mercoledì 1 febbraio 2012

La soddisfazione di abitare in una palude


Ci saranno di certo delle ragioni storiche e antropologiche che non mi perito di investigare, di fatto bisogna constatare come noi italiani ci dimostriamo da tempo incapaci di condurre a termine grandi imprese collettive, di avviare progetti di largo respiro, di gestire un’attività che abbia un obiettivo fissato oltre l’immediato domani. L’era berlusconiana, con tutte le sue demagogiche promesse mancate, è solo uno dei segni evidenti di tale incapacità, ma di essa vi sono innumerevoli esempi anche in periodi precedenti e purtroppo, c’è da temere, ve ne saranno pure in quelli futuri. Noi siamo abilissimi a scovare la soluzione dell’ultimo minuto, a cavarcela per il rotto della cuffia, e forse la coscienza del rocambolesco talento infonde in noi una pigrizia che ci impedisce di tirarci su le maniche davvero fino al gomito. Chi ce lo fa fare di pianificare lavori complessi che implicano sforzi notevoli a più livelli? Meglio procedere per piccoli passi, aggiustamenti progressivi, e insomma in qualche modo si andrà avanti. Così si pensa, e si sbaglia, ma cambiare certe abitudini è ben difficile.
Per trovare un’epoca in cui le imprese si iniziavano davvero, e poi addirittura si concludevano nei tempi previsti, bisogna tornare gioco forza al fatidico ventennio. Senza voler passare per nostalgici, va riconosciuto a Cesare quel che è di quel Cesare, e della incondizionata fiducia che il popolo italico in lui ripose. Non che sia stato tutto rose e fiori, ci mancherebbe, le imprese belliche furono in pratica tutte rovinosamente mancate, però vi sono esempi che davvero rifulgono in termini di pianificazione e capacità esecutiva.
Il canale Mussolini, scavato nella melma dell’Agro Pontino, è la firma in calce ad un progetto colossale, per certi versi folle, ma perseguito con una determinazione e una sicurezza che solo la dittatura può concedere. Al di là del valore storico, sociale e politico; al di là della sensatezza di spostare da un giorno all’altro migliaia di persone su una spianata anonima facendo loro abbandonare le terre d’origine; al di là di tutto ciò e ben altro, la bonifica delle paludi pontine ha un qualcosa di magnificente, di miracoloso. Difficile sottrarsi all’invito di essere parte di un miracolo.
Di certo non si tirano indietro i Peruzzi, numerosa famiglia ferrarese fascista della prim’ora in una regione che pullulava di case del popolo. Al Duce hanno sempre dato credito, senza mai pentirsene a quanto si deduce dalle parole del narratore di Canale Mussolini, un anziano nipote che ricapitola la saga familiare in quegli anni decisivi per la storia italiana del Novecento. È un narratore anomalo che Antonio Pennacchi ha scelto per il suo romanzo: si presenta, e spesso appare, come di povera cultura, un uomo semplice che sa darsi poche risposte; in alcuni momenti tuttavia dispiega circostanziate ricostruzioni storiche, si concede lezioni di botanica, espone questioni di ingegneria, tutte precise e ben argomentate. Poco credibile dunque, con l’autore che spunta di continuo alle sue spalle suggerendo fin troppo: il problema di un eccesso di documentazione che finisce per essere d’impiccio alla storia. Benché, va detto, Pennacchi scriva sempre sicuro, con fluidità, anche nei passaggi tecnici più complessi, ma avrebbe potuto forse fare a meno di qualcuna delle sopracitate digressioni.
In genere è bello quando una storia singola, seppur collettiva, riesce a rappresentare la Storia maiuscola. Qui a volte avviene invece il contrario: si racconta la Storia facendola calare sulla storia dei Peruzzi, rischiando a volte di rappresentarli come delle marionette, anziché come dei veri personaggi. I conflitti interni alla famiglia e con il mondo circostante perdono così di profondità, e lo scorrere del tempo attraverso gli eventi risulta quasi leggero, nonostante la gravità di molti episodi. Bisogna peraltro riconoscere la tenacia nel mantenere il racconto fedele alla linea filofascista, alle sue ‘cose buone’, alla capacità di condurre a termine grandi imprese nel nome di un qualche ideale e a costo di notevoli sacrifici (figli dispersi in guerra, beni perduti a causa della rivalutazione della lira nel 1927, ecc.). Un denso compendio che inevitabilmente è anche un affresco di come siamo e come eravamo, soprattutto nell’incontro-scontro fra ‘cispadani’ (friulani, veneti e romagnoli) e ‘marocchini’ (laziali e campani) trovatisi da un giorno all’altro spalla a spalla su una terra che, qualche mese prima, era solo un immenso pantano infestato dalle zanzare della malaria.

Antonio Pennacchi, Canale Mussolini, Milano, Mondadori, 2010

Le mie chiocciole: @@

Da regalare: a chi al nome di Latina preferisce ancora quello di Littoria

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