giovedì 1 ottobre 2009

Su Marte o a Battipaglia

La fantascienza implica paradossi nuovi, situazioni ignote alle coor­dinate del nostro vivere quotidiano, e deve aprirsi per forza a prospettive inattese, basate su una sorta di geometria non-euclidea del raccontare. Chi non ne asseconda il naturale impulso, finisce per fare della fantascienza un uso maldestro e poco pregnante. Per scendere nel concreto, il pilota di una navicella spaziale non può assomigliare troppo ad un autista di tir sulla Salerno-Battipaglia, perché a quel punto tanto valeva rimanere sulla terra. Ecco il maggior peccato di questa raccolta di sette racconti: aver portato lontano – nello spazio, nel tempo o in entrambe le direzioni – delle storie pensando che ciò bastasse a dotarle di maggiore senso, di effettiva sostanza. Diceva Orazio che se corriamo al di là del mare, cambiamo cielo, non animo; lo stesso vale per le nostre storie.
Alle sett’albe non avrebbe nessun bisogno di essere ambientato su una stazione orbitante, anzi quella sorta di medico della mutua che è il protagonista sarebbe apparso molto più vero se avesse aperto lo studio in un piccolo paese di provincia. E Qualcuno dovrà è un dialogo fra nonno e nipote senza una reale consistenza, difetto non superabile solo per il fatto che i due vivono su Marte. In Atteone la situazione è abbastanza classica: un luogo poco abitato, sperduto nello spazio, improvvisamente smette di inviare segnali e un poveretto pieno di problemi e mezzo emarginato viene spedito ad indagare, con l'ovvia conclusione di un imprevisto scontro con l'alieno di turno. Alla fine della giostra (p. 48) salta fuori un po' a sorpresa una morale: «Pensava [...] all'enormità del cosmo e alla piccolezza angusta della limitata mente umana. Tutto cambia, tutto si trasforma e nulla rimane uguale a se stesso. Troppe forme di vita, troppe incognite». Ci voleva una chiusa così densa di senso, ma in base a quali ragionamenti si sia arrivati a tale riflessione è un altro mistero, si tratta di una morale tanto solenne quanto ingiustificata dagli eventi, da lasciar perplesso anche il buon Eraclito.
Insomma affondare radici in terre narrativamente friabili conduce a passi falsi: anacronismi (il navigatore spaziale che usa mappe cartacee e traccia le rotte a penna), innesti forzati (vedi le parti fantasy in Involontaria consegna), imprecisioni terminologiche (alle pp. 57-58 si legge che «l’Apollo numero 11 fu la prima astronave in grado di atterrare su un pianeta diverso dalla Terra», peccato che la luna non sia un pianeta). Lo spazio offre grandi silenzi, bisognerebbe approfittarne di più.

Fabio Centamore, Alle sett'albe, Roma, Ducas, 2009.

Le mie chiocciole: @

Da regalare: al patito di b-movies post-atomici

2 commenti:

Fabio ha detto...

Pur rispettando la sua opinione, mi sento in dovere di farle notare che alcune frasi che lei ha scritto non appartengono alla categoria della recensione:

1)"La fantascienza implica paradossi nuovi, situazioni ignote alle coor dinate del nostro vivere quotidiano, e deve aprirsi per forza a prospettive inattese, basate su una sorta di geometria non-euclidea del raccontare. Chi non ne asseconda il naturale impulso, finisce per fare della fantascienza un uso maldestro e poco pregnante." Tutti noi sappiamo che una definizione univoca di fantascienza non esiste e ognuno ne da un'interpretazione personale. Hugo Gernsback, ad esempio, (l'inventore della Science Fiction americana) considerava il genere una sorta di racconto in cui la rigorosa scientificità doveva essere un requisito fondamentale. Diversamente accade per i racconti fantascientifici di Edgar Rice Burroghs, in cui l'elemento fondamentale è il senso del meraviglioso e dell'esotico (vedi ciclo di John Carter di Marte, 11 romanzi). Grandissimi autori di fantascienza (ad esempio Clifford D. Simak e Jack Williamson) non rientrano nella sua definizione e non possiamo considerare capolavori come "La Bambola del Destino" o "Il Millennio dell'Antimateria" come "uso maldestro o poco pregnante". Forse sarebbe stato più corretto nei confronti dei suoi lettori evidenziare che quella definizione è una sua interpretazione di fantascienza? Come lei ha evidenziato molto bene, non è di certo la mia.

2)"anacronismi (il navigatore spaziale che usa mappe cartacee e traccia le rotte a penna), innesti forzati (vedi le parti fantasy in/Involontaria consegna/), imprecisioni terminologiche (alle pp. 57-58 si legge che «l’Apollo numero 11 fu la prima astronave in grado di atterrare su un pianeta diverso dalla Terra», peccato che la luna non sia un pianeta)". Queste affermazioni, scollegate dal reale contesto dei racconti, mi sembrano davvero strumentali e poco corrette nei confronti del lettore. Cominciamo dal presunto anacronismo delle mappe cartacee. Se lei va a rileggere il racconto, troverà che quell'episodio si colloca in una fase in cui l'equipaggio cerca di ricontrollare manualmente i dati della rotta presentati dal computer di bordo. Non stanno calcolando la rotta, stanno solo verificando manualmente i risultati rilasciati da un computer. Prova ne è che, l'episodio successivo ci presenta una situazione in cui attraverso l'apparecchiatura elettronica i piloti prendono visione della durata del carburante e di dove si va ad interrompere la rotta. Dunque, il ricorso alle mappe e alle carte era da intendersi in un contesto in cui si dubita della strumentazione elettronica. Questo, forse, avrebbe dovuto tenerlo presente. L'intera storia è uno scivolamento continuo e progressivo verso il fantasy (e questo avviene anche in altri racconti). L'esperimento può non essere riuscito, può non piacere, ma definirlo "forzato" presuppone un'idea rigida di ciò che è fantascienza e ignora capolavori universalmente noti della Science Fiction (in cui tali innesti esistono e sono parte integrante del contesto). L'imprecisione della Luna come pianeta è voluta. Il nonno sta parlando ad un nipotino di pochi anni, credo che sarebbe stato ancor meno credibile se si fosse sforzato di spiegare ad un bambino la sottile differenza fra "satellite" e "pianeta". Trovo l'imprecisione assolutamente legittima nel contesto narrativo in cui esiste.
Diciamo che avrei sicuramente gradito maggiormente una critica un po' più obbiettiva e distaccata, in grado di sottolineare dove veramente il libro sarebbe potuto essere migliore. Saluti
Fabio Centamore

ilVoltaPagine ha detto...

Mi spiace che la recensione sia risultata per lei sterile, tuttavia bisogna considerare che essa nasce come commento (personalissimo) rivolto ad altri lettori, non all'autore e dunque non deve insegnare per forza qualcosa. Come avrà notato io amo evocare più che dire, suggerire, sollevare curiosità, allontanandomi fra l'altro dalla recensione classica, dando un taglio credo in parte originale, sicuramente parziale. Dunque di certo non "didattico".
L'obiettività è una bella impresa, anzi in questi frangenti direi che è quasi un'utopia. Il mio gusto è il metro che utilizzo, non pretendo sia, non dico universale, ma neppure quello della maggioranza. In tutti i libri ci sono cose buone e cose meno buone, ma non si può sempre dar conto di tutto, sennò si finisce per essere come Vincenzo Mollica a Rai Uno, che parla sempre bene di chiunque e alla fine ogni cantante o regista pare la copia dell'altro. Io seguo quello che mi colpisce, in una maniera che probabilmente non è ortodossa, ma proprio perché le recensioni "ortodosse" mi hanno un po' stancato. Con ciò non credo ovviamente di possedere alcuna verità inconfutabile né di scrivere dogmi, ben inteso.

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