domenica 9 maggio 2010

Per l'archivio, suonare due volte

Anche gli archivi postali hanno un’anima. Non sembrerebbe, tanto è vero che la sola parola evoca fotogrammi di un’umanità grigia e dolente, imprigionata in una fittissima rete di scartoffie burocratiche, fra ordini di servizio, circolari e contestazioni del capoufficio. Esistenze piccolo-borghesi anonime e insignificanti, metafora di quell’aurea mediocritas che è la vita sociale degli individui in uno Stato moderno. Eppure, a saperle indagare con acribia e senza pregiudizi, anche le carte più seriali e, all’apparenza, impersonali svelano un cuore pulsante, trasmettono il fiato, il sudore e le lacrime di corpi ancor vivi e carnali. È quel che ha fatto Mario Coglitore, il quale, oltre ad essere il responsabile a Venezia dell’Archivio storico di poste italiane, è anche “figlio d’arte”. Suo padre e i suoi nonni, infatti, erano impiegati delle poste. Mai come nel suo caso, dunque, fare storia ha significato pure addentrarsi nel proprio inconscio autobiografico.
Non tutti gli archivi postali ci sono giunti ben conservati e inventariati. Solo alcuni relativi al personale. È quanto accaduto a quelli di Torino e di Venezia, sede degli scavi certosini di Coglitore. Migliaia di fascicoli, alcuni smilzi, altri più cicciottelli. Ciascuno intestato ad un singolo impiegato. Portalettere, fattorini, telegrafisti, ricevitori, commessi: qualsiasi documento abbia intersecato la loro sfera professionale, è ora racchiuso in quei faldoni ingialliti e impolverati. Quante storie impensabili e inaspettate n’escono!
Il diorama tracciato da Coglitore offre almeno tre chiavi di lettura. C’è, innanzitutto, il piano per così dire “istituzionale”. La storia degli impiegati postali, nella prima metà del secolo, come storia di una branca dell’amministrazione dello Stato. La loro crescita è esponenziale: nel 1900 sono circa 12mila, nel 1950 hanno raggiunto le 35mila unità. Un popolo minuto, minutissimo, e tuttavia privilegiato rispetto alle classi subalterne. Al contrario degli operai di fabbrica, i dipendenti delle poste hanno un lavoro di norma non usurante, in un ambiente più ospitale. E quando tornano al loro desco familiare, possono godere di un alloggio popolare ma dignitoso, soprattutto dagli anni Venti in poi. Per i più fortunati ci sono anche la radio e i servizi igienici in casa. Resta comunque una «non classe», dal profilo ancora sfumato e dai confini mobili: difficile entrarvi, molto più facile uscirvi, risospinti verso i gradini più bassi della scala sociale. Soltanto negli anni Cinquanta diventerà ceto medio, raggiungendo un moderato benessere. Ma già il fascismo aveva tentato, con un certo successo, di plasmarne l’identità, facendo dell’impiegato «una sorta di soldato pronto al sacrificio per il bene della nazione». Il travet, sotto Mussolini, ottenne prestigio e una relativa sicurezza. Il sistema postale, per di più, era «il mezzo principale di trasmissione del linguaggio nazionale in tutto il Paese». Un compito delicatissimo, in un regime autoritario che mirava a controllare non soltanto i corpi e le menti dei suoi sudditi, ma anche le loro parole.
La seconda chiave di lettura è quella più allettante, almeno per il lettore non specialista, e richiama il vissuto di questi “uomini comuni”, che cessano, finalmente, di essere delle mere appendici statistiche. Possiamo anzi quasi immaginarne la fisionomia. Come quella dell’impiegata «cristianamente spirata alle ore 0.20 di domenica 9 luglio 1950, dopo lunghissime sofferenze»: così recita l’avviso funerario. Il fascicolo a lei intestato sembra quasi una cartella clinica, fra certificati medici, penosi interventi chirurgici e lunghe assenze per malattia. Un mondo a parte, quello delle impiegate (il cui numero tende ad aumentare nei periodi di guerra, quando gli uomini sono dirottati al fronte), sempre costrette ad esibire un’immacolata “rispettabilità”, tanto che nei faldoni abbondano indiscrezioni sulla loro vita privata. Nessuna tolleranza, ovviamente, per i rapporti «equivoci» e adulterini. Senza contare che soltanto all’alba del nuovo secolo era stato soppresso il «vincolo di nubilato».
Spesso questi brandelli di vite incrociano la grande storia. Pensiamo, ad esempio, alle peripezie cui vanno incontro i dipendenti della «Forza libera postale revisionata» (istituita a Pola e Fiume), parificati a tutti gli effetti agli impiegati delle Poste del Regno d’Italia. Ma non possiamo neppure dimenticare l’«Africa dei postali», emigrati nelle colonie, al seguito della Posta militare: «una vita disagiata al di là del mare per raddrizzare quella in patria». Qualche traccia l’hanno lasciata anche gli antifascisti, licenziati (o emarginati) e riassunti soltanto dopo il ’45. I loro fascicoli, che ne documentano le biografie di “sovversivi”, quasi riecheggiano quelli del Casellario politico centrale della Pubblica Sicurezza.
Last but not least, studiare la «nazione degli impiegati», un «popolo senza ideologia», significa anche immergersi in quella «continuità dello Stato» così a lungo dibattuta fra gli storici. Quando andarono in pensione nei primi anni Cinquanta, diversi travet avevano alle spalle ben quattro giuramenti di fedeltà: al Regno di Vittorio Emanuele II, al fascismo, alla Rsi e alla Repubblica. Perché, alla fine, fra il bianco e il nero della storia d’Italia, è sempre il grigio – il colore più duttile – a prevalere.
(post di Raffaele Liucci)

Mario Coglitore, Il timbro e la penna. La «nazione» degli impiegati postali nella prima metà del Novecento, Milano, Guerini e Associati, 2008.

Chiocciole: @@

Da regalare: a quello zelante funzionario che il sabato mattina vi grida nel citofono: "raccomandata!".

domenica 2 maggio 2010

I ricordi di Oz

L'infanzia ci dona uno sguardo speciale sul mondo. Conservare memoria di quello sguardo, e farlo diventare narrazione, è un dono altrettanto grande; soprattutto se quell’infanzia ha avuto la sorte di vivere in anni di grandi sconvolgimenti. Accade allora che la Storia improvvisamente si cristallizzi e riesca a parlare in modo distinto, a svelare almeno in parte il senso del suo svolgersi. La Gerusalemme negli anni della Seconda Guerra Mondiale, il protettorato inglese, il latente conflitto con il mondo arabo… questo è ciò che scorre davanti agli occhi del bambino di nome Amos Oz.
Sulla pagina si susseguono i quadri, ognuno conchiuso in sé stesso, che ci immergono in un'atmosfera di piccole cose quotidiane sulle quali alita appunto la Storia, con angosce sottili. Il bambino, divenuto adulto, racconta, fidandosi di una memoria sorprendente, metodica, geometrica nel procedere; costruisce piccole saghe concentriche, intersecanti fra loro, con l’effetto di una lieve eco narrativa che sa di epica, benché il nonno commerciante di stoffe non sia esattamente l’inclito Achille. D’altronde la loro vita godeva delle piccole fascinazioni del pioniere: questioni minime ma essenziali - come il dilemma se fosse sbagliato acquistare il formaggio arabo (p. 25) - erano lo specchio di una quotidianità anomala. Conosciamo bisnonni che troneggiano nel tempio della memoria familiare, e dunque non è un caso se l’andamento è quello dei racconti antichi, pare di leggere una genealogia biblica contemporanea, colorita e barocca. Eppure certa scrittura riesce a infischiarsene delle leggi fisiche più elementari e sa far levitare una massa enorme di parole.
Amos Oz è topograficamente minuzioso sino alla pedanteria nel descrivere la sua Gerusalemme, con dettagli lontani per chi non è israeliano. Si tratta però di un’immersione personalistica, intima, nulla a che vedere con il senso di missione evocato dalle parole dei ‘vecchi’, dell’erudito zio Yosef: «ora qui nella nostra terra abbiamo bisogno di una letteratura veramente nuova» (p. 80). Sulla necessità della militanza dello scrittore ha detto qualcosa anche Abraham Yehoshua, durante la conferenza tenuta a Roma il 27 marzo scorso. Esiste una prima generazione di scrittori israeliani ai quali era negata la possibilità di deviare dal sentiero dell’impegno a sostegno della causa nazionalistica, forzati a scrivere per la «nostra terra». Da quella posizione gradualmente si allontana la generazione nuova, quella di Oz e Yehoshua appunto, muovendo verso l’individuo, e non la comunità, verso il surreale, e non la complicata realtà.
Forse per questo ci troviamo di fronte quell'avvertimento, cinque pagine che sono in fondo la definizione dell’incontro tra la letteratura e le nostre anime di lettori (pp. 42-46). Il cattivo lettore cerca solo il fatto che “sta dietro”; chiede a quali verità, eventi, persone reali lo scrittore ha attinto; il cattivo lettore gratta la superficie per portare al vivo la concretezza, la realtà delle cose. Il buon lettore invece apre le braccia al fluire della narrazione e sente cosa quelle parole scritte vogliono dire per lui solo. Spesso, dice Oz, quelle parole ci rivelano qualcosa che preferiremmo non sapere. Tuttavia, nello stesso tempo, esse ci fanno sentire, nella nostra particolare e singolare intimità, anche parte di un tutto, di un’umanità condivisa: qualcuno ne è più consapevole, la vive, la percepisce in sé, la governa quasi; altri la subiscono, senza rendersene conto.
(Fine parte prima)
(Leggi la seconda parte)

Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra, Milano, Feltrinelli, 2003.

Le mie chiocciole: @@@

Da regalare: all'appassionato di alberi genealogici

mercoledì 21 aprile 2010

Sei parole

La poesia la frequentiamo poco, troppo poco. I nostri maestri hanno ormai smesso d’insegnarci il bene che può venire da una poesia e anche noi siamo infine impigriti, spaventati dal suo dire le cose – vere, profonde – con una sincerità che ci disturba. Eppure la poesia è prosa distillata, è succo del succo, è messaggio che più d’ogni altro colpisce nel segno; non dovremmo abituarci a farne a meno.
Voglio fare un omaggio ad una poesia che fino a ieri non conoscevo. Mi è arrivata sotto agli occhi per caso, ed è sempre bello quando succede. Leggevo di una signora, quella della foto qui a fianco, nata nel North Carolina nel 1920. Eleanor Ross Taylor, così si chiama, si è tolta una bella soddisfazione: ha vinto il premio Ruth Lilly della American Poetry Foundation, un riconoscimento di alto livello particolarmente interessante anche dal punto di vista economico, dato che prevede un assegno da 100.000 dollari tondi tondi. Questa conquista, raggiunta a novant’anni (mai perdere la speranza!), è diventata una notizia nella notizia. In verità non si tratta di una sorta di terno al lotto, né di un riconoscimento tardivo, la nostra poetessa di soddisfazioni del genere ne ha avute diverse altre nella sua lunga vita, e non è detto non punti ad incrementare ancora la collezione.
La poesia la trovate qui sotto, a quanto so è inedita in Italia, ed è per questo che dovrete accontentarvi di una traduzione improvvisata, anche libera, ma vi assicuro sincera (per chi sapesse far meglio, ecco il testo originale). È in quella domanda alla fine che rintocca, per come la immagino, la forza della poesia. Bastano sei parole per rimanere così, un po' imbambolati, a chiederci chi siamo.


Ultimo atto

No, l'anima non lascia il corpo.

È il mio corpo a lasciare l'anima.
Stanco di trasformare pollo fritto e
caffè in muscoli ed escrementi,
stanco di nascondere le lacrime, di tergerle,
stanco di aprire gli occhi su un altro giorno,
stanco soprattutto di quel cuore di carne,
che pompa, che pompa. Di più,
di quel cervello che rimescola incubi.
Il corpo si prepara:
sgancia, spegni, cancella.

Ma allora, credo, un impercettibile litigio
prende vita.
L’anima pare agitare il pugno.
Vuole il cervello? Reclama sogni e incubi?
Si appella ad una clausola che dimostra il suo diritto?

Ci sarà uno scontro. Una lotta mortale.
Sappiamo, ovviamente, chi vincerà. . .

Ma chi è invece, che osserva?

martedì 6 aprile 2010

La sputazza miracolosa

Ci prova in tutti i modi Giorgio De Rienzo a far ammettere ad Erri De Luca d'essere un grande scrittore. I due si fronteggiano, a tratti quasi in imbarazzo, sul palco della Sinopoli all'auditorium di Roma: il giornalista del Corriere stuzzicando con letture – un po' incespicanti, un po' smarrite –, lo scrittore schermendosi dietro la sua logica cristallina: «Converrai che qui hai composto una poesia in prosa», «E' solo una precisa descrizione di un fatto naturale»; «Ti compiaci mai dopo aver scritto frasi come queste?», «Non posso. Mi impedirebbe di scrivere oltre».
Pare d'assistere ad una di quelle sfide in surplace, ma il regolamento attuale del ciclismo su pista, per fortuna, prevede non possano protrarsi oltre i trenta secondi. Nel nostro caso ci salva lo stesso De Luca, che ogni tanto prende il passo da solo e con due pedalate misurate e intense ci porta al centro di una storia o di una confessione. Ha un grande pregio l'affabulatore Erri De Luca, quello di riuscire a trasmettere la forza di un'immagine o di un messaggio servendosi di parole semplici dette con semplicità, lasciate scivolare dalla bocca con leggerezza e spesso con ironia, come se non fossero nulla, e invece quasi sempre sono molto. Così succede quando riporta un episodio evangelico (Marco, 8, 22-26), e all'inizio pare ci scherzi sopra, poi prevale un senso di sincero stupore per la bellezza della scrittura, del pensiero.
Quel giovanotto in gamba si trova in località Betsàida quando gli viene incontro un cieco chiedendo la guarigione. Lui si sputa sulle mani e strofina gli occhi del cieco il quale, improvvisamente, vede qualcosa, vede degli alberi che camminano. Allora gli strofina di nuovo gli occhi – unico caso noto di miracolo ritoccato – e quello ci vede chiaramente. L'episodio è curioso e De Luca lo racconta fra il divertito e l'affascinato, ripetendo quasi fra sé la frase, gli uomini come alberi che camminano. Dovremmo essere come alberi – ci dice sottovoce lo scrittore – pacati, silenziosi, puntati verso il cielo. Sprofondo nella poltrona e senza fatica mi lascio convincere; certi uomini le storie, le sanno davvero raccontare.

Foto: Vecchia bicicletta © Tiziano Taddei