domenica 3 aprile 2011

Più playstation per tutti

Non so se il da poco scomparso Tony Judt fosse effettivamente «il più influente intellettuale americano», come recita la bandella del volume (le presentazioni roboanti, espressione anch'esse della saturazione dei mercati nel campo specifico dell'editoria, sono purtroppo oramai la regola). Per quel che conta, io non l'avevo mai sentito dire. Una cosa però è certa: questo è un bel libro, non un pamphlet e neppure un trattato, piuttosto una riflessione sulla situazione attuale della sinistra internazionale sorretta da un'intensa passione politica e da una pluralità di strumenti teorici, dalla statistica alla storia delle idee, dall'osservazione sociologica alla ricostruzione demistificante di alcune tappe decisive delle politiche dell'ultimo trentennio (in primis, il processo forzato di privatizzazione economica e degli stili di vita).
Le soluzioni? Niente di particolarmente nuovo – è ancora lecito attenderselo? mi chiedo –, ma rinnovati argomenti per sostenere alcune ricette classiche e valide ancora oggi. D'altronde non è questo il metro giusto per valutare un libro del genere, come di frequente non lo è la trama per un romanzo o un buon film: il punto non sono tanto le conclusioni (peraltro assai condivisibili) cui Judt arriva e su cui dirò subito qualcosa. Il punto, come detto, è la forza argomentativa, la messe di dati e soprattutto una mai scomposta e però viva e vivificante passione civile.
Di che si parla propriamente nel libro? Il primo argomento è anche l'ultimo: la diseguaglianza. Sappiamo ormai da un po' di tempo che la cosiddetta forbice tra vertice e base della piramide sociale è andata negli ultimi trent'anni enormemente ampliandosi: questo vale sia nella comparazione tra Stati, sia al loro interno. Non è infrequente che il manager di un'azienda di fatturato medio-grande guadagni centinaia di volte (talvolta di più) del salario dell'operaio di quella stessa struttura. Sono lontani i tempi in cui Kenneth Galbraith, il grande economista e consigliere di Kennedy, fissava l'ideale di un massimale di differenza retributiva a dieci volte soltanto! Sono molto lontani se poi pensiamo alla sinistra di casa nostra, che allora guardava con sospetto a misure simili («Hm, puzzano di riformismo: noi invece vogliamo un rivolgimento completo del sistema!») e oggi contro quel sistema non trova più neppure una parola da spendere.
Ma andiamo avanti, al primo punto concettualmente rilevante del libro: le società democratiche possono sopportare solo fino a un certo livello di disparità di reddito e ricchezza personali. In altri termini, non si può rispondere all'aumento delle disuguaglianze come fa la destra liberista (e buona parte degli ambienti confindustriali), semplicemente dicendo: «L'importante è che anche gli ultimi crescano, non importa se crescendo meno la loro distanza dai primi aumenta: l'accesso a una quantità di beni un tempo indisponibili sale e questo è tutto quel che possiamo desiderare». Questa riduzione teorica (ma sostanziata da concretissime politiche economiche) dell'uguaglianza democratica a un'uguaglianza nel consumo (dall'automobile fino al telefonino passando per la lavastoviglie, la televisione e la settimana bianca) è una mina depositata al centro delle nostre società, nonché un profondo impoverimento etico del concetto classico di ‘uguaglianza’. A molti certo non sfugge che nell'eguaglianza per cui i pargoli del principe William (o, da noi, i nipoti di Silvio Berlusconi) giocheranno alla playstation come i figli dell'ultimo dei suoi sudditi c'è qualcosa che non soddisfa nel profondo le nostre intuizioni emancipatorie, anche se può non essere immediatamente facile dire a parole che cosa è che in questo preteso approdo ci delude.
L'uomo è un animale sociale e ciò nella fattispecie significa alcune cose: l'identità dell'individuo, il suo tasso di soddisfazione o risentimento, i suoi comportamenti sociali o devianti sono plasmati in stretta relazione allo status degli altri appartenenti alla comunità; la democrazia giuridica (formale) non può non essere in certo modo anche democrazia economica (sostanziale): passato un certo limite – e abbiamo forte il sentore di averlo già fatto –, e anche lasciando da parte l'argomento di principio per cui un certo livello di uguaglianza è moralmente desiderabile in sé, la vita civile delle società comincia a degradarsi, come mostrano tutti gli indicatori socio-economici con una relazione inequivocabile tra aumento della disuguaglianza e assenza di mobilità sociale, costi per la salute pubblica, aumento della criminalità, e così via. Le ripercussioni più squisitamente (si fa per dire) politiche di questo stato di cose sono sotto i nostri occhi, nella forma di una risposta fortemente polarizzata: l'odio minoritario e senza progetto in stile black-block o l'apatia civile, la disaffezione al voto, il senso di estraneità verso ogni destino che travalichi quello proprio (e minuscolo) del sé e dei propri cari. Ma, lo scriveva già Montesquieu, senza il collante delle passioni civili, senza interessi disinteressati, senza partecipazione, le democrazie alla lunga non reggono. Tra le false vie di uscita da questa situazione, Judt ha il coraggio di indicare anche la mitologia della rete, dei social network in particolare, e il volontariato: tutte cose utilissime e potenzialmente in grado di irrobustire enormemente la struttura etico-civile di una comunità, ma che semplicemente non possono sostituirsi alla politica, né alla fisicità dei suoi spazi, né alla fatica snervante (e spesso profondamente deludente) dei suoi riti. Il contenuto normativo della vita democratica, insomma, non si lascia disciogliere né da destra, per la via dei consumi, né da sinistra, per quella di un'idealità nauseata dalla vita politica, sottratta ai luoghi e ai corpi (facebook, twitter, ecc.) o settorializzata nella realizzazione di un solo, pur nobile obiettivo (ad es. le ong).          
Queste cose Judt ce le ricorda (e fa bene), ma non ce le dice invero per la prima volta (qua e là le avevamo orecchiate). Gli spunti più interessanti vengono invece dalla sua particolare prospettiva: una prospettiva, come si sarà inteso, robustamente e però nient’affatto nostalgicamente socialdemocratica, apertamente keynesiana in ambito economico, sorretta da un impeto virilmente solidaristico che ricorda l'Orwell dei tempi migliori. Insomma, più ancora che dalla critica all'avversario (neoliberismo, mercatismo, mantra ossessivo del privato e dell'individualismo) è forse dall'autocritica all'ultima versione storica della sinistra, quella che prende le mosse col '68 e arriva fino a noi, che vengono le idee più particolari e connotanti della posizione di Judt. Due temi tra i molti possibili: (a) il Sessantotto, che da noi la destra non perde occasione per interpretare nel modo più piatto e stereotipo, viene passato al setaccio da un diverso e più illuminante punto di vista, non il sei politico e la critica all'autoritarismo, ma la perdita, dietro la copertura distorcente della retorica marxista del ‘collettivo’, di una dimensione autenticamente comunitaria, «per quanto legittime possano essere le rivendicazioni individuali, per quanto importanti possano essere i diritti dell'individuo, mettere l'accento su simili aspetti comporta un costo ineludibile, e cioè il declino del senso di uno scopo condiviso» (p. 66) e ancora «Al contrario, la ‘sinistra’ assunse un'aria vagamente egoista. In quegli anni, essere di sinistra, essere radicali, voleva dire essere egocentrici, preoccupati solo di promuovere se stessi, avere un'ottica peculiarmente ristretta» (p. 67). Siamo, così parrebbe, alle origini del radical chic! Ma l'onda lunga di questa trasformazione ideologica arriva fino ai giorni nostri: al centro del linguaggio politico della sinistra è ormai sempre soltanto la laicità (questa versione italiana dei diritti civili aggiornata all'epoca delle biotecnologie), e non più la giustizia sociale, che invece, come ricordava Bobbio ancora non molto tempo fa, continua ad essere la ragione vera per dirsi o non dirsi di sinistra. (b) Lo Stato, ritornato prepotentemente in auge non solo in occasione dei salvataggi post-crac, ma anche in seguito a buona parte dei fallimenti dei processi di privatizzazione di alcuni servizi pubblici avviati negli anni ’90 (poste, ferrovie, sanità, eserciti, ecc.): «Il compito dello Stato non è soltanto quello di raccogliere i cocci quando un'economia sottoregolata va in pezzi. Consiste anche nel contenere gli effetti di profitti smodati» (p. 146), cioè a dire, lo Stato non solo ha compiti di organizzazione e regolamentazione del mercato (stendiamo un velo pietoso sull'antitrust italiano), nonché di salvataggio di istituti e aziende che semplicemente non possono fallire (concezione ordoliberale del ruolo economico dello Stato). Lo Stato ha anche compiti schiettamente redistributivi, tramite le due leve della tassazione progressiva e dei servizi sociali (concezione socialdemocratica del ruolo economico dello Stato).  
Per finire, un esercizio da fare insieme: «L'attuale Camera (…) è uno spettacolo desolante: un salotto di burocrati, yesman e marchettari professionisti (sic)». Qui naturalmente si sta parlando del parlamento italiano: ci sono perfino i marchettari! Ma rimettiamo le parole al posto della parentesi tonda: «L'attuale Camera dei Comuni in Gran Bretagna è uno spettacolo desolante: un salotto di burocrati, yesman e marchettari professionisti» (p. 119). Conclusione suggerita: i problemi sono assai più profondi che quelli riguardanti il nostro primo ministro e la sua cricca. Finché come azione politica dominante ci occuperemo di lui, saremo ben lontani dall'avvicinarci a comprenderli.
(Post di Tommaso Codignola)

Tony Judt, Guasto è il mondo, Roma-Bari, Laterza, 2011

Le mie chiocciole: @@@

Da regalare: allo scrutatore non votante

lunedì 21 marzo 2011

Il libraio di Gerusalemme

È difficile immaginare quali e quanti ostacoli debba superare, in ogni suo gesto quotidiano, chi vive in paesi percorsi da odi ancestrali e flagellati da lotte intestine. Persino acquistare un libro può presentarsi come impresa complicata, se non addirittura rischiosa. In uno scenario del genere il libraio di fiducia diventa una figura con cui si instaura un rapporto quasi intimo, e direi necessario, soprattutto per chi trova nella lettura uno spazio, seppur effimero, di serenità, o un momento di estraniazione da una quotidianità messa in discussione ad ogni sorgere del sole.
Molti soffrirono perciò nello scoprire che nel 2008, dopo quindici anni d'attività, le autorità israeliane avevano ritirato la licenza di commercio a Saleh Abbasi, l'unico libraio in Israele a cui i circa 1,2 milioni di cittadini arabi del paese potessero rivolgersi per trovare un libro nella loro lingua. Il blocco ha per la verità danneggiato anche quei lettori ebrei che si interessavano alla cultura araba, perché Abbasi, alla vendita di libri, affiancava la traduzione in ebraico di opere arabe, unendo al suo business un intento nobile, affermando che «i libri sono un ponte di pace fra le culture». Il problema si generò perché i maggiori fornitori del libraio di Gerusalemme erano due paesi notoriamente nemicissimi di Israele, vale a dire Siria e Libano. Quest'ultimo ha una produzione editoriale piuttosto ricca, conta infatti l'uscita di circa 3.000 novità l'anno (più di quanto produca l'Egitto) e propone titoli altrimenti introvabili nel mercato arabo, fra i quali diversi destinati ai giovani (Pinocchio e Harry Potter per citarne solo due).
«Come può il popolo del libro essere contro i libri?» ironizza Saleh Abbasi, ma è noto come siano praticamente assenti i rapporti diplomatici fra le nazioni appena citate, dunque i confini rimangono irti di filo spinato, anche per i libri. Ed è un peccato perché, a detta dello stesso Abbasi, di recente si era potuto rilevare un accresciuto interesse in direzione meno scontata, ovvero di lettori arabi verso la produzione israeliana, innescando un complessivo meccanismo di conoscenza reciproca da cui era possibile far derivare frutti positivi. Conoscere le storie, i pensieri, i sentimenti di qualcuno che sta al di là del filo spinato, è senz’altro una maniera per iniziare a tranciarlo quel filo.
Emblematico il caso dell’attrice israeliana Gila Almagor il cui romanzo, in parte autobiografico, Saleh Abbasi volle tradurre in arabo. In quelle pagine si racconta di una madre condotta alla pazzia dall’esperienza dell’olocausto e fu una grande emozione per Gila Almagor sapere che il suo libro sarebbe stato letto da arabi: «la mia storia è universale» affermò, ritenendo che la traduzione «avrebbe aiutato a dare a Israele e al suo popolo un volto, un’immagine diversa rispetto a quella del conflitto». Lo stop imposto ad Abbasi ha dunque impedito anche la diffusione nei paesi arabi del romanzo di Gila Almagor che, per ironia della sorte, era stato tradotto proprio grazie ad un contributo statale israeliano.
Contraddizioni, fra le tante che attraversano il Medio Oriente, e di cui spesso la vera ragione sfugge. Di fatto pare che Saleh Abbasi abbia alla fine dovuto cedere e chiudere l’attività, ma notizie definitive non mi è stato possibile recuperarle. Si tratta in fondo di una vicenda minore, eppure a volte queste storie sanno raccontarci la realtà molto meglio di altre, ben più tragiche, che fanno loro contorno.

Foto: Israele ospite d'onore alla fiera del libro di Torino © Francesca Marchelli

mercoledì 9 marzo 2011

Una trinità moderna

Frans Kellendonk ha il dono di una scrittura dalla straordinaria forza evocativa, e lo dimostra giustamente quando descrive le cose più semplici. Il lento risveglio di Gijselhart; Magda sulla colonna, che può sembrare un angelo e invece è un «filo di foschia condensato in un genio dell'aria» (p. 5); il cane lì accanto che gironzola «tracciando neri simboli di infinito» (p. 8); bastano queste e poche altre righe perché Corpo mistico ci prenda definitivamente con sé. È un romanzo in cui è difficile trovare passaggi deboli; la guida di uno stile che sa essere nel contempo ricco, mai banale dunque, eppure essenziale, rende quantomai piacevole l'immersione nelle storie che racconta. Storie curiose, borderline si direbbe, ma verissime, e con simboli fortemente significanti. Come il titolo suggerisce, la religione è il bacino primo da cui pescare materiali eterogeneii, per poi plasmarli in modi inattesi e volutamente blasfemi.
La trinità, per fare un esempio, viene nominata la prima volta quando il padre, Gijselhart, si tocca fra le gambe nella meccanica naturale del risveglio mattutino. Ma non si tratta solo di scherzi retorici, vi sono rovesciamenti concettualmente forti e questioni profonde sbattute in faccia ai tre protagonisti, e quindi a noi lettori, le questioni che la vita ci pone di fronte nei momenti di intensità maggiore.
Il denaro domina la vita di Gijselhart, egli ne ha fatto la sua religione. Lo ama, il denaro, perché è diverso da tutti i beni transitori: il suo fascino rimane intatto anche dopo che l'hai posseduto (p. 12). Inevitabile l'incessante corsa al possesso, l'avarizia maniacale che porta ad esiti paradossali, come quando Gijselhart cerca di pagare una cena barattandola con un caricabatterie (p. 30), perché egli ama i soldi, non è attaccato ai beni materiali, tanto che venderebbe sua figlia – arriva a dire, col sorriso sulle labbra – se qualcuno la volesse comprare. Con queste premesse si possono immaginare quali attriti e scintille debbano materializzarsi nel rapporto appunto fra padre e figlia, che già di per sé è uno dei legami umani più complessi. Magda poi ci mette del suo, perché periodicamente lascia la casa per inseguire qualche uomo sbagliato e il suo spirito materno, e periodicamente fa ritorno delusa, turbata. Nella sua 'materialità' il padre non capisce che per una donna è diverso: «gli uomini si fanno lanciare in un razzo nello spazio infinito, trovano avventuroso vagare per l'oscurità con le loro tute spaziali, mentre una donna morirebbe dallo sconforto» (p. 42). Magda ha bisogno di una svolta nella sua vita e in qualche modo trascina in essa tutta la famiglia, compreso il fratello che da tempo vive oltre oceano, a New York, ad occuparsi d'arte, a sentirsi un potenziale fallito nel momento in cui tocca l'apice del successo. Leendert torna a casa portandosi dietro dei fantasmi, in primis l'amore stroncato dalla malattia, amore evocato nel lungo e affascinante racconto di una notte di matrimonio trascorsa nel letto con gli sposi (pp. 67-79). Insomma, con grande disappunto del solitario padre, Magda finisce per raccogliere in casa tutti i suoi uomini, in un ecumenismo che va oltre la trinità.
Ovviamente il gioco continuo con le cose sacre le sveste del loro valore, le riporta ad una dimensione terrena, e non solo bassa, ma priva di spinte verso l'alto. Emblematica in tal senso è la dissacratoria preghiera di Leendert alla sorella: «Ave Magda, piena di invidia, sposa di nessuno, tu sei la più buggerata fra le donne...» (p. 94). Tuttavia non si tratta per Kellendonk di una disillusione, è piuttosto un'analisi del suo sguardo acuto sulla modernità che si è mostrata ormai a pezzi, a rischio costante di crollo, eppure non ancora perduta. Nella intensa prefazione al libro, dovuta a Bas Heijne, si ricorda come lo stesso autore affermasse che «le grandi parole, paradiso, amore, Dio, si sono rivelate vuote, ma possiamo dar loro un nuovo significato prendendole per ciò che sono: espressioni di desiderio. E il desiderio è la forza nascosta di questo romanzo disperato» (p. IX).

Frans Kellendonk, Corpo mistico, Villa San Secondo (AT), Scritturapura, 2007.

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Da regalare: alla pimpante wedding planner

martedì 1 marzo 2011

Benedetto XVI vs Dan Brown

Pillola rossa o pillola azzurra? Da un momento all’altro, ci scommetteresti, spunterà Morpheus da dietro l’affresco della finta sala sistina e ti porrà la domanda. La voce suadente, il ritmo della musica, la semioscurità, ogni curato particolare ti hanno condotto al cospetto della ‘verità’, ora non ti rimane che trovare il coraggio di affrontarla. È davvero un’esperienza figlia di Matrix la visita alla mostra «Conoscere la Biblioteca Vaticana: una storia aperta al futuro», aperta sino al 13 marzo 2011 nel Braccio di Carlo Magno (Roma, piazza San Pietro). Questa la chiave di lettura scelta per ribattere a tante leggende metropolitane relative ad una delle più antiche e prestigiose biblioteche del mondo, nonché – per quanto mi sembra – per rispondere alle insinuazioni più recenti conseguite all’uscita de Il codice Da Vinci di Dan Brown, un best-seller che deve parte della sua fortuna al ritratto in tinte oscure con cui presenta le istituzioni vaticane.
Fondata nel 1455 da papa Niccolò V, la BAV – come viene affettuosamente chiamata da chi la frequenta – ha invece fin dall’inizio espresso una chiara volontà di apertura al pubblico, come si evince dal motto Pro communi doctorum virorum commodo, vale a dire a vantaggio di tutti gli uomini dotti. La fedeltà a tale principio è rimasta pressoché costante, per cui è facile innanzitutto sfatare alcuni ‘miti’. La Biblioteca Vaticana è interamente consultabile, non ha sezioni segrete o magazzini inaccessibili, e ciò che viene interdetto al pubblico lo è solo temporaneamente e per motivi di conservazione o restauro. Ottenere una tessera d’ingresso non prevede una serie di passaggi assimilabili all’affiliazione ad una loggia segreta, si tratta semplicemente di dimostrare delle specifiche necessità di studio ed esibire una lettera di presentazione di persona (anche laica!) qualificata. Insomma lasciate pure in pace vostro prozio monsignore e non tentate di farvi venire le stigmate, fatiche inutili dato che la procedura d’accesso è esattamente la stessa che vi richiede qualsiasi biblioteca nazionale. Fra gli scaffali della BAV incrocerete inoltre persone d’ogni fede e nazionalità, accolti allo stesso modo per usufruire di un patrimonio di circa un milione e mezzo di libri stampati e 80.000 manoscritti.
A ragione dunque la mostra punta sulla presentazione della filosofia che da secoli governa la Biblioteca Vaticana, ma lo fa servendosi molto, direi troppo, di frasi ad effetto e di clip da trailer cinematografico. L’effetto può essere affascinante per il turista del tutto a digiuno rispetto al mondo del libro, risulta invece a tratti ridicolo agli occhi e alle orecchie di un qualsiasi lettore esigente. Soprattutto spiace che altisonanti digressioni abbiano tolto spazio e attenzione a testimonianze scritte fra le più rilevanti nella storia dell’umanità. Voglio dire, quand’anche presentato in facsimile, una riflessione sul codice B non avrebbe guastato, considerando trattarsi di uno dei più antichi manoscritti della bibbia in greco; due parole sulla copia dell’Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna nell’edizione del 1499, spesso definito il più bel libro a stampa mai prodotto, mi sarebbero parse d’obbligo; senza contare la carrellata su diverse scritture utilizzate attraverso i secoli, una carrellata lasciata passare quasi sotto silenzio. Al contrario, nella sezione dedicata alla collezione numismatica, l’approfondimento c’è, ed è pure insistito in un video sulla monetazione in uso in Palestina ai tempi di Gesù, allo scopo di svelare quale tipo di conio Giuda ricevette in cambio del suo tradimento. Appendice interessante, peccato per la chiusa sull’uso etico del denaro (da che pulpito, direbbero i maligni…) che la trasforma in una lezioncina morale alquanto antipatica per un visitatore pagante.
Il percorso espositivo insiste sul ruolo di tutela e valorizzazione esercitato dalla BAV e cerca di rendere giustizia ad un’istituzione culturale che, per certi versi, è stata e continua ad essere all’avanguardia nella promozione della ricerca, contraddicendo appunto un certo qual sentire comune. Se poi un allestimento che scommette tutto sull’effetto e sulla facile emozione sia stata la scelta migliore, è un fatto tutto da dimostrare. Non è tuttavia escluso che il buon Benedetto XVI, dovendo rispondere a Dan Brown, abbia davvero fatto la mossa più azzeccata mettendo in campo gli stessi strumenti di fascinazione dello scrittore americano; peggio per noi che non sappiamo goderceli.