sabato 5 giugno 2010

Tre misteri dietro a un libro

In principio i misteri sono tre: una persona, una voce, un testo. La persona si alza, si offre al pubblico, necessariamente emozionata; di lei nulla si sa e nulla si saprà, neppure alla fine, perché si fa subito da parte e lascia la scena alla voce. La voce non è mai come te l'aspetti, non la sai immaginare, ascolti: cattura l'attenzione, come una mano tesa che invita ad una passeggiata in un bosco. Dopo poche parole anche il terzo mistero si svela, è il testo. Lo puoi conoscere oppure udire per la prima volta, ma il risultato non cambia.
Incontrare le persone-libro è un'esperienza curiosa, carica di emozione. Non è come ascoltare un attore, un professionista, dal quale ci si aspetta una performance. Sul palcoscenico, spesso minimo, spesso improvvisato, c'è un lettore quale potrebbe esserlo ciascuno di noi. Sono lettori che decidono di condividere un libro che amano e ne fanno dono agli altri, in una sorta di propaganda sana e genuina, come è il proselitismo delle religioni 'migliori'. Non sono attori, eppure per altri versi lo sembrano, poiché c'è della verità nelle loro voci, la verità di una scelta del cuore che pochi, pochissimi attori sono in grado di estrarre da un copione.
Nell’appena conclusasi edizione del Salone del Libro di Torino, il tema era quello della memoria. Qui si parla appunto di memoria, ma in uno dei suoi significati più atavici, quello di strumento per i cantastorie. Non ha esattamente (e per fortuna!) il valore che ha nel romanzo di Ray Bradbury, da cui prende il nome il progetto originario Fahrenheit 451 - Las personas libro, nato in Spagna da un’idea di Antonio Rodríguez Menéndez. Il testimone italiano è stato preso da Sandra Giuliani che lo ha agganciato alle iniziative delle Donne di carta; non è un caso: le persone-libro che ho incontrato sono tutte donne, forse a conferma della superiorità femminile nel vivere il sentimento, nel lasciarsi immergere in esso mettendo in gioco ogni briciola di sé.
«Io sono...». Così iniziano le persone-libro, per qualche attimo non hanno altra personalità che quella del libro. E di che libri si tratta? Ovviamente la scelta è e deve essere libera, il libro va scelto, non imposto. Allo stesso modo si sceglie il brano da andare a memoria, puntando all'ideale intero assorbimento del testo. In genere si tratta di prosa, ma che ammicca alla poesia; quadri immobili quasi privi di trama che lasciano la curiosità di scoprire come sarà il racconto intero. Si scende in scena per dare al libro una vita eterna non più muta, anzi intensamente parlata, e di questo sarebbe felice Amos Oz (Una storia d'amore e di tenebra, p. 31): «quand'ero piccolo, da grande volevo diventare un libro. Non uno scrittore, un libro: perché le persone le si può uccidere come formiche. Anche uno scrittore non è difficile ucciderlo. Mentre un libro, quand'anche lo si distrugga con metodo, è probabile che un esemplare comunque si salvi e preservi la sua vita di scaffale, una vita eterna, muta, su un ripiano dimenticato in qualche sperduta biblioteca» o appunto nella memoria e nella voce di una persona-libro.

Foto: L'oratore di Segesta © Stefano Buldrini

mercoledì 26 maggio 2010

I ricordi di Oz (2)

Ci sono il mondo e la Storia, fuori dalla finestra; però la nostra vita è dentro, è dietro il vetro, dove tutto è minuscolo a confronto, e in apparenza chiaro, definito, governabile. Vorremmo che le cose intorno a noi avessero sempre contorni netti e colori ben definiti: sarebbe tutto più facile, e il nostro andare sicuro. Il bambino immagina che sarà così, giorno dopo giorno. Invece no, viviamo di incertezze e di linee curve, di superfici che si sovrappongono e intersecano, ma è proprio là che sta la bellezza delle cose: «così appresi i segreti della sfumatura: la vita è fatta di itinerari diversi. Ogni cosa può accadere così, ma anche altrimenti, secondo partiture diverse e logiche parallele. Ogni logica parallela è di per sé coerente e consequenziale, a suo modo conchiusa, indifferente a tutte le altre» (p. 33).
Un gusto proustiano della minuzia – a tratti baluginante come un gioiello – tratteggia l’infanzia di Amos Oz. L’apparenza di normalità viene di continuo affogata da eventi e pensieri troppo grandi per un bambino, anche se forse il destino dei bambini ebrei è differente da quello degli altri. Non è semplice essere bambini ebrei, perché i bambini ebrei devono comportarsi sempre bene, il minimo biasimo diventa colpa per tutti (p. 238). Basta un gioco maldestro per far tornare a galla tutte la difficoltà della convivenza in una terra occupata da genti lontanissime fra loro, per lingua, cultura, religione. Quella biglia di metallo rotante, sfuggita nella direzione sbagliata e perduta nell’inevitabile traiettoria, ci angoscia come una bomba nucleare sganciata su Gerusalemme (pp. 390-398).
Forse per questo rimane dalla loro una lucida e disillusa saggezza che discetta su ogni cosa. Sull’amore, ovviamente, il grande paradosso, la «mistura dell’egoismo più egoista e della dedizione più completa» (p. 192). Una mistura che ci piove addosso, si insinua in noi come una malattia; non è che lo scegliamo l’amore, è lui che sceglie noi. Sulla tenebra, dato che i veri dilemmi quotidiani sono alla fin fine fondati sulla scelta fra bontà e cattiveria. Perché in quel momento, troppo spesso, preferiamo la cattiveria? La colpa sta all’origine: abbiamo mangiato una mela avvelenata.
Eppure la tragicità profonda di una storia d’amore e di tenebra viene a mancare, perché amore e tenebra sono sempre solo accennati, soffusi appunto di sfumature, smerigliati dagli occhi dell’infanzia, portati nella memoria di uno scrittore, un adulto che molto ha visto, che molto ha vissuto, che sa guardare con distacco ogni gioia e ogni tristezza la vita porta con sé. Così guarda persino alla madre, alla donna assorta che inventa per il figlio strane favole, che pare intrappolata in una vita non sua e vive con un uomo che bacia come fosse un bambino. Il tempo più suo è per i libri; la sua estraneità al mondo, alla famiglia, incombono sul racconto con la grevità di un peccato mortale. La tenebra si intravede nel gioco sonnambulo dei letti che mescola stanchezza e sofferenza, è il vagare di tre anime in pena fra gli angoli di pochi metri quadri (p. 537). Mamma, papà, figlio, insieme, sotto le coltri, eppure soli, ciascuno con il proprio particolare dolore. La vita non è facile.
(Fine parte seconda)
(Leggi la prima parte)

Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra, Milano, Feltrinelli, 2003.

Le mie chiocciole: @@@

Da regalare: a chi non si è perduto sulla strada di Swann

venerdì 21 maggio 2010

In morte del poeta

Di fronte alla morte le parole sono quasi sempre inadeguate, perciò sarebbe bene lasciare alla morte il suo silenzio. Ma noi, che ancora rimaniamo da questa parte, abbiamo bisogno di raccontarci qualcosa, di rifugiarci nelle parole, soprattutto quando a lasciarci è un poeta. In questi casi funziona guardare indietro, meglio se verso un ricordo non impettito, ancor più se verso una poesia intensa.
Il primo spunta fra due chiacchiere dietro un caffè, ringrazio Lodovico Steidl per avermi concesso le sue riflessioni prese dal vivo: «Ho conosciuto Sanguineti una quindicina d'anni fa. Mi parve già allora decrepito, forse perché i brutti sembrano sempre più vecchi... Era brusco e al tempo stesso gentilissimo, di poche parole eppur disponibile ad ascoltare. Mi ha sempre colpito il suo continuare – fino all'ultimo – a professarsi marxista. Insomma, i tempi erano cambiati, ma lui no. Davanti a questo vomitevole voltagabbanismo, me lo figuravo totem immutabile, piantato sul molo del porto di Genova: tagliato con l'accetta il suo naso, tagliata con l'accetta la sua bazza da sdentato. E alla fine mi ero scordato della sua somiglianza con Marty Feldman».
La seconda, la poesia, da sola giustifica il dispiacere per questa penna definitivamente posata:

LA BALLATA DELLE DONNE

Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.

Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.

Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.

Femmina penso, se penso l'umano
la mia compagna, ti prendo per mano.

Edoardo Sanguineti

(da Mikrokosmos. Poesie 1951-2004, Milano, Feltrinelli, 2004)

mercoledì 12 maggio 2010

In cerca d'eroi

Trovo sia davvero un cattivo segnale quando la comunicazione – specialmente a “grande diffusione”, come quella televisiva – si realizza in maniera sciatta e chi se ne fa portavoce dimostra scarsa attenzione verso le parole. Sono le cose di poco valore che si usano con leggerezza, senza riguardo, come cose appunto di cui non far conto; ma non c’è più grave errore, per chi ha il compito professionale di comunicare, di scordare le conseguenze inattese e pericolose che possono derivare da un uso impreciso delle parole. C’è un caso, fra i tanti, su cui mi ero soffermato in passato, lasciando poi perdere per rispetto del dolore. Ora, per altre vie, la parola è tornata a galla e ricorre nei titoli dei giornali, imprecisa com’era sette anni fa, e mi induce a riprendere il discorso.
Se cercate notizie su quanto accadde a Nassiriya, scoprirete come sia inevitabile incappare nell’aggettivo ‘eroi’. Gli italiani che disgraziatamente si trovavano nei pressi della base “Maestrale” il 12 novembre 2003 e morirono a causa dell’attentato suicida, sono spesso definiti eroi. L’attribuzione è divenuta spontanea al punto che molte delle lapidi commemorative sparse per la penisola riportano espressamente il termine. Ma cos’è che ha trasformato in eroi quegli uomini? Perché nel sentire comune si è diffusa la convinzione che è in tal modo che essi debbono essere ricordati?
Domenica scorsa, nella diretta delle 19 del suo tg, Emilio Fede ha esternato un’insofferenza verso l’attenzione, a suo dire eccessiva, che media e pubblico tributano a Roberto Saviano. «Non se ne può più di sentire che lui è l’eroe» ha tuonato Fede. Per un attimo ho avuto un mancamento: ero d’accordo con Emilio Fede. Perché mi sembrava di nuovo d’avere a che fare con un uso impreciso della parola.
È stato allora che ho ripensato a Nassiriya, e sono arrivato ad interrogarmi su chi sia veramente un eroe. Se parto dal dizionario (Sabatini-Coletti), mi trovo di fronte la seguente definizione: «chi dà prova di grande coraggio militare o civile; fare l’eroe: accettare sacrifici o andare incontro a pericoli senza necessità». La prima impressione è che l’aggettivo non si adatti perfettamente a nessuno dei due casi. Senza necessità, questa è la specificazione fondamentale, qui sta la chiave del discorso. Non sarebbe però bello dilungarsi in disquisizioni lessicali quando in gioco è la pelle degli altri; discutere dove sta il limite fra un lavoro pericoloso e l’eroismo; valutare se certe scelte di vita automaticamente sollevino più in alto una persona rispetto alla gente comune; eccetera. Rimango sulla parola, per capire se è possibile usarla meglio.
Il senso profondo, a mio avviso, dell'eroe sta nell’atto di chi volontariamente si sacrifica; di chi ha coscienza sia del sacrificio (“sto compiendo un atto che potrebbe costarmi caro”) sia del motivo del suo sacrificio (“lo faccio comunque per salvare qualcuno o qualcosa”). Nessuno pianifica di diventare un eroe; si possono invece fare delle scelte coraggiose che a volte portano ad un bivio decisivo: ed è lì che si prende la decisione se proseguire fino all’estremo. A Nassiriya non c’è stato tempo per prendere decisioni, quel camion cisterna è piombato sulla base come un bus che inforca una fermata, come una svolta improvvisa del destino. La mafia costringe il nostro paese a continue scelte, piccole e grandi, ma sono sicuro che Roberto Saviano, in virtù delle sue di scelte, non ha mai chiesto d’essere considerato un eroe. E davvero gli auguro di non diventarlo mai. Né per lui, né per noi, perché è sventurata la terra che ha bisogno di eroi, o almeno così diceva Brecht.