giovedì 2 gennaio 2020

Un amore fra le colline in guerra

Le nostre questioni private alla fine prevalgono sempre. Hanno la meglio su tutto il resto, vincono persino contro le ragioni di guerra, perché anche la guerra è solo un’interferenza rispetto alle esigenze basilari dell’essere umano. Siamo costantemente immersi in un’altalena di atti sublimi e banali, così che ci capita di perderci nei ricordi e dimenticare, o voler dimenticare, impegni che a parole giureremmo con la mano sul cuore di considerare fondamentali e degni di sacra attenzione.

L’amore poi, non ha pietà né rispetto per nessun solenne impegno, è la questione privata che prevale comunque. L’amore, anche solo quando si accenna come primo invaghirsi, oppure quando riaffiora come un’eco, ci strappa da tutto e da tutti, senza alcuna remora. Milton il partigiano non sa più che farsene del fucile che regge sulla spalla, nel momento in cui fiuta il profumo, che è solo un’immagine, di Fulvia. Inizia così un viaggio che pare quello di un folle, fra le colline attorno ad Alba. È come l’Orlando furioso, dirà Calvino: un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti.

D’altro canto la Resistenza fu fatta perlopiù da uomini appena nati, incerti in molto, passionali e dunque facili prede delle distrazioni. Esseri umani che ancora pochissimo sapevano della vita, avendola vissuta in un regime costante di incertezza e dunque troppo spesso trovandosi impreparati di fronte alle prove più impegnative, come molte ve ne furono. Una questione privata è un ritratto vero della Resistenza, dei suoi chiaroscuri, un ritratto distaccato e senza retorica, in quanto raccontato da una prospettiva divergente, quella degli occhi di Milton perduti in ricordi lontani. Non fu per nulla gradito all’epoca questo taglio del racconto, c’è voluto del tempo per accettare che, come tutte le imprese umane, persino la Resistenza non fu perfetta, che ci furono scelte discutibili, atti che sarebbero divenuti rimorsi.

Tuttavia la guerra ti costringe ad un gioco quasi mai leale, come quando Milton e Hombre catturano dei giovani soldati fascisti (pp. 71-72). I due compagni di lotta rappresentano l’instabile alleanza fra badogliani, con al collo il fazzoletto azzurro, e comunisti con la stella rossa. Insieme stanano i quattro ragazzi nascosti dietro l’altare della chiesa: sono impauriti e hanno già lasciato le armi da un pezzo. Li fanno camminare e poi correre, come prigionieri, almeno finché la cavalleria non arriva ad incalzare e allora non resta che falciarli alle spalle, con una sventagliata di mitra. In seguito, scuotendosi da quel ricordo, Milton si sarebbe massaggiato il petto «che gli doleva in ogni punto».

Il risvolto della prima edizione dice di Fenoglio: «narratore crudo ma senza ostentazione, senza compiacenze di stile, asciutto ed esatto». È così quando tratteggia la nebbia (pp. 27, 31-32) che pare un elemento come un altro del paesaggio, mentre in realtà è protagonista della svolta; sarà per colpa della nebbia che tutto inizierà ad andare nel verso sbagliato. Eppure Fenoglio la descrive con poetica precisione e sembra quasi bella, nonostante dietro quel muro bianco l’amico Giorgio perderà la libertà e Milton dovrà tentare di salvarlo. Spesso in questo breve romanzo le svolte narrative e i flashback sono introdotti di sguincio, arrivando da punti inattesi, come nemici che in battaglia ci si parano davanti, emergendo improvvisamente dalla nebbia.

Vale la pena leggere Una questione privata anche solo per scorrere la galleria di personaggi, belli e vividi. Spesso si tratte di donne anziane, come la «vecchia» che pare saper leggere nel pensiero di Milton (pp. 68-69) o quella che lo ragguaglia sulle frequentazioni equivoche del sergente fascista, potenziale ostaggio per lo scambio di prigionieri (pp. 89-92). Sono donne che si affezionano a Milton in pochi istanti, che rischiano per aiutarlo, lo nutrono e lo proteggono, perché è come un loro figlio, un ricordo vivente dei figli che la guerra ha portato via da loro. L’unica donna giovane ad essere non presente ma evocata è Fulvia, pure lei un ricordo mitico, e nel ricordo per sempre giovane.


Beppe Fenoglio, Una questione privata, introduzione di Gabriele Pedullà, Torino, Einaudi, 2014.

domenica 24 dicembre 2017

La bici e la cittadinanza

In questa stagione di buoni propositi, mi metto sempre alla ricerca di una piccola storia che mi dia coraggio, e immancabilmente la storia arriva. Mentre cammino sotto ai portici portando a mano una vecchia e scassatissima bicicletta, passo accanto ad un gruppetto composto da un padre con tre bambini di età compresa fra i quattro e gli otto anni, imbacuccati nei giubbotti e impegnati in una fitta conversazione. Al mio passaggio il più piccino si zittisce, attirato come una calamita dal mio mezzo di locomozione. Allunga una mano verso il sellino posteriore come se si trovasse di fronte ad una reliquia sacra.
Il padre, alle sue spalle, lo richiama: «Non si toccano le cose degli altri». Sorrido ad entrambi, facendo cenno di non preoccuparsi. L’uomo ricambia, si affianca e facciamo alcuni passi assieme. Il taglio della barba, l’abbigliamento, i tratti del volto dimostrano una provenienza orientale, forse il Pakistan. «A mio figlio piacciono le biciclette» mi spiega «ne avevo comprata una per lui. Bella, da Decathlon. Ma l’hanno rubata. Ed era dentro al cancello!».


Dopo averlo salutato, penso che il nostro parlamento sta commettendo un terribile errore, che sta facendo un torto a quello straniero, capitato a vivere in un paese che non riconoscerà ai suoi figli il diritto di cittadinanza, anche se sono nati qui, già parlano l’italiano come me e cresceranno studiando a scuola le stesse cose che ho studiato io.
La cosa più triste è che sono convinto della mala fede della nostra politica. Chi ha fatto affossare la legge sullo ius soli, lo ha fatto per un calcolo personalistico, per ammiccare ad alcuni elettori arrabbiati, magari anche giustamente arrabbiati, alla ricerca di un sacco sul quale scaricare i pugni. Quei politici però sanno che quella legge era una buona base su cui almeno discutere, ma hanno voluto presentarla del tutto diversa da come effettivamente è, le hanno dipinto una faccia falsa, quella che a loro faceva più comodo. O forse non l’hanno nemmeno letta.
Discriminare i bambini è un atto miope, oltre che tristemente grave, e non fa bene a nessuno, neppure ai “fortunati” che si trovano nel gruppo privilegiato. Se dovessi puntare sulla salvezza dell’umanità, come potrei affidarmi a persone che travisano le parole su un tema così fondamentale per il futuro, nel nome di un calcolo elettorale? Preferisco rivolgermi, senza conoscerlo per nulla, ad un padre straniero che continua ad educare il proprio figlio al rispetto degli altri, nonostante che il paese in cui abita non gli ricambi la cortesia ed entri dentro a casa sua per rubargli la bicicletta, o peggio ancora il sogno di dare un futuro di eguaglianza ai suoi bambini.


domenica 3 dicembre 2017

Una bella maglietta bianca

I campi di calcio sono stati ultimamente teatro di rappresentazioni fuori luogo, scene in cui si mescolano esibizionismo, simbologia, e una buona dose di cattivo gusto, per usare un eufemismo. Qualche domenica fa, Marzabotto è stata sconfitta due volte: nella partita contro il “65 Futa SSD Calcio” e nel gesto di uno dei suoi calciatori. L’incontro del campionato di seconda categoria dilettanti si chiude con il goal di Eugenio Lippi, il quale, correndo verso gli spalti, si toglie la maglia per scoprire una t-shirt nera con l’aquila nera della Repubblica di Salò. Evocare certi ricordi nel paese che ha conosciuto l’eccidio di 770 civili da parte dei nazifascisti, è una scelta che si commenta da sola.
Si dice che il calciatore abbia tentato di difendersi nascondendosi dietro l’ignoranza. Forse non sapeva cos’è accaduto a Monte Sole nell’autunno del 1944, forse non sapeva il significato dell’aquila impressa sulla bandiera italiana. C’è un vecchio adagio che recita: la legge non ammette ignoranza. Vorrei dire che anche la storia non dovrebbe ammettere ignoranza. Se scelgo di indossare un simbolo, un volto, una frase, e di portarlo in giro per le strade o su un campo di calcio, ho il dovere di sapere di quale messaggio mi sto facendo portatore.
E non è vero che serva aver fatto studi specifici, né che si debbano passare ore sui libri prima di infilarsi una maglietta. Ci sono vie più rapide e disponibili a tutti. Cito senz’altro L’uomo che verrà, il film diretto da Giorgio Diritti che racconta magistralmente quel tragico episodio. Casualmente proprio il giorno dell’uscita della notizia di Marzabotto, mia figlia venne a consigliarmi Primo Levi, una graphic novel di Matteo Mastragostino e Alessandro Ranghiasci. Lascio allora solo questo ulteriore suggerimento di lettura, che mi è parso arrivare con significativo tempismo.
Se Eugenio Lippi, e altri come lui, non hanno voglia di fare nemmeno questo minimo sforzo, non mi sento di obbligarli, ma do loro un consiglio: per la prossima partita, una bella maglietta bianca senza simboli o scritte, vuota, almeno per un motivo di coerenza.

martedì 23 agosto 2016

Il piacere di leggere spiegato da un ragazzo

Chiudere in una scatola i libri dell'anno precedente è uno dei riti che chiudono oppure riaprono l'anno scolastico, a seconda del quando preferite gestire il passaggio. In ogni caso, quello che immancabilmente accade ai genitori, è di trovarsi a sfogliare le pagine e far correre lo sguardo sul lavoro compiuto dai figli, magari dedicando un po' più tempo a quei quaderni che durante l'anno erano rimasti a scuola. E' stato così che una nostra lettrice esigente ha scoperto il tema del proprio figlio, alunno di seconda media, dedicato al piacere della lettura e ha ben pensato di condividerlo con noi. A nostra volta lo pubblichiamo, così com'è uscito dal quaderno, senza aggiungere parole che sarebbero superflue. Il titolo è Leggere: sogni su carta.
«Ricordo ancora come fosse ieri quando mia mamma mi leggeva Il grande ponte grigio e il piccolo faro rosso; fu lì che mi appassionai alla lettura. La lettura è ciò che apre la mente senza bisogno di una chiave, ciò che attira come una calamita, ciò che trascina senza spostare. Io adoro leggere. Il profumo delle pagine ed il crepitio della carta mi attraggono e mi allietano, mi risvegliano e rallegrano. Per non parlare poi del desiderio che provo nel vedere un libro.
Tutto questo è il leggere, che aiuta a calmarsi, a immaginare, a ricordare ma soprattutto ad aprire la mente ed a condurla verso obiettivi sempre più alti. Chi non legge non conosce. Non serve leggere solo racconti per arricchirsi. Qualsiasi altra forma di pezzo di carta scritto può essere considerata una fonte di informazioni. Se questa teoria non valesse, beh, non conosceremmo i segreti dei quadri più famosi, non sapremmo dove andare in vacanza, non avremmo idea di come distinguere una pianta dall'altra .. Non conosceremmo nulla. Come pensate abbia imparato a leggere? Ascoltando letture.
Non si può dire di saper leggere solo conoscendo l'alfabeto. Per leggere bisogna immaginare, gustare, assaporare le parole. Di letture ne ho fatte di tanti tipi: ho riso con Marcovaldo, ho visitato luoghi sconosciuti con Viaggio al centro della terra e ho viaggiato con i libri dell'Ippocampo. Non so se diventerò uno scrittore, so solo che non smetterò mai di leggere. Ma perché una persona dovrebbe cominciare a leggere? Beh, se le mie parole non vi avessero convinto, pensate a questo: quale altra cosa al mondo vi permette di viaggiare ovunque stando seduti su una sedia? Se non trovate la risposta, aprite un libro».