mercoledì 13 giugno 2012

La vera schiavitù della donna


Una malsana tendenza al sacrificio segna la donna dei nostri tempi. In maniera più o meno conscia ella vive il proprio ruolo di moglie, madre, figlia o sorella, come fosse una sorta di necessario martirio. La prima conseguenza è che qualcosa nel suo intimo – un’idea, un’aspirazione, un desiderio – finisce sempre per essere immolato sull’altare della quotidianità coatta. È una schiavitù subdola, difficile da mettere a fuoco. In questi giorni di sensibilizzazione verso il problema della violenza sulla donna, ho trovato istruttivo leggere quanto raccontano due scrittrici italiane, molto diverse fra loro, che da prospettive in parte opposte si sono focalizzate su figure di donne che fanno un passo indietro rispetto alla vita, senza realizzare che quel passo, ripetuto giorno dopo giorno, le avvicina sempre più al ciglio di un abisso.
Le donne di cui racconta Rossella Milone in La memoria dei vivi emergono dalle pagine quali casi emblematici di un modus vivendi amaro, melanconico. Sono donne che la vita si diverte a sconfiggere, come se il loro martirio fosse una debolezza, una vigliaccheria tale da meritare una costante punizione. Lena, nel racconto Leucosia, acconsente ad affrontare faccia a faccia amici e colleghi di un tempo, segni vivi della sua rinuncia, giustificata anche – ma forse non solo – dalla dedizione verso Matteo, marito ora malato e non più autosufficiente. E proprio in quella prova decisiva Lena sente il peso della possibile sconfitta, dell’abbandono, quasi che il mondo disprezzasse la scelta nella quale ella ha segregato se stessa, credendo di fare la cosa più giusta. Grande il rischio di costruirsi una vita squilibrata, instabile, sempre sul punto di crollare. Niente di più inevitabile nel momento in cui rinuncia a sé e allunga le radici alla ricerca di un terreno saldo troppo distante da lei. In Le gioie dei morti, Silvana paga colpe non sue, giusto perché si fa abbindolare dalla sorella, perché non sa opporvisi, e allora crolla, balbetta, non è più lei, la sua anima svapora e la lascia muta, ad aspettare che accada quel che accade. Le atmosfere di tristezza, ­a tratti leggere e quasi dolci, sono la cosa migliore che Rossella Milone porta fuori dalla sua penna: letta l’ultima riga ci si guarda intorno, lievemente anestetizzati, tormentati dal dubbio che questo ‘male’, spesso taciuto, sia anche qui, vicino a noi.
Il piano su cui si muove Giuseppina Pieragostini è tutt’altro. L’ambiente domestico della Vendetta della Sepolta Viva è un luogo grottesco e surreale, o forse normalissimo in sé, ma sfigurato dal passaggio attraverso un filtro mentale che sa di follia. Nulla a che vedere con il pacato realismo di cui sopra, qui tutto è trasfigurato in una quotidianità che di normale ha solo i maniacali e ipnotici gesti della perpetuità casalinga. I personaggi sono ipercaratterizzati, estremi, e nel caso del marito così pessimi da risultare poco credibili. A portare avanti la trama una donna, Mariagiulia, che è l’esatta personificazione della frustrazione femminile: colei che poteva essere tutto e non arriva ad essere nulla, anzi finisce annullata dalla vita anonima in cui si lascia seppellire. Si sprecano allora le metafore funebri e il focolare finisce per assomigliare ad una cella. C’è un astio paradossale che serpeggia fra le righe e che vorrebbe fungere da exemplum della troppo frequente condizione femminile. Mariagiulia porta dentro di sé un’altra donna, il suo io potenziale, proiezione di quello che vorrebbe essere ma non sarà mai, il desiderio perennemente frustrato di realizzazione che porta tante donne a stare immobili persino quando non riescono a pensare ad altro che a fuggire.
Il pensiero che rimane, dopo le letture, è che paradossalmente la violenza peggiore sulle donne sia quella che le donne infliggono a se stesse. Che significa denunciare e marciare per fermare la violenza sulle donne? Si rischia di passare per lapalissiani, si rischia di sollevare un cartello alla vista del quale tutti applaudono ma nessuno davvero si muove. Un reale movimento sociale e culturale che possa scardinare questo deprecabile stato di cose si potrà realizzare non solo se verranno dati alle donne gli strumenti della loro emancipazione, ma soprattutto se le donne si convinceranno a farne uso, per il bene loro e di tutta la società. Uno dei modi migliori per far sì che ciò effettivamente accada, è spingere le donne a non rinunciare alle proprie aspirazioni, è educare alla realizzazione di sé piuttosto che alla soddisfazione di un paradigma patriarcale, evitando appunto di fare come Lena, Silvana o Mariagiulia, descritte nell’atto di compiere l’ennesimo passo indietro.

Rossella Milone, La memoria dei vivi, Torino, Einaudi, 2008.

Peccato per: l’uso insistito della locuzione affianco, inesistente in italiano.

Le mie chiocciole: @@@

Da regalare: all'amica incerta fra famiglia e carriera


Giuseppina Pieragostini, La vendetta della Sepolta Viva di Rosaspina di Belvedere, Roma, Il caso e il vento, 2011.

Peccato per: il titolo che gioca a sfavore del romanzo.

Le mie chiocciole: @@

Da regalare: a chi prende l'economia domestica come una vocazione religiosa



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