno sperone roccioso alto e continuo, presenza incombente solo percepita. Acqua asfalto roccia acqua asfalto roccia, sporadiche luci, acqua asfalto roccia, aggregati di casette, acqua asfalto roccia, piccole centrali idroelettriche, acqua asfalto roccia. Un paesaggio che di giorno sarebbe stato mozzafiato.

La Vrbas ci indicava la direzione verso Jajce, quasi al centro del paese, città della Federazione di Bosnia ed Erzegovina appena dopo il confine interno con la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina (la geopolitica da quelle parti è ancora un affare complesso e di ardua comprensione).

L’acqua era la via: mirabilia di Jajce è infatti un sistema di cascate naturali che segna il centro cittadino, laddove la Vrbas confluisce con la Pliva, perché la storia di queste terre è anche storia di fiumi che si rimescolano di continuo e il nome stesso del paese è preso in prestito da uno di essi, la Bosna. L’alone di umidità all’orizzonte, oltre il parabrezza, annunciava la meta, in perfetta corrispondenza con quanto segnalato dal navigatore informatico. Jajce, ore 21.00 circa, novembre, un presepe deserto e brumoso. Ci siamo guardate un poco attonite, negli occhi di tutte un interrogativo: ma dove siamo? L’impressione di essere state prese e catapultate in una diversa dimensione spazio-temporale. Totale silenzio, luci basse, foschia diffusa, fame molta, curiosità mista a sorpresa, le mura della città vecchia, una piccola moschea con minareto di legno. Abbiamo iniziato a ridere. Tea ci osservava, con la sua testina mobile piena di occhioni neri dietro al pelo perennemente arruffato. Chissà lei cosa stava pensando.

Post di Eva Ponzi

Zagabria – Jajce – Sarajevo (e ritorno) in automobile, viaggio per tre donne e un cane (Tea)
Senza l’insistenza e l’entusiasmo di Junior chissà quando lo avremmo fatto

mercoledì 8 aprile 2020

Ed era come un mal di Bosnia #1

Prima parte

Al tramonto, il muezzin ci ha sorprese sulla Sava che tiene insieme i Balcani in orizzontale prima di arrivare a mescolarsi con il Danubio. La Sava, confine naturale, burocratico, delirante, tra Croazia e Bosnia Erzegovina. Tra l’Unione Europea, seppure lì ancora a ‘statuto speciale’, e un luogo localizzato con incertezza sulla nostra mappa mentale del Continente. Abbiamo attraversato il ponte sul fiume, intercapedine / spazio franco / lingua di congiunzione, e il richiamo serale alla preghiera ci ha avvisate che un mondo diverso ci si stava facendo incontro. Ignare che la profondità balcanica aveva appena iniziato a rimodellarci.
Un viaggio quasi alla cieca, quasi improvvisato, senza il tempo sufficiente per inserire in un contesto più preciso cose sparse come: la guerra degli anni ’90, gli Ottomani, Gavrilo Princip e Franz Ferdinand, Bregović e Kusturica (nel frattempo naturalizzato serbo, perciò no, Kusturica va espunto dall’elenco), la Jugoslavia e la fine del Comunismo, i bosniaci.
Nessuna guida verde Touring in soccorso: della Bosnia Erzegovina, semplicemente, non esiste. «Tra tutti i paesi dei Balcani, è il meno turistico», mi spiega l’omino Touring del punto Touring in piazza Santi Apostoli a Roma, la miniera dalla quale normalmente attingo prima di partire. Ripiego allora sull’unica documentazione possibile, un volumetto tascabile, ma non leggero, di carta lucida con pagine fitte di un carattere tipografico minuscolo: Marco Vertovec, Sarajevo e la Bosnia Erzegovina, anno 2019. Lo sfoglio un poco per coglierne il grado di affidabilità; leggo qua e là, noto che è pieno di dettagli, di minuziose proposte di itinerario, di cartine e di piccole mappe. Lo prendo, insieme all’immancabile gigantesca carta stradale, ché noi siamo veteroviaggiatrici e googlemap è solo per i momenti di sperdimento (non potevo saperlo, ma stavolta il navigatore informatico sarebbe stato di grande aiuto al navigatore umano, cioè io nel ruolo che mi è consueto in queste occasioni).

Informazioni utili e usanze gastronomiche, le prime letture appena apro la guida di un paese o di una città che non conosco.
Informazioni utili (cito a memoria, qui e oltre): «Se pensate di addentrarvi in uno degli innumerevoli e suggestivi percorsi che caratterizzano le colline di Sarajevo, fatevi accompagnare da qualcuno che conosce bene i luoghi. Il territorio non è ancora del tutto bonificato dalle mine». Va bene, forse ho letto male, riprendo il periodo daccapo. «Se pensate di addentrarvi … mine». Ah.
Tea, di spalle
Continuo a leggere: «La Bosnia Erzegovina è da tempo afflitta dal problema dei cani randagi; le autorità stanno tentando di porvi rimedio, ma le difficoltà sono ancora molte. Muovetevi perciò con cautela in caso di incontri ravvicinati del terzo tipo e siate ancora più prudenti se avete un cane con voi». E con noi, per la prima volta nella storia della nostra famiglia, un cane in effetti c’è. Bene.
Proseguo: «Rispetto agli standard ai quali siamo generalmente abituati, in Bosnia Erzegovina cani e luoghi pubblici vivono un rapporto molto dialettico. Ricordatevi sempre di chiedere se il cane può fare con voi ciò che voi vi accingete a fare». Già, penso, per l’Islam i cani sono animali impuri – benché permangano controversie interpretative al riguardo – e la Bosnia Erzegovina è un paese a maggioranza musulmana.
Aggiungo all’elenco delle ‘cose senza coordinate’: mine, cani randagi, pet-friendly con moderazione, Islam.
Sulle usanze enogastronomiche per ora soprassiedo, ma posso senz’altro affermare che, al pari della turca, la cucina bosniaca è tra le migliori e più commoventi del nostro Continente (almeno tra quelle che ho avuto occasione di assaggiare).

Abbiamo tagliato il paese in verticale, prima verso sud poi verso nord per due diverse direttrici, su impeccabili autostrade e strade statali (lo ammetto, ne sono rimasta sorpresa). I fiumi che reticolano quelle terre ci hanno sempre segnalato il percorso, infuocato dall’autunno. In alcuni momenti, abbiamo constatato divertite che tutto ci sembrava Umbria; ma i cimiteri, diffusi ovunque, ci ricordavano di continuo che eravamo in un diverso centro geografico.
Tre donne e una cagnetta on the road, e le soste tecniche divengono subito epica. La scelta casuale dettata dalla necessità ci ha portato in locali di dubbia frequentazione, tutta maschile, tutta alcolica, tutta densa di fumo, tutta composta, in un’aria spesso satura di musica techno-balcanica sparata a volumi indicibili. La qual cosa si è rivelata un vantaggio: voce e orecchie diventano inutili perciò l’assenza di una lingua in comune non è più un problema, i gesti rimangono l’unica via di comunicazione praticabile.
Jajce
Il copione era questo: io, Senior, andavo in avanscoperta, Junior teneva Tea, Seniorsenior attendeva il cenno ‘si può fare’. Aprivo la porta, sorridevo, entravo con cautela nel tentativo di cogliere l’insieme del panorama. Sospensione di perplessità al mio ingresso, teste ruotate, archi sopraccigliari aggrottati e occhi stretti tra le palpebre, sguardi da saloon, gesticolavo «abbiamo bisogno di un bagno + c’è un cane con noi», ancora sospensione. Quindi iniziava la fase di reciprocità nella comunicazione, con braccia e dita mosse all’indirizzo della toilette. Si può fare. Commiato: il Mediterraneo incontra l’Entroterra. Il nostro festival labiale di hvala hvala (grazie grazie) tra mezzi inchini e diversi sorrisi trovava in risposta lievi cenni del capo e un’aspirata di sigaretta. Ospitalità discreta, gratuita, con sapone-carta igienica-fazzoletti per asciugarsi le mani sempre al posto giusto e ogni volta, immancabilmente, fare i conti con il proprio pregiudizio, ché siccome si è nel nulla nel mezzo della Bosnia si pensa che le toilette debbano essere borderline come quelle nostrane.    

[qui trovi la seconda parte, la terza e la quarta]

Post e foto di Eva Ponzi

Zagabria – Jajce – Sarajevo (e ritorno) in automobile, viaggio per tre donne e un cane (Tea)
Senza l’insistenza e l’entusiasmo di Junior chissà quando lo avremmo fatto

sabato 21 marzo 2020

Consigli di lettura in tempi di clausura


Al tempo del Corona Virus gli inviti ad andare a pescare un buon libro si sprecano. Sarebbe bello se questa buona pratica sopravvivesse al virus, ma già sappiamo che probabilmente non sarà così, come per tante altre cose buone che nella disgrazia conosceremo e impareremo. Ad ogni modo cogliamo l'attimo, e il bene che ne consegue, per il momento è il meglio che possiamo fare.
Il punto piuttosto è: con tutto questo tempo, finalmente cosa leggo? Sento pareri arrivare da chiunque, sembrano grandi esperti, tuttavia segnalo che per avere contezza di quel che si propone, bisognerebbe aver letto anche prima del Covid-19, altrimenti si rischia di fornire consigli imprecisi e giudizi parziali. Sentivo qualcuno stamattina alla radio che lanciava delle pillole di letteratura e incidentalmente è saltato fuori il titolo di un romanzo «in cui si bruciavano i libri, quello di Truffaut, Fahreneit...» e poi un numero intero a caso. Un filino impreciso.
Per dare un contributo modesto, ma puntuale, trovate in fondo elencati alcuni titoli recensiti nel corso dei dodici anni di vita del VoltaPagine, titoli dei quali ancora serbo un ottimo ricordo, per cui possono diventare suggerimenti con un minimo di solidità alle spalle. 
Ma come procurarsi i libri? Le librerie on-line mi risultano siano attive, però certo non saprei garantire sui tempi di consegna. Allora potrebbe essere l'occasione per sperimentare la lettura di un ebook, scegliendo appunto di scaricarlo sul computer o sul tablet tramite uno dei vari negozi on-line. Altrimenti verificate i servizi di prestito digitale offerti da diverse biblioteche, come ad esempio l'Emilia Digital Library. Una volta recuperato l'ebook, per leggerlo vi basterà aver installato Adobe Digital Editions, un software gratuito che potete scaricare qui o dallo store del tablet.
Ed ecco la selezionata dozzina con relativa recensione:

Niccolò Ammaniti, Che la festa cominci, Torino, Einaudi, 2009
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Muriel Barbery, L’eleganza del riccio, Roma, e/o, 2007
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Thomas Brussig, Litania di un arbitro, Roma, 66thand2nd, 2009
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Omar Di Monopoli, Uomini e cani, Milano, Isbn, 2007
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Frans Kellendonk, Corpo mistico, Villa San Secondo (AT), Scritturapura, 2007
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Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra, Milano, Feltrinelli, 2003
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Paolo Piccirillo, La terra del sacerdote, Vicenza, Neri Pozza, 2013
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Claudio Piersanti, Il ritorno a casa di Enrico Metz, Milano, Feltrinelli, 2006
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Carlos Ruiz Zafón, L'ombra del vento, Milano, Mondadori, 2004
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Carola Susani, Eravamo bambini abbastanza, Roma, Minimum Fax, 2012
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Giorgio Vasta, Il tempo materiale, Roma, Minimum Fax, 2008 (segnalo anche la graphic novel tratta dal romanzo: Luigi Ricca, Il tempo materiale, Latina, Tunué, 2012)
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Enrique Vila-Matas, Dublinesque, Milano, Feltrinelli, 2010
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domenica 8 marzo 2020

Il destino del Milite Eterno


Per quel che ne so (ho smesso coi videogiochi a dieci anni, avevo l'Atari 2000, ricordo le partite di tennis in cui la palla era un quadratino bianco che passava da una parte all'altra della rete divisoria e quando il giocatore - che era una lineetta - lo colpiva faceva puk ... puk ... puk ... puk ... nel silenzio del sepolcro: ai tempi ancora nessun variegato brusio di sottofondo da parte del pubblico tifoso) il videogioco consiste di base in un avanzare implacabile da una situazione all'altra superando ostacoli. Per cui sì, il riferimento alle dinamiche dei videogiochi in 1917 di Sam Mendes c'è - se ne ha piena contezza quando uno dei due giovani soldati chiede all'altro a malapena sopravvissuto al crollo della tana tedesca: «Vuoi continuare?» e la domanda potrebbe pulsare sulla parte alta dello schermo: sì o no? - ma il riferimento è consapevole, e consapevolmente lo si contrasta nella sua essenza di immersività e sguardo proiettato in avanti, come in quel momento appena dopo la morte di uno dei due giovanotti, mentre se ne trasporta il cadavere nel giaciglio di erba folta si scorge sullo sfondo l'orto dei ciliegi che i due poco prima avevano attraversato chiacchierando inconsapevoli e il film ti spinge a risalire mentalmente il filo della loro corsa vissuta in un ininterrotto piano sequenza e pensare: in quel punto (di uno spazio e di un tempo che lì a due passi paiono ancora vibrare della presenza di entrambi) il giovane che rievocava il pollice verde della madre ora giace grigio in faccia nell'erba folta, così riuscendo ad acuire la percezione non solo dell'indeterminatezza dell'esistenza ma della sostanziale ambivalenza di vita o morte del ruolo di Milite Ignoto.
Quando è iniziato il film mi ero ripromesso di badare al lato tecnico immaginandomi a fianco della mdp del magno Deakins ma ad un certo punto mi son lasciato sfuggire l'intento, questo significa che mi ha coinvolto emotivamente (a proposito di Mendes rammento bene che Era mio padre mi aveva lasciato freddo quanto le cosce di una strega strette alla sua scopa in volo nel cielo sopra Pendle Forest), però non credo che il fine sia quello di smuovere l'emotività. Per questo il riferimento al videogioco non ha nulla di importuno, fa riflettere anzi sul loop in cui i soldati si prestano a farsi carne da macello, è rappresentazione stilizzata di un universo chiuso qui senza possibilità di interazione in cui più che le gesta contano le ambientazioni elegiache o di infernale onirismo o di stasi, tutti fermi ad ascoltare un canto funebre e fidente in un aldilà che si teme non spezzi affatto il filo narrativo che tutti imbriglia, e l'apparizione fantasmatica di vittime civili figlie di nessuno, ciascuno interpretando il proprio ruolo come gli automi nei parchi a tema di Westworld ma senza speranza di emancipazione, e il finale non concede per nulla il sospiro di sollievo di un game over, rimarcando la condizione di emergenza e vulnerabilità senza sbocco del Milite Eterno.


1917, regia di Sam Mendes - 2019
Post di Giovanni Grandi